Don Armando Trevisiol


Archivio di giugno 2009

Di più e di meglio

martedì, 30 giugno 2009

Spero di averlo già confessato, ma come si sa certi “peccati”, nonostante il pentimento e la confessione, riemergono come macchie d’olio, dopo averle pulite. Comunque ribadisco che io scrivo la presentazione dell’editoriale e il “diario”, altri collaboratori i loro articoli, che sono diventate rubriche fisse, e il resto lo spigolo tra una miriade di riviste e giornali. Di mio c’è la scelta che si rifà ad una linea editoriale spesso denunciata; ma comunque non è farina né del mio sacco, né di quella del numero abbastanza ristretto di collaboratori.

Per fare questa scelta di argomenti ogni tanto, quando il mucchio di giornali è diventato tanto alto da correre il pericolo di rovesciarsi, sforbicio gli articoli e li inserisco nel mio archivio costruito in maniera assolutamente artigianale.

Qualcuno che non ha eccessiva stima nei miei riguardi, ha definito questo mio lavoro “una scopiazzatura” grossolana.

Io però non mi adombro, lo confesso e mi rassereno constatando che un numero costantemente in crescita, legge il periodico e non poco di frequente ci fa i complimenti.

Quando però impegno qualche oretta in questa operazione ho modo di constatare come in quella fungaia di periodici e riviste, che certamente non hanno una grossa tiratura, né fanno opinione al di fuori di una categoria devota e ristretta di lettori, vi sono pensieri, proposte, relazioni di attività quanto mai interessanti che meriterebbero di essere conosciute a livello nazionale, mentre invece nascono, vivono e muoiono all’interno di un piccolo mondo.

Tanti sforzi non producono quei frutti che meriterebbero d’essere colti. Non so se tutto questo sia causato dalla nostra insipienza, dal nostro campanilismo provinciale o a quella “logica della croce” per cui si vince perdendo!

Comunque sarebbe ora che i cattolici la smettessero una buona volta di lasciarsi immagare da “Repubblica” o dal “Corriere”; a casa loro hanno tanto di più e di meglio!


Accettare le nostre diversità

lunedì, 29 giugno 2009

“Non è mai troppo tardi” era lo slogan con il quale venti-trenta anni fa si voleva incoraggiare gli anziani a partecipare a scuole serali per ottenere il titolo di quinta elementare o di terza media, titoli che si richiedevano per partecipare a concorsi banditi dagli enti pubblici.

Alla mia bella età, sto tentando anch’io di recuperare tanto tempo perduto e di imparare a “leggere” il libro della vita scritto nella ordinarietà degli incontri quotidiani.

Stamattina ho appreso una lezione interessante.
Stavo armeggiando per inserire in un piccolo espositore presso la porta del cimitero alcuni numeri de “L’incontro”, quando una signora, che aveva di certo superato la mezza età, mi salutò con particolare calore.

La guardai per capire da dove partisse questa confidenza. Ella capì al volo il mio interesse: “Lei mi ha sposato 44 anni fa”. In quel mentre giunse anche suo marito. I miei ricordi erano però assolutamente nebulosi, allora per uscire dall’empasse, soggiunsi scherzosamente: “Ho fatto un buon lavoro?”, al che ella rispose: “Nella vita non è difficile andare d’accordo, basta accettare le nostre diversità!”

Ci salutammo cordialmente certi che non sarà facile rincontrarci, se ci abbiamo messo 44 anni dopo l’incontro iniziale.

Durante la giornata però sono ritornato sulla sua affermazione che bisogna accettarsi diversi, e proseguendo nel pensiero ho concluso che la diversità non è un inghippo, un ostacolo nel vivere insieme, ma un arricchimento reciproco.
Tardi sono arrivato a questa conclusione!

Tornando però allo slogan per la scolarizzazione di chi ha imparato poco da piccolo, ho concluso, forse in maniera un po’ interessata: “Non è mai troppo tardi!”


Apprezzare le differenze fra le persone

domenica, 28 giugno 2009

Il mio “direttore” ha dovuto farsi ricoverare in ospedale.

Da un paio di settimane al don Vecchi è venuta meno una figura che è parte integrante del paesaggio di questa atipica struttura per anziani.

Chi ha conosciuto il ragionier Rolando Candiani, il figlio del notissimo pittore Gigi Candiani, ha impresso nella memoria la sua tipica persona da gentleman inglese; asciutto, con due baffetti corti, passo lesto e braccia da direttore d’orchestra, sempre in movimento.

Il ragionier Candiani pare uscito fresco da un manuale di buone maniere: “per cortesia”, “Grazie”, “lei sa meglio di me”, mille convenevoli di questo genere fanno parte integrante del suo stile rispettoso, talvolta da sembrare perfino servile, ma che in realtà non lo è assolutamente perché egli sa quello che vuole e persegue il suo obiettivo con determinazione.

