L’avventura del pulmino

Lo scorso anno il presidente della municipalità ha accompagnato al “don Vecchi” una ragazza piuttosto avvenente per farmi una richiesta-proposta: ossia mi chiedeva se io avrei gradito la fornitura, a titolo gratuito, di un “doblò” attrezzato con carrello sollevatore per trasporto di persone disabili.

La cooperativa che proponeva l’operazione avrebbe fornito l’automezzo, pagato l’assicurazione e il bollo e l’avrebbe ceduto con un tipo di comandato gratuito per quattro anni rinnovabili.

D’istinto mi venne da pensare: “Troppa grazia, sant’Antonio!”.

Poi questa agente della cooperativa illustrò tutti gli aspetti dell’operazione: il Comune e la Fondazione avrebbero avallato, con atto formale, la raccolta della pubblicità presso le aziende cittadine, per cui l’automezzo sarebbe apparso come il manto di un leopardo, ma con macchie di misura e di colore diversi in rapporto alle “icone” richieste dalle singole ditte.

Sembrava che la somma necessaria – cinquantamila euro – sarebbe stata reperita in pochi mesi, ma la crisi economica rallentò decisamente la raccolta. Le aziende, anche le più sane, sono piuttosto guardinghe oggi nello sborsare denaro per farsi pubblicità. Spesso mi giungevano telefonate dalle ditte interpellate, per garantirsi che non ci fossero inganni. Comunque, anche se con una certa fatica, siamo arrivati in porto e con un rito solenne, ci è stato consegnato l’automezzo.

L’impresa m’ha fatto felice per più motivi, da un lato perché il “don Vecchi” è oggi, presso i cittadini, un ente riconosciuto, stimato e meritevole di essere aiutato, e dall’altro lato perché l’automezzo, con l’attrezzatura per il trasporto di disabili, ci è quanto mai utile per accompagnare gli anziani presso gli ambulatori per le visite mediche che oggi sono quanto mai frequenti. Ora si tratterà di reperire tra i residenti un volontario e il servizio sarà bell’e pronto ed efficiente.

Attualmente il parco macchine del “don Vecchi” e delle associazioni che vivono in simbiosi, è ormai rilevante: cinque furgoni, dei quali uno con frigo e due doblò. L’azienda sta prendendo consistenza!

Il segreto dell’attivo

Le confidenze di qualche collega mi hanno turbato in quest’ultimo tempo. Sono venuto a conoscenza che qualche operazione sbagliata e qualche conduzione poco attenta ha messo in difficoltà qualche ente che ruota attorno al mio piccolo mondo.

D’istinto, più volte in questi giorni, mi sono chiesto: “Come mai il don Vecchi gode buona salute, coltiva progetti di sviluppo, come mai la sua contabilità non ha mai conosciuto il rosso? Sono ben lontano dal pensare di potermi ergere a maestro, se non altro perché mai nessuno del mio mondo mi ha chiesto i “segreti” di questa nostra realtà che, nonostante i tempi difficili e la crisi incombente, sogna, progetta e si proietta nel futuro.

Di certo io non ho mai pensato di avere capacità manageriali, ancorché qualcuno, forse per affetto o forse per spirito critico, talora mi abbia definito “l’imprenditore di Dio”.

Monsignor Vecchi, quando io, giovane prete, sognavo ad occhi aperti e proponevo progetti avanzati, mi ripeteva: «Ora, don Armando, non hai responsabilità economiche, ma quando non sarà più così, t’accorgerai quante difficoltà si incontrano!». Questo monito mi ha sempre aiutato ad essere cauto, a non essere spericolato, ma soprattutto a farmi aiutare.

Ieri pomeriggio sono andato al “don Vecchi” di Marghera per l’inaugurazione di una delle tante “personali” che si susseguono ogni quindici giorni. Una volta ancora sono rimasto incantato dal buon gusto, dalla signorilità, dalla cura del prato, come delle sale interne. I numerosi ospiti che sono intervenuti per l’inaugurazione della mostra non facevano che ripetere che quello era un hotel, non una casa di riposo! E mi guardavano come io fossi l’artefice di tanta bellezza, mentre io arrossivo di fronte a queste lodi, perché il merito di tanta armonia era ed è tutto di Teresa e Luciano, la coppia di sposi che investono il meglio del loro cuore e della loro intelligenza per questa struttura che amano e curano come fosse il loro castello, il più bel “gioiello di famiglia”.

Anch’io sono rimasto a bocca aperta di fronte all’incanto di una residenza che si potrebbe immaginare destinata a ricchi mercanti o appartenenti al patriziato veneziano.

I Centri don Vecchi sono vivi, efficienti, belli ed in attivo, perché non c’è settore che non possa contare su un numero sconfinato di persone belle e care che offrono il meglio di sé agli anziani senza censo e, spesso, senza famiglia.

La tentazione della Carinzia

La sera ceno verso le sette e mezza, ceno da solo, cosicché mi concedo la compagnia della televisione, dato che è possibile fare una cosa e l’altra contemporaneamente.

