“L’adescatrice”

Qualche domenica fa il ciclo triennale della liturgia prevedeva la presentazione della pagina di san Luca che descrive il perdono di Gesù a Maria di Magdala, avvenuto durante un pranzo nella casa di un certo fariseo di nome Simone.

La lettura di questo brano, che inquadra la conversione di quella splendida figura che è la Maddalena, del modo con cui “si confessa”, chiede perdono ed è “assolta” da Gesù, mi ha sempre coinvolto e profondamente impressionato. La conversione a vita nuova e migliore di una creatura, è sempre un fatto meraviglioso che conforta, apre il cuore alla speranza e sprona a fare altrettanto per recuperare quella pulizia interiore che rimane per tutti un sogno ed una speranza di redenzione.

La riflessione su questa pagina del Vangelo ha ridestato nel mio animo un ricordo particolare legato a questo episodio. Tra i tanti amici che contavo un tempo tra gli artisti, c’era pure un pittore di talento, il triestino Roberto Joos, che faceva il giornalista al Gazzettino, ma che amava la tavolozza ben più delle pagine del nostro quotidiano. Joos mi propose di dipingere un quadro per la chiesa; al mio assenso mi chiese che personaggio o che “mistero” del Vangelo desiderassi che dipingesse. Sapendo che un artista riesce meglio quando affronta un tema che “sente”, lasciai a lui la scelta. Roberto scelse “La Maddalena” e la dipinse nell’atto in cui lascia il suo vecchio mondo sporco e guasto e, con uno sforzo quasi disperato, si aggrappa alle ginocchia di Gesù, quasi ad uno scoglio di salvezza.

La Maddalena di Carpenedo ha ancora addosso gli abiti del suo “mestiere”. Il quadro di Joos è veramente un bel quadro intenso e ricco di messaggio. Però, dopo che l’appesi alla parete, venne da me un vecchio superpraticante che mi chiese: «Che cosa, parroco, ha appeso alla parete della chiesa?». Gli risposi, un po’ compiaciuto: «Santa Maria Maddalena!». «Macché santa, quella è un’adescatrice che può rovinare la gioventù che viene in chiesa!».

Approfittai di questo ricordo per affermare con convinzione nell’omelia che il perbenismo dei farisei, che praticano formalmente tutte le novene e le tredicine, ma non sanno che cosa sia compassione, fiducia e possibilità di redenzione, non è per nulla scomparso dopo due millenni di storia cristiana.

M’è parso, alla fine della predica, che una gran parte dei fedeli, pensando ai fatti della loro vita, abbiano tirato un sospiro di sollievo e spero che siano meno perentori nel pronunciare condanne inappellabili.

Sant’Antonio a Ca’ Solaro

Io finisco sempre per innamorarmi delle cose che faccio. L’ultimo “amore” è il borgo di Ca’ Solaro. Il fatto che una piccola comunità immersa nel verde della nostra campagna non si sia rassegnata a vivere senza prete e senza momenti religiosi comunitari, è qualcosa che mi tocca profondamente.

Io mi reco a Ca’ Solaro una volta al mese, il primo venerdì. Di questo piccolo borgo mi piace un po’ tutto: la chiesetta pulita e ordinata, il signor Papa che funge da “diacono” e da punto di riferimento per le funzioni religiose, i fiori colti nel campo che trovo freschi sull’altare per la messa, le tovaglie bianche e lavate da poco, le signore che leggono i passi della sacra scrittura e cantano come se tutto il mondo le stesse ad ascoltare, e la piccola comunità di una trentina di persone – donne, anziani e qualche giovane – che ogni mese si presenta puntualmente senza bisogno che suoni la campana, visto che ora è a riposo perché si è rotto il castelletto. E poi mi piace quel clima familiare e discreto che incontro ogni volta, che mi offre un senso di intimità e di famiglia.

Il giorno di Sant’Antonio poi c’è stato quasi un pontificale: ha celebrato il parroco, don Michele, ed io ho fatto da assistente. Il coro, formato da elementi di San Pietro Orseolo, di Favaro e di Ca’ Solaro, ha animato la messa, la chiesa si è riempita come non mai di parrocchiani di Ca’ Solaro e di oriundi.

Dopo la messa il rinfresco sul sagrato con dolci fatti dalle donne del paese e vini dei vigneti di questa campagna fertile e generosa. Ho ritrovato finalmente il clima dei tempi andati, quando il mio vecchio parroco mi portava come chierichetto nelle frazioni del mio paese natio per la celebrazione della santa messa.

Le parrocchie della città, almeno quelle che io conosco e frequento, sono belle, efficienti ed animate, ma a Ca’ Solaro trovo qualcosa di più caro; sembra proprio una comunità al naturale per la cordialità, il clima affettuoso e semplice, una religiosità elementare e genuina, senza fronzoli e sofisticazioni. Ringrazio ogni volta il buon Dio che mi riporta alle esperienze lontane che hanno maturato la mia fede e la mia vocazione.