Conosco il mio direttore fin da ragazzino ai tempi dell’azione cattolica. Poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse, lui si è sposato, ha fatto carriera al Consorzio Agrario e si è fatto una villetta nell’interland di Mestre. Io ho continuato a fare il cappellano, raggiungendo la carica di arciprete di Carpenedo e là mi sono fermato. Il pensionamento prematuro di Candiani per i guai del Consorzio e la mia avventura con i vecchi, ci hanno ricongiunto.

Assieme abbiamo sognato e realizzato il don Vecchi. Come riusciamo a stare e lavorare assieme è per me un miracolo ed un mistero!

Io, sognatore incallito, senza alcuna dimestichezza coi conti, disordinato assoluto nell’amministrazione, nemico di ogni pratica burocratica; lui ragioniere, adoratore delle carte, devoto delle sante leggi dello Stato, pignolo fino all’inverosimile nel far quadrare i bilanci. Eppure stiamo assieme da quasi vent’anni e non abbiano alcuna voglia di dividerci!

Talvolta pensando al nostro rapporto lo paragono a certe copie: lei piccola e grassottella, lui asciutto e spilungone, eppure sono una coppia riuscita!

Ora che non c’è, spero ancora per poco tempo, mi sento a disagio, mi pare di essere sbilanciato non avendo più il contrappeso.

Sto capendo in questo frangente la grande valenza delle diversità, guai se ci assomigliassimo di più, come talvolta sogniamo.

Il Signore fa bene il suo mestiere e bisogna proprio che ammettiamo che senza la sua sapienza il mondo l’avremmo distrutto da un milione di anni. Bisogna convenire che l’accetarci diversi è l’unica cosa da fare!


Gratitudine a chi lavora nell’ombra per L’Incontro

sabato, 27 giugno 2009

Come quasi tutti i vecchi ricordo letture ed eventi lontani e dimentico facilmente e subito cose lette poche ore prima.

Non è neanche detto che delle cose lontane ricordi bene e con precisione nomi, dati e tutto il resto.

Qualche giorno fa pensando come rendere onore ad una cara e deliziosa signora, che in umiltà e silenzio, inserisce nel computer queste mie riflessioni espresse con tante cancellature, scarabocchi, rimandi e tutto il resto, mi veniva da paragonarla ad un protagonista di una delle tante belle pagine del De Amicis. Il libro “Cuore” l’avrò letto credo, circa settant’anni fa e mi ricordo una bella pagina che allora mi ha particolarmente commosso, penso si intitolasse: “Piccolo scrivano fiorentino” il ragazzo che di notte, per racimolare un po’ di denaro per la sua famiglia, scriveva combattendo, coraggiosamente il sonno.

Io non ho la penna del De Amicis, ma desidererei tanto dedicare una bella pagina a questa creatura schiva, riservata e silenziosa che ruba parecchie ore della settimana al suo compito di mamma, sposa e nonna, per far sì che i miei pensieri diventino messaggio per i nostri concittadini.

Quando un numero de “L’incontro” va bene, a qualcuno può scappare talvolta anche un complimento: “Che bravo quel vecchio prete che continua a lottare e non demorde!”

Costoro non sanno che dietro a quel periodico, modesto fin che si vuole, ci sono persone che nell’ombra svolgono un servizio generoso che implica tanti sacrifici e poche lodi.

Bertold Brecht fa una battuta che non voglio dimenticare e che fa giustizia a questo proposito: “Quando si scrive pomposamente che Cesare conquistò la Gallia, non si pensa che non lo fece da solo, ma che un esercito di persone si sono sacrificate dando il meglio di sè per quel risultato”.

Voglio rendere onore alla signora del computer, e a quella filiera splendida di persone che compongono, stampano, piegano e diffondono “L’incontro”, dovendosi accontentare solamente degli incitamenti di questo vecchio prete che vorrebbe sempre di più e di meglio.

Desidero che loro, ma non soltanto loro, sappiano quanto li ammiri, li apprezzi, sia loro riconoscente e voglia loro tanto bene. Essi sono per me le persone che contano, non quelle che portano i gradi sulle spalline.


In memoria di Dario

venerdì, 26 giugno 2009

La mamma di Dario, qualche settimana fa mi ha informato con le lacrime agli occhi che il suo figliolo e mio “lupetto” di molti anni fa, stava male, molto male.

Le chiesi se non le sarebbe dispiaciuto se avessi fatto un salto a casa sua. Era un pezzo che non ci vedevamo.

Con la pensione vivo nel mio “convento” un po’ fuori dal mondo, Dario, invece, professionista affermato e primario in ospedale era impegnato su mille fronti. Gli telefonai più volte, ma il telefono squillava a vuoto.

Un giorno finalmente trovai il figlio che mi disse che il babbo era ricoverato in ospedale.