A quell’ora la Tivù di Stato trasmette, sul terzo canale, il giornale radio del Veneto, che dura una ventina di minuti. Qualche sera fa riferiva circa un convegno di imprenditori del Veneto i quali esponevano le difficoltà che tutti conosciamo perfino troppo bene e per esperienza diretta. C’era uno, in particolare, di questi imprenditori, una persona semplice ma intelligente, che si era tirato su un’industria dal nulla, che confessava la sua intenzione di traslocare oltre confine, nella vicina Carinzia. Il suo discorso era talmente limpido e convincente che, pensando al “don Vecchi 5” (per l’inizio del quale abbiamo presentato il progetto il dieci agosto dello scorso anno senza aver ottenuto ancora la concessione edilizia), che m’è venuto da dire: “traslochiamo anche noi in Carinzia la `nostra industria’ per i vecchi!”. In Carinzia la luce costa meno, si pagano meno tasse ed in un paio di mesi si possono ottenere i permessi per aprire un’industria, non una struttura di carattere sociale!

La Fondazione, che vuol costruire una struttura per gli anziani in perdita di autonomia, è una ONLUS, perciò un ente riconosciuto ufficialmente come non lucrativo, ha avuto tutta la disponibilità e l’appoggio dell’assessore Micelli, ha dimostrato sul campo di “battere tutti” a livello economico, sociale ed umano; può offrire degli esempi riconosciuti da tutti come validi e all’avanguardia. Per di più ora che la situazione dell’edilizia è, a dir poco, tragica, la richiesta di risposte alle urgenze del mondo degli anziani è enorme, la necessità di abbattere i costi di gestione ormai insopportabili per la nostra società è altrettanto evidente. Nonostante ciò la macchina burocratica rimane legnosa, macchinosa, borbonica, impossibile!

Tra le urgenze assolute per il bene del nostro Paese c’è certamente quella di smantellare, semplificare e riqualificare tutto l’apparato burocratico, autentica piaga sociale dello Stato e del parastato italiano. I tecnici del Comune di Venezia ci hanno messo otto mesi – dico otto mesi – per approvare il progetto. Il 26 marzo è arrivato finalmente l’OK tecnico, ora stiamo a vedere il tempo che ci s’impiegherà per avere quello politico-amministrativo. Il progetto deve passare ancora in Quartiere, in Pregiunta, in Giunta ed infine in Consiglio comunale! Volete che non venga voglia di traslocare in Carinzia, in Slovenia, in Serbia o in Polonia?

Come comprendo e condivido il parere del piccolo imprenditore veneto!

Il testamento

Un mio vecchio parrocchiano che ogni anno, quando andavo a benedire la sua famiglia, ripeteva puntigliosamente che lui non era credente, un paio di anni fa mi ha scritto una lettera diffidandomi dal continuare ad invitare i concittadini a ricordarsi degli anziani poveri e suggerire a chi non aveva responsabilità e doveri verso dei congiunti, di far testamento a favore dei Centri don Vecchi.

Di certo non ho tenuto alcun conto di questa intromissione inopportuna, ho continuato per la mia strada ottenendo, fortunatamente, dei buoni risultati. Per timore che qualche altro concittadino mi accusi di autoreferenzialità, non faccio l’elenco dei lasciti ottenuti, però assicuro che i quattro Centri, con i relativi 315 alloggi protetti, non sono frutto di rapine in banca, ma il risultato di offerte e di lasciti testamentari da parte di concittadini saggi e generosi che hanno pensato anche a chi era meno fortunato di loro.

So per certo che altri concittadini hanno fatto questa scelta. Prego perché questa bella gente sono convinto che meriti una vita lunga e felice, ma spero che il giovane consiglio di amministrazione che governa attualmente la Fondazione, prima o poi raccolga i frutti dei semi che ho seminato, anche se non tutti i miei colleghi e i miei concittadini erano, o sono, di questo parere.

Più volte ho confidato a chi mi legge che io ho un’unica “padrona di casa” a cui mi sforzo di obbedire: la mia coscienza. Finora mi sono sempre trovato bene e perciò non ho nessun motivo per fare scelte diverse. Anche recentemente mi sono incontrato con un concittadino che ha avuto il coraggio e la saggezza di destinare a qualcuno che è in difficoltà il frutto della sua lunga vita di lavoro. Qualche settimana fa mi giunse la telefonata di un vecchio ingegnere che aveva intenzione di lasciare la sua casa alla Fondazione. Lo raggiunsi, lui si informò accuratamente sui progetti che stiamo perseguendo, sull’attività a favore degli anziani e poi mi confermò che avrebbe parlato col suo legale per perfezionare il testamento. Uscii dall’incontro edificato dalla lungimiranza e dalla saggezza di questo signore che ha avuto il coraggio di destinare il frutto del suo lavoro a coetanei meno fortunati.

Confesso che però faccio fatica a capire perché tanti altri concittadini che potrebbero farlo, senza nuocere a nessuno, non lo facciano, affinché la nostra città possa avere delle risposte adeguate alle urgenze più gravi di tante persone in difficoltà.

Un “filone d’oro”

Ho letto un’affermazione che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere. In un libro di meditazione l’autore diceva che l’uomo è come l’acqua di una sorgente che sgorga dalla roccia e scende verso la pianura. Se quest’acqua è incanalata diventa energia e si trasforma in luce, altrimenti finisce per imputridirsi nella palude melmosa.