Integrismo

Come non posso seguire con attenzione e preoccupazione emotiva la vicenda di una comunità in cui ho vissuto i miei migliori 35 anni di vita e alla quale ho dedicato ogni mia risorsa?

Al mercoledì esce “Lettera aperta”, il periodico che ho fondato nell’ottobre del 1971, una settimana dopo aver “preso possesso” della parrocchia.

A Carpenedo la contestazione del ’68 giunse un po’ in ritardo, era la coda di quel fenomeno così radicale, da un lato devastante e dall’altro purificatore, della società e della Chiesa in tutte le sue articolazioni. Sapevo che in parrocchia era forte e gagliardo il vento di contestazione, soprattutto tra i giovani, e sapevo pure che qualcuno aveva sparso la voce che io ero un conservatore. Presi “il diavolo per le corna” e nella prima predica dissi chiaramente e con forza che io ero della Chiesa di Paolo sesto, il pontefice “regnante” d’allora.

Il giorno dopo una delegazione di giovani che aveva capito fin troppo bene l’antifona, venne a chiedere di trasformare la messa delle 10 in assemblea pubblica per dibattere i problemi della parrocchia. Rifiutai e fu guerra, una guerra per cui mi dissero che se anche mi avessero sparato l’avrebbero fatto per il bene della comunità e se io avessi costruito il patronato, essi l’avrebbero distrutto. Capii immediatamente che dovevo crearmi uno strumento per parlare alla comunità ed oppormi a certe tesi che giudicavo pericolose.

La domenica dopo usciva il primo numero di “Lettera aperta” col sottotitolo: “Settimanale con il quale il parroco parla alla comunità”.

“Lettera aperta” fece fortuna e si impose all’attenzione non solo della parrocchia, ma della città e i sessantottini di Carpenedo si dissolsero presto come neve al sole.

Don Gianni, il parroco attuale, pure lui tiene ben stretto nelle sue mani il periodico, ma lo fa con stile diverso, di certo meno polemico e meno angoloso del mio. Il pensiero corrente e l’opinione pubblica è ora molto diversa da quella del mio tempo.

Qualche settimana fa però, egli pubblicò un corsivo di una parrocchiana, a mio avviso integrista, amaro e sprezzante. Non riuscii a capire perché l’avesse pubblicato. La settimana dopo però don Gianni è intervenuto personalmente per ridimensionare l’intervento precedente che rappresentava lo scontro, oltre che fra la generazione al tramonto e quella all’aurora, tra modi di pensare estremamente diversi, anzi contrapposti. La settimana successiva ancora, forse per bilanciare le tesi contrapposte, il giovane parroco pubblicò un altro intervento di un giovane, di stile e contenuto, anche se più articolato e motivato, pure sferzante e, a mio parere, integrista.

Questo “dialogo” m’è parso né bello né costruttivo. Una volta ancora constato che l’integralismo genera altro integralismo di segno opposto. Queste cose succedono però anche in tutte le “migliori famiglie”. Mi auguro che il tutto sia segno di vitalità e di partecipazione al dibattito assai vivo nel Paese a questo proposito.

I miracoli della sagra

Sono ormai passati quasi dieci anni da quando sono uscito dalla parrocchia. Tante cose sono cambiate, comunque sono molte ancora le “vestigia” del vecchio mondo che ho lasciato; vestigia rimaste non come “magnifiche rovine”, ma come “piante” quanto mai cresciute e frondose.

In occasione della sagra, che festeggia quest’anno i ventun anni dalla nascita, m’è venuta voglia di visitare il padiglione nel quale è stata allestita una mostra fotografica che documenta l’impegno della comunità a favore del terzo mondo: India, Filippine ed Africa.

Ho incontrato alcuni veterani di quello splendido gruppo che ha realizzato delle opere imponenti e straordinarie e che ha continuato ad estendersi sia dal punto di vista geografico nel soccorso ai poveri del terzo mondo, che da quello del numero dei soccorritori.

Ho chiesto a Gianni Scarpa, veterano del gruppo e uno dei “padri fondatori” del gruppo per il terzo mondo di Carpenedo, quante siano attualmente le adozioni a distanza. Mi ha risposto che le adozioni a distanza in atto sono circa tremila, poi mi ha mostrato con legittimo orgoglio, misto a vera commozione, il primo ragazzino indiano che Edy, sua moglie, e lui, hanno adottato vent’anni fa, ora laureato e docente universitario.

Ho continuato a scorrere rapidamente le moltissime fotografie disposte in quell’ordine perfetto e pignolo che è proprio di Gianni. Ho rivisto il grande dormitorio annesso al college, costato 80 milioni di lire, costruito in India mentre ero ancora parroco, e le cucine, i pozzi, le scuole, le tante costruzioni che ora non si contano più.

