Il cespuglio di orchidee

Io abito in uno dei 315 alloggi dei Centri don Vecchi. Il mio alloggio è pressappoco grande come gli altri ed è situato in via delle rose, che rappresenta il “corso” principale del borgo degli anziani di Carpenedo. Ho, lo confesso, un privilegio, ossia uno studiolo, perché pensavo un tempo che mi potesse servire per qualche colloquio riservato, come avveniva quando ero in parrocchia. Alla prova dei fatti, quando mi serve, adopero uno dei tanti salotti, più o meno grandi, che sono a disposizione di tutti i residenti.

Il mio alloggio è piccolo, 49 metri quadrati, ma funzionale e grazioso: un soggiornetto con angolo cottura, la camera da letto, il bagno e perfino un poggiolo che s’affaccia sul grande prato incolto della Società dei 300 campi. Il mobilio è semplice, ma gradevole e le pareti sono tappezzate di splendide icone russe. Pur avendo abbandonato il grande stabile bianco del settecento che si affianca alla chiesa e che la mia perpetua diceva essere “un municipio” per la grandezza e l’andirivieni continuo di persone, mi sono adattato al mio piccolo guscio di noce e lo trovo quanto mai grazioso e gradevole.

Pago l’affitto come tutti, ben felice della mia dimora e non invidio di certo gli appartamenti più grandi e signorili o le villette che certi miei colleghi si sono costruiti per la loro vecchiaia. Al “don Vecchi” si respira l’aria di un paesino di campagna, raccolto intorno al campanile, ove tutti si conoscono e si salutano con amicizia. La vita scorre tranquilla e, come in ogni paese, l’osteria, che chiamiamo “bar” per essere moderni, è collocata nella “piazza grande” e rappresenta il cuore pulsante della comunità.

La mia casa è di per sé accogliente, ma molto spesso è ingentilita da piante in fiore che i miei “concittadini” mi regalano per i motivi più diversi. Da qualche giorno rallegra il soggiorno un bellissimo ceppo di orchidee bianche con una macchietta rossa al centro delle corolle. Mi piace, mentre scrivo sul grande tavolo, accarezzare con lo sguardo questi fiori silenziosi che se ne stanno appartati in un angolo della stanza, rendendo ancora più dolce il soggiorno. Papa Francesco direbbe che sono una “carezza” che dobbiamo accettare come un dono ed un segno di affetto. Queste orchidee me le ha regalate un gruppettino di giovani assistenti moldave ed ucraine che si prendono cura, notte e giorno, di tutti noi anziani del “don Vecchi”.

Questi fiori, che mi sono giunti da persone arrivate da noi da Paesi “in capo al mondo”, sono ora per me un segno di fraternità che apre il cuore ed una visione calda che non trova ostacolo né per le Alpi né per la lingua, motivo per cui mi sento, pur nel mio piccolo guscio, nel cuore dell’universo.

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