Ho pure letto un’altra storiella ancora più convincente, che non ricordo bene, ma che diceva pressappoco così. Il Signore versa ogni giorno sul conto corrente personale di ogni uomo un importo consistente che però deve essere speso entro la giornata, altrimenti va bruciato come avviene ogni giorno quando in banca si registrano le perdite senza che l’intestatario abbia deciso e fatto alcuna operazione. Morale: il buon Dio ogni giorno offre ad ogni uomo una “somma” consistente di intelligenza, di amore, di possibilità, ma se questa somma non la si impiega in maniera fruttuosa a mezzanotte il versamento va sprecato e non aumenta il conto in banca.

Gesù ha annunciato questa verità attraverso la parabola dei talenti, affermando che l’uomo che ha sepolto il suo talento, non solo non riceve alcun premio, ma anzi va castigato.

Oggi le persone sagge denunciano, preoccupate, e talora giustamente sdegnate, gli sperperi colossali che avvengono nella nostra società. Migliaia e migliaia di tonnellate di pane, agrumi, verdura e di ogni altro genere alimentare, che potrebbero sfamare popoli interi, vanno sprecate.

Ebbene, quando penso ai miei concittadini – pensionati, casalinghe, persone che non fanno lavori logoranti, che hanno un orario di lavoro ridotto, che sono intelligenti, capaci, forti, e che lasciano che la loro ricchezza umana si imputridisca nella palude melmosa, o sia “bruciata” dall’inerzia e dall’egoismo, mi viene da disperarmi! Quante volte i miei appelli cadono nel vuoto! Quante volte tanta gente continua a perder tempo e a buttar via questi meravigliosi doni di Dio!

Si, ci sono anche persone che fanno autentici miracoli, che “fanno fiorire il deserto”, ma ce ne sono fin troppe che si chiudono in un egoismo che le distrugge senza che se ne accorgano.

Al “don Vecchi” abbiamo scoperto un “filone d’oro” col quale potremmo distribuire ogni giorno quindici-venti quintali di frutta e verdura ed arrischiamo che vadano perduti, mentre tanti ne avrebbero estremo bisogno, perché in una città di duecentomila abitanti non riusciamo a trovarne una decina che si renda disponibile a dare una mano ai poveri e a guadagnarsi il Paradiso a buon mercato!

Il cespuglio di orchidee

Io abito in uno dei 315 alloggi dei Centri don Vecchi. Il mio alloggio è pressappoco grande come gli altri ed è situato in via delle rose, che rappresenta il “corso” principale del borgo degli anziani di Carpenedo. Ho, lo confesso, un privilegio, ossia uno studiolo, perché pensavo un tempo che mi potesse servire per qualche colloquio riservato, come avveniva quando ero in parrocchia. Alla prova dei fatti, quando mi serve, adopero uno dei tanti salotti, più o meno grandi, che sono a disposizione di tutti i residenti.

Il mio alloggio è piccolo, 49 metri quadrati, ma funzionale e grazioso: un soggiornetto con angolo cottura, la camera da letto, il bagno e perfino un poggiolo che s’affaccia sul grande prato incolto della Società dei 300 campi. Il mobilio è semplice, ma gradevole e le pareti sono tappezzate di splendide icone russe. Pur avendo abbandonato il grande stabile bianco del settecento che si affianca alla chiesa e che la mia perpetua diceva essere “un municipio” per la grandezza e l’andirivieni continuo di persone, mi sono adattato al mio piccolo guscio di noce e lo trovo quanto mai grazioso e gradevole.

Pago l’affitto come tutti, ben felice della mia dimora e non invidio di certo gli appartamenti più grandi e signorili o le villette che certi miei colleghi si sono costruiti per la loro vecchiaia. Al “don Vecchi” si respira l’aria di un paesino di campagna, raccolto intorno al campanile, ove tutti si conoscono e si salutano con amicizia. La vita scorre tranquilla e, come in ogni paese, l’osteria, che chiamiamo “bar” per essere moderni, è collocata nella “piazza grande” e rappresenta il cuore pulsante della comunità.

La mia casa è di per sé accogliente, ma molto spesso è ingentilita da piante in fiore che i miei “concittadini” mi regalano per i motivi più diversi. Da qualche giorno rallegra il soggiorno un bellissimo ceppo di orchidee bianche con una macchietta rossa al centro delle corolle. Mi piace, mentre scrivo sul grande tavolo, accarezzare con lo sguardo questi fiori silenziosi che se ne stanno appartati in un angolo della stanza, rendendo ancora più dolce il soggiorno. Papa Francesco direbbe che sono una “carezza” che dobbiamo accettare come un dono ed un segno di affetto. Queste orchidee me le ha regalate un gruppettino di giovani assistenti moldave ed ucraine che si prendono cura, notte e giorno, di tutti noi anziani del “don Vecchi”.

Questi fiori, che mi sono giunti da persone arrivate da noi da Paesi “in capo al mondo”, sono ora per me un segno di fraternità che apre il cuore ed una visione calda che non trova ostacolo né per le Alpi né per la lingua, motivo per cui mi sento, pur nel mio piccolo guscio, nel cuore dell’universo.