Visitata la mostra m’è venuta voglia di fare quattro passi nel terreno della sagra tra i padiglioni, i giochi per i bambini, la piattaforma per il ballo, le cucine e mille altre cose ancora. Erano le 18,30 e c’era già una lunga fila in coda per prenotare la cena e un profumo quanto mai invitante di crosticine. M’è parso tutto tanto grande, tanto complicato, con tanti operatori, molti dei quali li ricordavo, ma tanti altri m’erano del tutto sconosciuti. Mi son sentito quasi smarrito in quella confusione festosa, tanto da chiedermi se io sarei mai capace di mandare avanti una “baracca” così imponente e complessa.

Poi, d’istinto, riandai alla radice di quella “quercia” tanto solida e fronzuta, al motivo che mi aveva spinto vent’anni fa a piantare il piccolo “seme di sagra”. La comunità, a quel tempo, era nettamente spaccata in due: da una parte la chiesa, dall’altra il bar della piazza e la sede del PCI in via Ligabue. Ognuno aveva i suoi fedeli, ognuno, pur battezzato, credente e sposato in chiesa, camminava per la sua strada. Quelli del prete e quelli della piazza, due binari nati con la fine dell’ultima guerra. Le salsicce ai ferri, la piattaforma e la pesca fecero “il miracolo”. Si, la sagra ha fatto il miracolo che tutti si ritrovassero assieme per alcuni giorni di festa e di cordialità.

Tornando al “don Vecchi”, un po’ stordito per quel “marchingegno” così complesso ed animato, mi son detto: «Spero proprio che la sagra continui a far miracoli!».

Finalmente le ruspe!

Non vorrei dar troppe informazioni sui tragitti che sono solito percorrere, perché a qualcuno, a cui spesso rompo le scatole, non venga in mente di metterci l’esplosivo come a Capaci! Per fortuna l’essere un povero diavolo che si permette di fare solamente qualche “denuncia”, da un lato non scuote granché la nostra società sonnolenta, che continua a dormicchiare e a pensare ai fatti suoi, dall’altro lato oggi non mette affatto in pericolo la mia vita.

Mi reco due volte a portare la buona stampa in ospedale. Ormai da oltre un paio d’anni non sono più impegnato nella pastorale diretta dell’ospedale, ma credo che non ci sia degente ed assistente medico o impiegato che non conosca le mie idee e i miei messaggi.

Due volte la settimana porto dunque, assieme a suor Teresa, una tonnellata di buona stampa, “L’Incontro”, “Il sole sul nuovo giorno”, “Il libro delle preghiere” che regolarmente volontari generosi distribuiscono ai degenti e i parenti prendono dagli espositori.

Penso che da anni alcun operatore pastorale abbia la gioia di offrire “la buona notizia” al migliaio e più di persone che ruotano, per un motivo o per l’altro, attorno all'”Angelo”.

Dopo aver deposto la stampa nei luoghi strategici, ritorno al “don Vecchi” per la nuova grande strada che gira alle spalle dell’ospedale per andare a congiungersi al Terraglio nei pressi di Villa Salus.

L’altro ieri, alla seconda rotonda – quella che è di fronte al MacDonald, girai lo sguardo dalla parte opposta e vidi finalmente una gran ruspa che asportava la terra per far posto al sedime della strada che congiungerà questa rotatoria al Villaggio solidale degli Arzeroni del quale farà parte il “don Vecchi 5”.

Credo che Mosè, alla vista della Terra Promessa, non sia stato più felice di me. E’ vero che Mosè impiegò 40 anni per arrivare alla terra promessagli dal buon Dio, mentre io e gli amici della Fondazione ce ne abbiamo messi soltanto tre, ma quanti ostacoli, quanta fatica!

Le ruspe dovranno spostare l’equivalente di cento camion di terra per creare il sedime e portarne altri cento per riempirlo di ghiaione, comunque “il dado è tratto”, come disse Cesare quando passò il Rubicone; ora non si tratta che di proseguire, sperando che il Signore ce la mandi buona.

Intanto confesso che mai mi sono accorto di quant’è bella una ruspa, che con quelle sue mani dalle lunghe unghie solleva la terra. Grazie Signore, per nostra sorella ruspa!

I soldati di ventura

Quante volte, soprattutto quando ero a Venezia, non ho ammirato in campo dei santi Giovanni e Paolo, la possente statua equestre del Colleoni. Quel campo di Venezia ha, a nord, quello splendido ricamo della facciata del convento dei domenicani che è diventato, con i secoli, la sede scomoda dell’ospedale civile. A destra la splendida facciata della chiesa dei santi Giovanni e Paolo, la chiesa più grande di Venezia ove i domenicani, ordine dei predicatori, parlavano alle folle di fedeli. Al centro il monumento al Colleoni, il celebre condottiero, capitano di ventura, che ha “lavorato” per molti anni ed ha ben meritato presso la Serenissima.