Il “superfluo” necessario

Monsignor Vecchi mi ha trasmesso il bacillo dell’arte. Il mio vecchio insegnante, e poi mio parroco, faceva, oltre che il docente di filosofia e di arte nella scuola del seminario, anche l’assistente dell’U.C.A.I. (Unione Cattolica Artisti Veneziani), un’associazione che a Venezia si interessava del mondo degli artisti.

Ho raccontato ancora che per evitare che lui corresse troppo col programma e perché era più piacevole sentir parlare degli artisti Carena, Guidi, Cesetti, piuttosto che dei filosofi Spinoza, Leibniz o Cartesio, spesso noi studenti lo spingevamo – ed egli forse gradiva farsi spingere- a parlare di questi artisti piuttosto che del pensiero difficile e arzigogolato dei filosofi antichi e moderni.

In quel tempo di certo monsignore mi ha “infettato” con questo bacillo; infatti, nonostante tutte le mie incombenze, esso ha continuato a condizionarmi. Il bacillo preso al liceo ha prodotto la “Galleria La Cella”, con le sue quattrocento mostre, ha riempito di migliaia di quadri tutte le strutture, prima della parrocchia, ed ora del “don Vecchi”, mi ha fatto conoscere una folla di artisti e, bell’ultimo, mi ha fatto aprire la “Galleria San Valentino” al Centro don Vecchi di Marghera.

Io più volte ho affermato che l’arte è una componente estremamente importante nel mondo della fede e della religione; basti pensare alla “teologia della bellezza”, che ci aiuta a scoprire il volto ineffabile di Dio anche nello splendore dell’arte, ma pure educa all’armonia ed allontana dalla volgarità e dal disordine.

Qualche settimana fa sono capitato accidentalmente al “don Vecchi” di Marghera proprio quando si stava inaugurando una “personale” di un pittore del Dolo. La curatrice della galleria, dottoressa Cinzia Antonello, che in quella occasione stava presentando il pittore con una critica dotta ed appropriata, mi ha invitato a dare un piccolo contributo. Preso alla sprovvista dissi: «Io sono discepolo di un Maestro che disse “non di solo pane vive l’uomo….”, sono quindi convinto che l’uomo di ogni tempo ha bisogno di poesia, di bellezza, di sentimento, quanto di benessere e pane. Senza questi componenti la vita sarebbe arida e desolante».

Il cristianesimo, se ben inteso, offre un umanesimo completo, che non si occupa solamente della salvezza eterna, ma che matura tutto l’uomo e gli permette di vivere con pienezza e con ebbrezza la sua esistenza.

I fracassoni

Da sempre ero convinto che agli anziani piacessero le vecchie canzoni romantiche e sentimentali, quali ad esempio “Mamma”, “Romagna mia”, “Il tango delle capinere”, “Balocchi e profumi”, o le più celebri romanze della lirica. La mia convinzione era così radicata che, faticando un po’, ho stampato perfino un canzoniere con i pezzi più significativi e popolari di questo genere di musica. In forza poi di questo convincimento, avevo sempre favorito che il “gruppo ricreativo culturale” del don Vecchi, che organizza i concerti domenicali, facesse intervenire cori che hanno nel loro repertorio canti di montagna, canzoni veneziane, canti popolari, romanze celebri e musica del genere, sconsigliando quindi la musica polifonica e i canti rinascimentali, che in genere favoriscono il sonno, piuttosto facile per noi anziani, ma soprattutto le canzoni e la musica moderna.

Invece, all’inizio della Quaresima, un po’ preoccupati per la stagione liturgica, i membri di quel gruppo mi chiesero se potevano far intervenire un complesso che cantava dal vivo canzoni moderne di cui faceva parte il figlio di una nostra residente, il quale si era offerto a suonare per offrire un pomeriggio diverso “ai nonni del don Vecchi”. Io che non ho “scrupoli quaresimali”, acconsentii, raccomandandomi però di moderare il volume degli strumenti elettronici (in cuor mio mi dissi: “farò un fioretto di quaresima”, partecipando, per dovere di rappresentanza, a questo concerto).

I corridoi silenziosi e solenni del “don Vecchi” cominciarono, fin dal primo pomeriggio, a riecheggiare di note assordanti, assolutamente inusuali per la nostra struttura. Fui subito preoccupato per il pisolino, che è un rito sacrosanto per tutti i residenti, poi mi rasserenai col pensiero che siamo quasi tutti mezzi sordi.

Alle 16 cominciò ufficialmente “la baldoria”: suoni e canti a squarciagola che proponevano – una dietro l’altra – canzoni a me sconosciute. Ma capii subito, con notevole sorpresa, che non era lo stesso per i miei vecchi che infatti cominciarono a cantare, a ballare, a battere le mani con un entusiasmo sorprendente. Non ho mai visto gli anziani residenti così numerosi, così euforici e così partecipi. Ho avuto l’impressione che esperienze del genere, nelle vecchie balere o in discoteca, le avessero già fatte e fossero rimaste in qualche parte del loro animo, e che le note marcate dalla tastiera le avessero ridestate.

Penso che d’ora in poi dovremo mettere più spesso in programma “musica dal vivo” per ridestare dal torpore chi ha forse perso il pelo ma non il “vizio”, e mi consolo pensando che anche il “pio re David” si comportò allo stesso modo.

Il villaggio solidale degli Arzeroni

Il consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, e in particolare il suo giovane e valido presidente, don Gianni Antoniazzi, sono particolarmente cari con me, tanto da farmi partecipare alle riunioni e offrirmi l’opportunità di esprimere qualche parere e qualche progetto.

Nell’ultima riunione mi sono permesso di proporre un progetto tanto impegnativo ma che, data l’intelligenza, la buona volontà e il coraggio di questo consiglio, potrebbe anche diventare una felice realtà. Dato che non si tratta di un qualcosa di riservato, ma solamente l’offerta di un mio sogno, mi permetto di renderne partecipi anche i miei amici de “L’incontro”, sperando che ci sia qualcuno che possa aiutare a “calarlo dalle nuvole” alla terra, soprattutto mettendo a disposizione un suo generoso contributo.

BOZZA PER UNA PROPOSTA DI MASSIMA PER LA NUOVA STRUTTURA DI ACCOGLIENZA DA COSTRUIRSI PRESSO: “IL VILLAGGIO SOLIDALE DEGLI ARZERONI”

PREMESSA

* La struttura abbia pressappoco la stessa cubatura del don Vecchi 5.
* La struttura si articola in maniera che ogni singolo settore sia indipendente e nello stesso tempo comunicante con gli spazi comunitari che debbano essere fruibili dai residenti.

ARTICOLAZIONE
1. 15 alloggi bilocali con angolo cottura da destinarsi a padri o madri separati e in gravi condizioni di disagio economico:

– TIPOLOGIA RESIDENZIALE

– L’alloggio sarà messo a disposizione per 2 o 3 anni in maniera che sia possibile una costante rotazione. – Retta mensile fissa da euro150.00/200.00 più le utenze. Da convenzionarsi con il Comune Provincia o Regione.
2. 10 alloggi monolocali da destinarsi a disabili fisici che auspicano una vita indipendente con angolo cottura:
– retta mensile 150 euro più utenze. – da convenzionarsi con gli enti suddetti.
– tipologia residenziale.
3. 15 stanze tipo motel col “sistema economico formula uno francese” da destinarsi ai parenti dei degenti negli ospedali cittadini.
Tipologia alberghiera conto euro.20.00 notte a decrescere in rapporto al numero dei giorni di occupazione.
4. 10 alloggi per giovani sposi durata di permanenza 2 o 3 anni
– tipologia bilocale con angolo cottura.
– costi 200 euro più utenze al mese.
tipologia residenziale.

IN ALTERNATIVA:

15 stanze tipo motel “formula uno francese”
– tipologia alberghiera da destinarsi ad operai o impiegati maschi o femmine con basso reddito – contratti al massimo mensili rinnovabili fino al massimo di 2 anni. – costo mensile di euro. 150.00. – tipologia alberghiera.
5. 2 o 3 alloggi bilocali con angolo cottura per emergenze. – tipologia residenziale.
6. Richiesta alla Curia se è interessata ad avere 5-6 alloggi di tipologia residenziale tipo Don Vecchi 5 magari articolati nella tipologia bilocale da destinarsi a sacerdoti anziani oppure impegnati nella pastorale cittadina.
Convenzione con la stessa per i costi.

SPAZI COMUNITARI

a. Un salone a stare.
b. Una sala da pranzo capace di 20 o 25 persone.
c. Un cucinotto con più fuochi utilizzabile dai residenti e contemporaneamente dal catering.
d. Un locale per lavanderia e stireria, -lavatrice ed asciugatrice a gettone.
e. Un piccolo ufficio.
f. Portineria ed ingresso unico.

Un progetto ridotto

Ritorno su un argomento che ho trattato innumerevoli volte, però che credo così urgente e necessario da sentire il dovere di ritornarvi.

Nella nostra diocesi, fortunatamente e per grazia di Dio, ci sono iniziative, enti e strutture che hanno una grossa e certa valenza di ordine solidale, ma che non sono messe in rete, non sono coordinate da una regia che, sola, le potrebbe rendere più efficienti e funzionali. Nel nostro tempo niente può essere lasciato al caso, perché esistono strumenti che possono razionalizzare anche questo comparto così importante e qualificato della Chiesa veneziana.

Oggi ognuna di queste realtà esistenti si muove in maniera autonoma, non è collegata ad altre realtà similari non si confronta, né si coordina, cosicché esistano doppioni e lacune notevoli.

La Caritas diocesana, che a mio modesto parere dovrebbe essere il cervello e il cuore di queste realtà, non so per quale motivo risulta assolutamente assente.