Io che sono cresciuto durante il fascismo e sono stato educato all’amor patrio, ho sempre provato un senso di repulsione per questi soldati di ventura che si mettevano al servizio di qualcuno e combattevano non spinti da amor di Patria, ma dagli ingaggi assai generosi. Nutro pure un sommo rispetto per i nostri soldati di professione che si offrono come volontari di pace, di libertà o di democrazia e partono per tutti gli angoli del mondo dove questi valori sono minacciati, ma sempre mi sorge il dubbio che i diecimila euro al mese di ingaggio siano forse più determinanti che quegli alti ideali che spesso fungono da paravento ipocrita.

Passi per i nostri “volontari” che partono in “missioni di pace” armati fino ai denti, però quello che mi è ancor più difficile capire ed accettare sono altri “soldati di ventura”, ossia i giovani dei centri sociali e perfino uomini che incutono soggezione per le loro pretese di promuovere libertà, giustizia e democrazia, mentre sono super addestrati per combattere la polizia, per bruciare automobili, rompere le vetrine dei negozi, per lanciare bombe Molotov e per disselciare le strade.

Questi soldati di ventura sono onnipresenti ove c’è una qualche opportunità di menar le mani. Ricordo le loro epiche imprese per il G8 di Genova, contro la base Del Molin a Vicenza, la TAV in val di Susa, in bacino san Marco contro le grandi navi, a Roma, Napoli, Taranto….

La magistratura pare abbia un occhio di riguardo perché le loro devastazioni non sono solo devastazioni, ma “devastazioni politiche”.

Ricordo quel povero carabiniere che si è difeso per non essere bruciato vivo nel suo mezzo e, purtroppo, avendo fatto partire un colpo, ha ucciso il suo assalitore: lui è diventato un criminale per una certa parte politica, mentre l’assalitore, nuovo “soldato di ventura”, un eroe!

Ogni volta che passo per campo san Giovanni e Paolo e vedo il monumento al Colleoni, temo che prima o poi si edifichi in piazza san Marco un monumento a Casarin che è pure un condottiero dei “soldati di ventura” dei nostri giorni.

Le carceri in affitto

Io sono un uomo che risparmia a tutti i livelli e quindi cerco di non buttar via neppure un secondo. In questa ottica avrei scrupolo di coscienza anche a sprecare i venti minuti che impiego ogni giorno per il tragitto dal “don Vecchi” al cimitero e viceversa. Impiego questo tempo, come ho già detto altre volte, ascoltando radio radicale, che è l’unica emittente tanto seria da non indulgere mai in programmi di intrattenimento sempre banali.

In questo momento la radio di Pannella e della Bonino non fa altro che parlare del problema delle carceri, giudicate sovraffollate, vecchie, disumane, incivili, tanto che Pannella & Co. accusa lo Stato italiano di essere criminale. Questo i radicali non lo dicono da oggi, ma da decenni e io, dal giorno in cui sono entrato a Santa Maria Maggiore col Patriarca Roncalli per celebrare colà la messa di Pasqua, la penso esattamente come loro. Avevo avuto un sussulto di speranza con la ministro Severino che propugnava, nel suo breve periodo di Ministro della Giustizia, pene alternative a quelle della detenzione in gabbia. Purtroppo lei, che di carceri penso se ne intendesse essendo un avvocato di grido, se n’è andata troppo presto assieme al suo “principale” Mario Monti.

La Cancellieri non so come la pensi, comunque anche in questo settore specifico soltanto, una “rivoluzione” della portata di quella francese o russa potrebbe farci sperare che qualcosa possa cambiare.

Qualche domenica fa, però, mentre me ne stavo andando dopo la messa, mi ha raggiunto un signore che di certo legge “L’Incontro” e perciò sapeva come la penso a proposito di carceri, e m’ha donato un volume sull’argomento: “Uccidiamo il criminale?”, di Mario Ottoboni. Non ho ancora terminato di leggere il volume quanto mai interessante soprattutto per gli “addetti ai lavori”, ma anche per chi ha a cuore la dignità dell’uomo e il suo recupero ad una società corretta.

Leggendo il percorso che è proposto per i carcerati, si capisce immediatamente che non prevale l’azione punitiva – che non serve a nulla – ma la vera rieducazione e il coinvolgimento in questo percorso di tutte le realtà che girano attorno al carcere. Confesso che mi ha stupito quanto mai il discorso di affidare ad enti privati, distinti dalla burocrazia pesante, costosa ed inconcludente dello Stato, la gestione delle carceri, soluzione che ne rende infinitamente meno costoso l’onere per la collettività.

Vangelo e Costituzione

Le mie letture provengono tutte dalla produzione del mondo cattolico, sia come volumi che come periodici. Non mi sento di imbarcarmi in terreni sconosciuti e pericolosi per la mia fede, sapendo di non essere culturalmente attrezzato per difendermi da tesi portate avanti dal mondo laico, agnostico ed ateo che caratterizza la gran parte della cultura e dell’opinione pubblica del nostro tempo.

Talvolta ho persino paura che qualcuno possa minare in maniera seria e pericolosa quella strutturazione religiosa e teologica che mi sono costruito con fatica durante tutta la mia vita. Talvolta avverto qualche piccola crepa, qualche cedimento, qualche parete con infiltrazioni estranee, però ho la sensazione che gli elementi portanti reggano ancora bene.

Questa relativa serenità la debbo soprattutto alle “frequentazioni” dei “profeti del nostro tempo”: da don Mazzolari a don Milani, da papa Giovanni al vescovo don Antonino Bello, da padre Turoldo a don Gnocchi. E poi quella bella schiera di scrittori cattolici d’oltralpe: Maritaine, Peguy, Mauriac, Mounier ed altri ancora.

Però in questi ultimi anni la mia riflessione si fa particolarmente attenta ed appassionata su questi valori che la gerarchia ecclesiastica chiama “irrinunciabili”. Sono totalmente d’accordo col magistero ufficiale della Chiesa, rivendico in maniera assoluta il diritto che la Chiesa li possa proporre, con ogni suo mezzo, ai “fedeli” come agli “infedeli” del nostro Paese e del mondo intero, ho però sempre qualche dubbio in più che si pretenda di imporre questi splendidi e preziosi “tesori” per legge.

Don Gallo, che ho conosciuto recentemente, afferma che il cristiano di oggi deve avere come guide religiose e civili, il Vangelo e la Costituzione. Credo che il Vangelo debba essere per i cristiani credenti una legge assoluta e inderogabile e di esso si deva fare una legittima proposta per tutti, mentre per quello che riguarda la vita civile, come cittadini d’Italia, il codice fondamentale debba essere la Costituzione e solamente essa debba essere il comune denominatore per credenti e non credenti.

Lo Stato deve garantire in maniera assoluta che i credenti possano vivere integralmente i valori e le norme della loro fede, mentre temo che non sia neppure “cristiano” pretendere che anche chi non crede e non condivide la proposta evangelica debba adeguarsi per legge a ciò che noi cattolici crediamo. In tempi lontani vigeva la norma che la religione dei cittadini doveva essere quella del loro re, oggi però, fortunatamente, ne abbiamo fatto della strada a questo riguardo.

Un rimpianto ingiustificato

Non so da quanto, comunque la Chiesa da molto tempo, come ha dedicato il mese di marzo alla devozione di san Giuseppe, maggio alla Madonna, ha pure dedicato il mese di giugno alla devozione del Sacro Cuore di Gesù.

Io ho vissuto la mia fanciullezza quando questa devozione era quanto mai in auge. Ricordo che nel mio paese natio, piccolo borgo di campagna che si adagia tranquillo e sonnolento a ridosso dell’argine sinistro del Piave, nella chiesa parrocchiale ricostruita dopo la prima guerra mondiale in stile neoromanico a tre navate, c’era nell’abside della navata di sinistra un altare dedicato al Sacro Cuore. Sopra l’altare troneggiava una statua di terracotta dipinta, con l’immagine tradizionale di Gesù col cuore rosso sangue in mano.

A quel tempo quel singolare atteggiamento non lo trovavo strano, ora questo sezionamento da tavola anatomica mi crea un rifiuto istintivo, ma allora le prediche, la coroncina del sacro cuore, la messa dei primi nove venerdì del mese che ci “garantivano” comunque il Paradiso, mi facevano trovar naturali queste iconografie.

Anche quest’anno, all’inizio del mese di giugno, sulla scia di quelle esperienze della prima infanzia, invitai i miei cari fedeli a prendere coscienza di come e di quanto Gesù ha amato l’uomo e ci ha insegnato ad amarlo pure noi. D’istinto, parlando di questa pietà, mi venne da rimpiangere la chiesa affollata di gente, le comunioni generali di un tempo, mentre ora pare che i fedeli lascino passare sopra i capelli questo invito a scoprire il vero volto di Gesù: non quello effeminato dei santini, ma quello robusto, virile, appassionato del Cristo del Vangelo.

Quest’anno, mentre parlavo di questo argomento, ebbi la sensazione che il punto di riferimento per questo invito a scoprire il Cristo storico, fosse più il Gesù di Pierpaolo Pasolini che quello di santa Margherita Maria Alacoque.

In quest’ultimo tempo della mia vita mi appassiona ogni giorno di più l’impegno a tradurre la fede e la religiosità appresa nella mia infanzia in qualcosa di nuovo e di più aggiornato, per renderne la sostanza accettabile e credibile alla gente del nostro tempo. Constato che questa è un’operazione difficile, che sono pochi i preti a farlo, ma che è sempre più urgente e necessario farla, se non si vuole che Cristo sia messo in soffitta tra le cose vecchie che non servono più.

Più miracoli che nel passato

Un tempo si portava, a prova della divinità di Cristo, i miracoli che ha fatto durante i tre anni della sua vita pubblica. Gesù stesso ha più volte affermato che aveva guarito perché la gente credesse che Egli era mandato dal Padre e parlava e agiva in Suo nome e perciò la sua parola era veritiera. Nel Vangelo si legge più volte che i miracolati s’erano aperti alla fede, come pure tanta gente che era stata testimone di quei fatti miracolosi s’era convertita ed aveva creduto in lui.