Abbiamo ipotizzato, in passato, la “Cittadella della Solidarietà” per razionalizzare e coordinare almeno le attività caritative di Mestre; c’erano, a questo proposito, delle opportunità particolarmente favorevoli però, sia per immaturità culturale dei responsabili che dovevano dar corpo al progetto, sia per qualche altro elemento imprevedibile – quale ad esempio il cambio del Patriarca – non se n’è fatto più nulla. Oggi il progetto è stato definitivamente sepolto e vi si è messa sopra una pietra tombale di marmo duro e pesantissimo, denominato “carenza di soldi”!

In questi giorni, fortunatamente, è sbocciata un’altra timida e seppur limitata speranza: coniugare in un’unica realtà “il polo solidale del `don Vecchi'” con le strutture caritative della parrocchia di Carpenedo, dato poi che essendo esse tra le realtà più significative della nostra città, potrebbero offrire una testimonianza – almeno a livello cittadino – quanto mai significativa.

Il seme è stato piantato alcune settimane fa, ora non mi resta che innaffiarlo ogni giorno ed in ogni circostanza, sperando che finisca per fiorire e dar frutto.

Aspettando Godot

“Quello che devi fare fallo subito!” disse Gesù incontrando Giuda, suo discepolo infedele. Io mi trovo d’accordo con lui anche su questo punto. Non mi va proprio chi va per le lunghe, trascina avanti una pratica o un discorso.

Però non è solamente per questo motivo di ordine biblico che non riesco a capire ed accettare il tiramolla del Comune di Venezia circa il progetto del “don Vecchi 5” degli Arzeroni.

In Italia la crisi economica è giunta all’estremo, decine di migliaia di aziende chiudono, il settore edilizio, che tutti dicono sia al tramonto, è fermo, eppure ora che la nostra Fondazione ha un progetto di estrema valenza sociale, che in seguito farà risparmiare al Comune milioni di euro, riducendo il costo ormai iperbolico per il ricovero in casa di riposo per gli anziani non autosufficienti e offrirà una soluzione estremamente innovativa col suo progetto pilota, Il Comune aspetta, tergiversa, aggiunge ostacoli, avanza sempre ulteriori pretese e tarda ancora a dare la concessione edilizia.

Il “don Vecchi 5” costerà pressappoco sei milioni di euro, c’è un piano finanziario definito, un progetto elaborato da uno degli studi di architettura della città tra i più noti, una coda infinita di anziani che aspettano, eppure tutto è ancora aggrovigliato nelle ragnatele della burocrazia del Comune. Il progetto è stato presentato il 10 agosto, quindi sei mesi fa e la Fondazione ha dovuto sbrogliare una matassa infinita di problemi catastali che, sempre il Comune, aveva lasciato irrisolti.

Ora tutto è pronto, è stato fatto il progetto e il piano finanziario, è stata scelta l’impresa, s’è progettata una nuova strada… Tutto potrebbe partire domani, occupando decine e decine di operai. Perché tanta inerzia? Perché queste lungaggini?

La classe politica è di certo deficiente ma, peggio ancora, la burocrazia comunale non è per nulla agile, veloce, intelligente ed attenta al bene della collettività. Rimango convinto che non basta dimezzare il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali e comunali, ma finché non si dimagriranno questi enti di almeno due terzi di addetti, non ci sarà efficienza.

Un notissimo imprenditore della città un tempo mi ha confidato che ci sono studi americani quanto mai seri e dati scientifici che attestano che quando un’azienda supera un certo numero di burocrati, questa è destinata al fallimento perché essi producono fatalmente solamente “lavoro” cartaceo assolutamente improduttivo.

Il contrappeso

Qualche giorno dopo l’incontro col Patriarca e i colleghi al “don Vecchi”, ho avuto modo di partecipare alla riunione del consiglio di amministrazione della Fondazione, che mi ha “ricaricato” di sogni, progetti, coraggio e di ottimismo.

Il consiglio di amministrazione della Fondazione si riunisce ogni due settimane ed è diretto da don Gianni, il giovane parroco di Carpenedo che sprizza scintille. A sentire questo prete, pare che nella vita non ci siano ostacoli o, quando si incontrano, sembra che faccia parte del gioco saltarli senza esitazione e senza paura, che anzi eccitino a pigliarli di petto.

Il Comune, dopo la sua resa di darci l’area di viale don Luigi Sturzo per l’opposizione di qualche cittadino tutto preoccupato del proprio benessere e per nulla attento e disponibile al bisogno degli altri, ci ha proposto l’assegnazione, in diritto di superficie, di un’altra area praticamente interclusa e gravata da un’infinità di problematiche a livello catastale e di legami legali. Anche le persone più coraggiose, di fronte a quella tela di ragno, avrebbero desistito, mentre don Gianni, con pazienza certosina e fine abilità, ha dipanato quella matassa quanto mai imbrogliata. Ma i suoi collaboratori diretti, il ragionier Rivola, il geometra Groppo e il geometra Franz non sono da meno. Lanfranco Vianello, pure lui consigliere, e il sottoscritto, invitato per cortesia, si sono riservati la funzione di pungolare questi “cavalli di razza”.

L’ultima riunione del consiglio mi ha, più che entusiasmato, letteralmente galvanizzato. E’ stato appena approntato il progetto e reperito il relativo finanziamento, mentre non è ancora partito il cantiere del “don Vecchi 5”, la struttura pilota per anziani in perdita di autosufficienza, che già s’è posto sul tavolo un ventaglio di proposte per una nuova struttura d’accoglienza per i mariti divorziati, i disabili che cercano una vita autonoma ed un ostello per operai ed impiegati fuori sede.