Ora pare che gli uomini del nostro tempo non poggino più la loro fede su fatti miracolosi che la scienza non sa spiegare, anche se è pur vero che la gente credente, come pure la non credente, accorre a folle nei luoghi ove si dice che la Madonna sia apparsa, abbia parlato o abbia anche compiuto dei miracoli.

L’avidità dello spettacolare, dello straordinario, ha avuto sempre un fascino particolare sul popolo. Basti pensare ai milioni di cittadini che accorrono a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje, ma pure a sant’Antonio, a Pompei e in mille altri santuari o località ove si dice sia avvenuto qualcosa di portentoso.

Io non ho mai provato questo prurito del portento, condividendo il pensiero di un famoso entomologo il quale affermò: “Io non credo in Dio, perché lo vedo nella natura e nel Creato. Un fiore di campo, il volo o il canto di un uccello, il sorriso di un bambino, la grazia di una donna, il cielo stellato o la maestà delle montagne parlano alla mia ragione di Dio in maniera così immediata ed eloquente da non aver bisogno di aggiunte di nessun genere»

A proposito di miracoli, proprio alcuni giorni fa, soffrendo di una brutta influenza con tosse, raffreddore e febbre, mi fu ordinato dalla dottoressa che si cura della salute dei residenti del “don Vecchi”, una serie di pastiglie di antibiotico. Una volta guarito, mi venne da pensare che io stesso sono stato più volte miracolato. Prima il tifo, poi una pleurite essudativa, quindi un tumore all’intestino, poi un altro al rene che mi fu infatti asportato, e qualche altro malanno attuale. Ma sempre me la sono cavata.

Per me il buon Dio si serve dei medici e di tante altre persone dotate di una intelligenza, che pure essi hanno ricevuto dal Creatore e, attraverso loro, ci fa capire che, a momento debito, interviene per manifestarci la sua bontà e la sua misericordia. Dio fa ancora miracoli, meglio e più di quanti ha fatto suo Figlio Gesù quando visse con noi. Dio ci è vicino come sempre, siamo noi che spesso siamo tanto ciechi da non “vedere”.

Sorella acqua

Ci sono certe pagine della Bibbia che oltre ad essere poesia, sono pure preghiere e lode a Dio per la sua bontà e per la sua munificenza.

Leggo sempre tanto volentieri quella pagina in cui lo scrittore sacro fa dire all’orante una lauda veramente stupenda con cui canta la gloria di Dio e, fiducioso e devoto, lo ringrazia per gli elementi della natura: il sole, il bel tempo, i ghiacci, le nevi e la pioggia. Questo devoto dimostra una fiducia così assoluta nel Creatore, che lo loda per ogni evento bello come per quelli che noi poveri, meno fiduciosi, riteniamo essere, se non un castigo, almeno una amara calamità.

San Francesco poi, che oltre ad essere santo era anche poeta, nel suo magnifico Cantico delle creature, ha una lode particolarmente bella per l’acqua “umile e casta”. Io confesso che sono ancora molto lontano da questa fede “senza ma, chissà, perché”, come recita Trilussa, il noto poeta romano.

In questa interminabile “primavera” si sono alternate, tutti i santi giorni, piogge di ogni tipo: uggiose, piovaschi, scrosci, tempestate, temporali: infatti è caduta pioggia per tutti i gusti e in sovrabbondanza. Vedendo i campi allagati, le semine dilazionate, i raccolti compromessi, ma soprattutto i fiumi esondati, i torrenti e i canali minacciosi che han preoccupato ed anche allagato casolari e minacciato città, tante volte mi sono chiesto il senso di tale evento.

Ho scartato subito la risposta più immediata e tradizionale: “castigo di Dio!”, però ho trovato una qualche difficoltà a comprendere e ringraziare il Signore per una calamità che pare non intenda a smettere.

Detto questo ritorno su concetti che ho già espressi anche recentemente: il monito a non violentare la natura per colpa del nostro egoismo e la presa di coscienza che, nonostante tutte le nostre conquiste scientifiche e la nostra prosopopea, rimaniamo ancora delle povere creature fragili e in balia degli eventi. Infine ho pensato che il Signore sa “scrivere dritto anche su righe storte”, come dice un proverbio spagnolo; quindi è ancora preferibile cercare il lato positivo e fidarci del buon Dio piuttosto che arrabbiarci e disperare.

La legge!

Finalmente si è conclusa la vicenda della custodia delle biciclette dei trecento anziani ospiti nel “don Vecchi” di Carpenedo. La storia è lunga e quanto mai amara e merita di essere raccontata per constatare che i romani avevano ragione quando già duemila anni fa hanno sentenziato “Summa jus, summa iniuria” (traduco alla buona: “anche la legge più perfetta, fatta per il bene della comunità, talvolta si rivela una ingiustizia clamorosa”).