Mentre ascoltavo, deliziandomi, questo fuoco di artificio di progetti di persone che non temono il futuro, ma anzi lo sfidano e ne vanno all’assalto, m’è venuto da pensare che se il Patriarca fosse capace di reclutare una cinquantina di persone del genere che, nonostante la famiglia e la professione, sono disposte ad impegnarsi come volontarie per l’aiuto ai cittadini più fragili, potrebbe dormire sonni più tranquilli.

In passato ho letto una preghiera in cui si chiede al Signore di mandare “uomini folli” per salvare il nostro mondo. Io proporrei che alle preghiere dei fedeli se ne aggiungesse, in tutte le parrocchie e in tutte le messe, una per ottenere anche “preti folli” perché di prudenti, pii, equilibrati e benpensanti ne abbiamo fin troppi, nonostante la carenza del clero.

Un’ottima “predica”

Qualche giorno fa un mio collega più giovane, – credo pur senza volerlo – m’ha fatto un’ottima “predica”, uno di quei sermoni che fanno pensare e mettono positivamente in crisi. Tutto questo non avviene facilmente, perché sono convinto che noi preti, predicatori di professione, siamo maestri nel trovare interpretazioni e scappatoie per cui “stiamo sempre a galla” e ci salviamo nonostante certe posizioni e certi comportamenti siano manifestamente poco conformi al Vangelo.

Vengo alla vicenda che mi ha portato ad ammirare e ad essere quanto mai toccato dal modo di pensare, ma soprattutto di agire, di questo mio confratello.

Gli anziani residenti al Centro don Vecchi di Campalto, dimorano, come qualcuno di loro ha felicemente affermato, “in una prigione d’oro”, ma sempre di prigione si parla perché a causa del traffico forsennato di via Orlanda, a mala pena e con pericolo possono muoversi solamente usando l’autobus; muoversi a piedi o in bicicletta sarebbe un suicidio certo.

Preoccupato anche per l’aspetto religioso, ho fatto due tentativi con due vecchi preti, però per motivi diversi sono andati male. Per grazia di Dio si è praticamente offerto un giovane prete della zona. Io, come comunemente si usa, gli avevo fatto avere una busta con l’offerta, che però egli ha respinto. Per Natale cercai di superare l’ostacolo facendogli avere “il panettone con un’offerta per la sua parrocchia”. Ma questo sacerdote, con una lettera quanto mai nobile ed edificante, mi rimandò l’offerta con queste parole che mi costringono ad una seria verifica personale. Spero di non essere indiscreto pubblicando il motivo del suo rifiuto, ma lo faccio solamente perché penso sia bene che i concittadini sappiano che ci sono anche dei preti di tale rigore, coerenza e delicatezza di coscienza.

Rev. Don Armando,
ho gradito il suo pensiero di riconoscenza, che un suo collaboratore mi ha consegnato la sera di Natale, ma ritorno indietro la somma che lo accompagnava. Non voglio essere scortese nei suoi confronti, e non metto assolutamente in dubbio le sue intenzioni, tuttavia io voglio essere fedele ad un principio che mi sono dato, quello cioè, per quanto è possibile, di fare qualsiasi servizio religioso, senza che esso sia “adombrato” da motivi economici, sia che figurino come offerta – compenso al celebrante o alla parrocchia o ai poveri o a qualsiasi altro scopo. Non entro qui nel discorso, che sarebbe lungo e complesso fare, sulla gestione economica delle parrocchie e sul sostentamento del clero. Sono sicuro che capirà questo mio desiderio.
Mi creda, quel grazie sorridente che gli anziani del Centro mi rivolgono alla fine della Messa, è per me più che sufficiente. A ben pensarci sono io che la devo ringraziare per l’occasione che mi ha dato.

Cordialmente,
29.12.12
(lettera firmata)

Un discorso del genere non può e non deve lasciarmi indifferente. Io finora mi sono comportato nella stessa maniera ogni volta che altri sacerdoti mi hanno chiesto qualche servizio religioso, né mai ho chiesto ai fedeli un centesimo per messe, funerali o matrimoni, però ho sempre accettato e accetto ancora ogni offerta che spontaneamente mi si dà in occasioni del genere, destinandola però interamente alle opere di carità.

Da queste offerte sono nati i Centri don Vecchi ed altre strutture di carità. Ripeto però che mi fa un immenso piacere e mi ha edificato quanto mai il discorso e il comportamento di questo mio confratello, offrendomi un’occasione per una verifica seria e rigorosa delle scelte che finora ho fatto.

Il costruttore benefico

Qualche giorno fa la direttrice della sede del Banco San Marco di Viale Garibaldi mi ha telefonato annunciandomi che un certo Ernesto Cecchinato aveva versato centomila euro a favore della Fondazione Carpinetum per la costruzione del “don Vecchi 5” per gli anziani in perdita di autonomia.

Di primo acchito non riuscii ad orizzontarmi, poi pensai alla telefonata di un responsabile dell’AVIS di Marghera che, qualche tempo prima, mi aveva chiesto le coordinate bancarie perché un novantenne di Bassano voleva fare un’offerta per il “don Vecchi”. Infine chiesi in banca l’indirizzo del generoso benefattore ed allora, pian piano, capii che si trattava di una cara e vecchia conoscenza: l’ingegner Ernesto Cecchinato.

Conobbi personalmente l’ingegner Cecchinato in un’occasione particolare che mi piace ricordare. Sapevo da sempre che questo professionista mestrino, assieme ad un certo “faccendiere” di Carpenedo, aveva bonificato le cave che soprattutto un altro paesano di Carpenedo, il signor Casarin, aveva scavato per cuocere i mattoni nella sua fornace. Nella periferia di Mestre, in quello che poi fu chiamato viale don Sturzo, si trovavano e si trovano tuttora degli strati di argilla con cui si facevano tegole e mattoni a mano in quantità. L’ingegner Cecchinato progettò e realizzò tutti quei fabbricati del viale che ora ha, ai bordi, due magnifici ed imponenti filari di pini marittimi.

Fu un’operazione terribilmente faticosa ed intricata, per la solita burocrazia comunale che anche attualmente mette i bastoni fra le ruote alla costruzione della Torre Cardin, ma che pure vent’anni fa non era meno ottusa ed ingombrante. Tali e tante furono le complicazioni e gli ostacoli, che questo ingegnere finì per prendersi un grave esaurimento nervoso da cui venne fuori dedicandosi alla pittura.

Otto o nove anni fa l’ingegner Cecchinato si presentò al “don Vecchi” chiedendomi se volevo accettare i suoi dipinti. Si trattava di 150 quadri ad olio, di buona fattura, già incorniciati. Li accettai di buon grado perché sono appassionato di pittura e perché mi dava modo di ornare l’immensa sala dei 300 ove ogni settimana celebro messa per i residenti. In quella occasione l’ingegnere mi regalò pure cinque milioni.

Ora questi paesaggi, come murrine ricche di colore, mi sorridono ogni volta che dico messa. Da sempre questi quadri mi ricordavano il volto buono e caro del concittadino costruttore. Ora quel ricordo si ravviva e si impreziosisce per il rinnovato gesto di fiducia e di solidarietà.

Al “don Vecchi” una targa di bronzo ricorderà per i secoli il munifico benefattore.

L’EX

Il criterio con cui accettiamo le richieste di entrare al “don Vecchi” è pressoché unico: il bisogno economico o esistenziale.

Abbiamo creato una griglia di valutazione, però essa si rifà fondamentalmente al criterio suddetto. In questa griglia sono assolutamente assenti altre indicazioni, quali militanza politica, pratica religiosa, irregolarità nei rapporti famigliari, storia del passato o i motivi per cui il richiedente è costretto a chiedere aiuto al nostro ente, il quale però non nasconde mai la sua matrice religiosa. L’accoglienza si rifà all’immagine evangelica della “rete buttata in mare e che raccoglie ogni sorta di pesci”. Da noi non c’è cernita alcuna.

Da questa scelta lucida e meditata abbiamo raccolto e stiamo raccogliendo ogni specie di uomo. Per fare qualche confidenza, meno di metà dei residenti viene regolarmente a messa, pur avendo “la chiesa in casa”. Alcuni – pochi ma ci sono – hanno rifiutato il sacerdote che chiedeva di dare la benedizione, alcuni vivono al Centro come fosse un albergo, vanno e vengono, talora degnandosi solamente di un accenno di saluto. Altri si occupano solo dei nipoti, ossia dei figli di quei loro figli che li hanno messi alla porta. Altri ancora non nascondono una certa avversione per il clero e per i suoi “derivati”. Altri sono prontissimi ad approfittare di ogni occasione vantaggiosa, mentre non sono disposti a muovere neppure un dito per la comunità che li ospita. E potrei continuare.

Questo è il volto negativo della medaglia, però c’è anche quello bello, anzi semplicemente meraviglioso. Credo che credere alla carità esiga pagare questo prezzo. Ci siamo proposti di rispettare le opinioni e i comportamenti di coloro che sono i più lontani dalle nostre convinzioni, perché crediamo anzitutto al valore della nostra testimonianza.

Fortunatamente ogni tanto arriva qualche riscontro che aiuta la nostra “fede”. Qualche settimana fa mi è giunto un foglio di una sessantottina radicale che militava in “Lotta continua” e che si dice di estrema sinistra: “Son venuta al don Vecchi perché costretta dal bisogno. Qui però ho incontrato un ambiente `laico’ che mi fa sentire a mio agio. Questa è la `mia casa’ e sono felice di spendermi tutta perché tutti possano vivere con serenità e fraternamente. Ringrazio Lei, don Armando, e il buon Dio perché mi fa sentire ancora viva”.

Al “don Vecchi” si paga poco, l’ambiente è signorile e ricco di cose belle, ma l’aspetto descritto da questa residente è forse una delle componenti più preziose ed esclusive di questa struttura pilota per anziani in difficoltà. Di ciò, confesso, provo orgoglio.