Una decina di anni fa chiesi ad un architetto di fare un progetto ed ottenere il permesso per creare un deposito per riparare le biciclette. Il “don Vecchi” di Carpenedo è composto da 192 alloggi ed ospita circa 300 anziani. Di questi residenti una decina o poco più, posseggono ancora l’automobile, 150 circa vanno a piedi o in autobus e tutti gli altri posseggono ancora una bicicletta. M’è parso giusto che questo “prezioso patrimonio” fosse difeso dalle intemperie. Il motivo per cui le cose non sono andate per il giusto verso non l’ho ancora capito. Forse c’è stato uno sbaglio, forse gli operai hanno interpretato male i disegni. Quello che purtroppo ho capito bene è stato il fatto che un “parrocchiano fedele” che non c’entrava nulla nella questione, ha fatto ben tra denunce per quella che egli, esperto di queste cose, ha ritenuto una irregolarità ed ha pensato che un prete prepotente dovesse essere punito.

Per questa vicenda, prima c’è stata erogata una multa di cinquemila euro, poi ci han fatto togliere le pareti di questa custodia, dopo per mesi siamo andati avanti con visite di vigili, con suggerimenti vari che dicevano potessero sanare l’illecito; infine, per non danneggiare il professionista che aveva firmato il progetto, abbiamo dovuto togliere anche la copertura perché il “gabbiotto” diventasse legale, mentre quello che è stato fatto in piazza San Marco sotto il campanile, forse sarà fatto togliere solamente per motivi di carattere estetico e di convenienza.

Ora le biciclette dei nonni sono sotto il cielo “riparate” da tre profilati in ferro larghi qualche centimetro, ma comunque “giustizia è stata fatta!”. Abbiamo possibilità di collocare la struttura in altri luoghi, ma con il cantiere per il “don Vecchi 5” appena aperto, distrarre soldi da questa partita sarà ben difficile.

Credo che sia doveroso che i cittadini sappiano quale compenso riceve chi si occupa degli anziani più poveri ed altrettanto conoscano lo zelo per la legge di certi cittadini, di certi vigili, di certi funzionari comunali e di certi magistrati!

La visitazione

Le feste della Madonna offrono sempre al mio animo un dolce sentimento che profuma di famiglia e di calda maternità. In questa cornice ed in questa atmosfera questa mattina ho celebrato la festa della Visitazione, ossia il caro “mistero” cristiano che fa memoria dell’aiuto offerto dalla Vergine Maria all’anziana cugina Elisabetta.

Il lontano ricordo dell’ode con cui Alessandro Manzoni racconta poeticamente questo evento, forse mi ha sempre aiutato ad avvolgere di incanto e di poesia questo episodio della vita della Madonna. Non ricordo esattamente le parole con cui l’autore dei “Promessi sposi” descrive questo evento, ma ho ben presente l’atmosfera dolce, incantata e ricca di poesia che sprigiona dall’ode manzoniana. Ho negli occhi, bella e fresca, l’immagine di questa ragazza che già sente ineffabile la presenza del figlio che sta germogliando nel suo grembo, mentre prende il sentiero della montagna e che, con passo lesto e leggero, va ad offrire il suo aiuto e dire la bella notizia che le canta nel cuore, alla sua anziana cugina bisognosa di aiuto. Com’è poi un’esplosione di beatitudine l’incontro delle future madri di Gesù e di Battista.

Però, tra tanta luce e tanta gioia, da questo dolce mistero emerge anche un insegnamento forte e preciso. Maria non si fa supplicare o tirare per la manica per andare a portare aiuto all’anziana bisognosa ma, pur vivendo il momento soave dell’attesa, spontaneamente lascia i preparativi per la nascita vicina, la casa e lo sposo, per offrire il suo sorriso e le sue mani laboriose e care ad Elisabetta in difficoltà.

Tra tanta soavità emerge un messaggio che qualcuno ha recepito ed attuato in maniera esemplare. Proprio in questi giorni ho letto una serie di servizi su don Oreste Benzi, il prete romagnolo che ha lasciato alla Chiesa e alla nostra gente una testimonianza esemplare di carità da Vangelo. Don Benzi, con la sua tonaca sdrucita e logora e la sua calotta in testa, usciva di notte per cercare e recuperare ad una vita degna le prostitute e nelle sue innumerevoli case-famiglia le porte erano e sono sempre spalancate, per accogliere i “rifiuti dell’umanità”.

Nel volume di don Gallo che sto leggendo, “Come un cane in chiesa”, questo “prete estremo” dei bassifondi del porto di Genova, scrive: “La domenica, dopo la messa, a tavola mi piace invitare e condividere il pasto con i gay, le lesbiche, i transgender, i transessuali: sono loro che hanno bisogno del nostro ascolto e della nostra accoglienza”.

Questi sono i cristiani che han “letto” il Vangelo in maniera seria ed onesta! Questi sono i preti che mi mettono in crisi e che mi fanno arrossire!

La zingara

Questa mattina, mentre mi stavo riordinando le idee per mettere a punto l’organizzazione degli impegni e degli incontri della giornata, mi ha raggiunto nella sagrestia della mia “cattedrale” una zingara che bazzica spesso in cimitero per questuare.

Questa giovane donna, sui trenta trentacinque anni, in atteggiamento mesto e compunto, si è seduta senza un mio invito nella sedia accanto al mio tavolo ed ha cominciato a rovistare nella borsa per presentarmi il motivo specifico della sua richiesta di aiuto: era una scatola quadrata che un tempo aveva contenuto delle medicine. Le ripetei quello che già due altre volte le avevo detto: «Venga al “don Vecchi”, là ho modo di farle avere generi alimentari, indumenti e frutta e verdura», ma mentre le altre volte, in attesa che lei approfittasse della mia offerta, le avevo sporto qualche euro, questa mattina, richiamandomi ai discorsi passati, rimasi fermo nella mia decisione, pur sapendo che il mio rifiuto m’avrebbe tormentato durante la messa che stavo per celebrare e per tutto il giorno. Lei insistette un poco, poi se ne andò, delusa, quasi l’avessi insultata o bastonata.

La zingara è una degli Udorovich che abitano nelle casette per i sinti costruite dal Comune, il villaggio che spesso tien banco sui giornali locali per i furti, le baruffe e i colpi di pistola tra i membri delle etnie diverse ed ultimamente anche per il rifiuto collettivo di pagare la luce e i venti, trenta euro di affitto.

Nonostante tutto questo ci rimasi male per il rifiuto, ricordandomi del parere espressomi anni fa da una “piccola sorella di Gesù” che mi disse che, a suo umile parere, un “piccolo segno di solidarietà” è sempre positivo.

Dissi messa male e poi, ad aumentare il mio turbamento e – confesso pure – il mio rimorso, mentre celebravo, è stata la vista di una vecchia conoscenza entrata in chiesa, una persona che normalmente mi fa delle offerte generose. Infatti, appena finita la messa, la mia amica, quasi centenaria, avendo appena ricevuto la pensione, mi ha dato 200 euro.

Ho un bel dire che non ho né vizi né capricci – infatti risparmio perfino usando più a lungo possibile la vecchia lametta per la barba e quanto ricavo lo destino tutto per il “don Vecchi 5” – però il disagio e il rimorso mi resta. Non so proprio chi possiede milioni come possa vivere tranquillo!

La Biennale

Ci risiamo! Ad anni alterni arrivano a Venezia gli “artisti” di tutto il mondo, non a portarci un messaggio di armonia e di bellezza, ma per propinarci le stravaganze, le brutture e le peggiori profanazioni dell’uomo e della natura, riempiendo la nostra città – che si può definire senza timori di smentita, “il tempio dello splendore, dell’armonia e dell’arte” – di mostruosità che dissacrano non solo il senso del bello, ma le più elementari norme del buon gusto e della correttezza.

Io non so quanto ci costi la Biennale e neppure che cosa si ricavi da questa rassegna di cose strampalate e spesso disgustose, ma anche se i vantaggi economici fossero positivi, non so se sia giusto prestarci ad accogliere il frutto di menti malate ed irrequiete.

Dicono che gli alberghi hanno il pieno per la Biennale e che arrivano i vip del mondo intero, però questo evento che è contrabbandato sotto il paravento prestigioso dell’arte, ritengo che sia invece quanto mai diseducativo e che favorisca il fenomeno già incombente di un modo di vestire, di parlare e di comportarsi di cattivo gusto, che è già sfociato nel bullismo dei nostri ragazzi e nel vivere sgangherato di una parte ormai consistente della nostra gente.

Ci sarà qualcuno che mi farà osservare che per la Biennale vengono personaggi di ogni Paese; io ritengo che essi siano i soliti perditempo arricchiti sulla sofferenza dei poveri e che siano del tutto simili a chi un tempo andava a vedere curiosità come i nani e i grassoni dei baracconi nelle fiere paesane.

Prestarci a questo imbarbarimento di costume ritengo che sia quanto mai deplorevole da parte della nostra amministrazione comunale, la quale ha il compito non solo di preoccuparsi del benessere dei cittadini, ma anche quello di promuovere la qualità della vita e della crescita civile.

Do per scontato che qualcuno della intelligentia, o illuso di appartenervi, mi accuserà di oscurantismo, però sento doveroso e ritengo giusto dar voce a tanta povera gente che lavora, suda e soffre, mentre tanto denaro pubblico va sprecato per qualcosa di brutto e sconveniente. Io di certo non andrò alla Biennale, perché mi è già di troppo scorgere ogni giorno le immagini delle “opere d’arte” che abbrutiscono Venezia e leggere le critiche talvolta ironiche e talora codine che appaiono sui giornali e credo che, come me, il nostro popolo non perderà tempo per vedere direttamente la dissacrazione del bello e del sensato.