La sera lo trovai in una cameretta dell’Angelo che s’apre sulla dolce campagna verde, che almeno per ora, circonda il nostro bell’ospedale. Ormai il caro ragazzo, poco più che cinquantenne, non riusciva neppure a spingere il suo sguardo fuori dalla grande finestra per cogliere la bellezza della campagna in fiore. Mi riconobbe e rispose con un fil di voce alle mie parole; la sua parlata calda e veloce con quel timbro tipico della Cesena dei suoi genitori, s’era ormai spenta e riusciva appena a pronunciare brevi parole essenziali.
Andai ogni giorno, ma i giorni che gli rimanevano furono pochi.

L’ultima sera posi la mia mano sulla sua testa e l’altra sulla sua sposa che stava raccogliendo i suoi ultimi attimi di vita. Non giunse alla mattina dopo. L’indomani partecipai al suo commiato. Don Franco disse che non aveva mai visto la chiesa così gremita, Dario raccoglieva i frutti di un servizio generoso e altruista, mentre egli teneva il suo sermone la mia memoria girava il documentario della vita di questo ragazzo, lupetto, scout, capo reparto, università, laurea, famiglia, due figli, conversazioni, conferenze, collaborazioni con realtà in cui la psicologia tiene uno spazio importante quali la scuola, il consultorio, l’ospedale.

Era arrivato all’apice della carriera, al titolo ambito e meritato di primario. Quando mi trovavo in difficoltà con casi complicati ed inesplicabili, li mandavo da lui perché sapevo che li avrebbe accolti ed aiutati con il suo ottimismo innato che gli accendeva sempre sulle sue labbra ottimismo e speranza.

Ricordo che una coppia di giovani sposi che nella loro vita coniugale non avevano fatto altro che litigare, li mandai per disperazione dal dottor Dario Casadei. Dopo un paio di mesi ritornarono da me per portarmi in regalo una pianta per averli mandati da quel bravo psicologo.

Curai quella pianta con infinito amore perché mi aiutava a non disperare.

Ora anche Dario se ne andato in punta di piedi, mi sento ancora più solo, so che non avrò più quell’appiglio sicuro e tranquillizzante sul versante misterioso della psiche umana!


Dialogo difficile

giovedì, 25 giugno 2009

Spero di non essere ripetitivo, ma non resisto a non riprendere in mano un discorso che da un paio d’anni disturba la mia coscienza di credente e mi preoccupa quanto mai.

Mi è capitato lo scorso anno che ben quattro o cinque persone care mi abbiano regalato il volume scritto da Augias con la collaborazione di un biblista senza fede o comunque poca e distorta, pensando di donarmi un testo edificante di approfondimento religioso.

Ho l’impressione che il mondo cattolico e i cristiani d’oggi siano troppo superficiali, indifesi e faciloni in rapporto alle insidie che certe persone, pur intelligenti, che seminano a piene mani, discredito, dubbi, insinuazioni, cattiverie, malizie e forse menzogne.

Augias, il giornalista della televisione, dallo stile anglosassone, dalla parlata calda e suadente, con un modo accomodante ed apparentemente rispettoso, è oggi uno degli esponenti più pericolosi di un ateismo militante, cattivo e pericoloso.

Qualche settimana fa ho letto un suo intervento su “Famiglia cristiana” il periodico assai diffuso nel mondo cattolico, periodico che un tempo aveva una tiratura impressionante, ma che negli ultimi anni, essendo calato di molto, pare tenti di rifarsi con “aperture” non sempre felici. Un intervento di Augias in cui approfittava della bontà del monaco Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose, spargendo la solita spazzatura anticlericale ed anticristiana. Lessi poi un intervento di “Avvenire” ben più deciso nel condannare questo ateo con guanti di velluto ma con una lingua di veleno. Infine “Famiglia Cristiana” corre ai ripari, dando direttamente la parola al monaco di Bose. Enzo Bianchi, con estrema delicatezza e bontà, manifesta la sua amarezza per il fatto che degli atei professi non accettino un dialogo onesto, pacato, approfondito e serio con i credenti.

Enzo Bianchi si rammarica per questa occasione mancata ed auspica uno stile diverso, fatto di serietà e di rispetto. Le parole del monaco intelligente e buono mi commuovono, pur mantenendo la convinzione che con certi individui, vedi questo tipo di miscredenti, di radicali, di omosessuali arrabbiati o di sinistri esasperati, bisogna non fare il loro gioco, offrendo loro i nostri pulpiti.

Gesù ci ha insegnato di non estirpare la gramigna, perché comunque ci penseranno gli angeli a bruciarla a suo tempo nel forno!


Emma

mercoledì, 24 giugno 2009

Un paio di giorni alla settimana, di buon mattino, mi reco all’Angelo. Io sono un prete tutto fare.

Dovendo tirarmi dietro un’armata di Brancaleone composta dai volontari più eterogenei, ho compreso che il mio punto di forza è quello di dare l’esempio.

“L’incontro”, ma anche tutte le altre iniziative di cui mi occupo, procede quasi solamente perché tento di aprire la strada con l’esempio personale.

Questo, di lasciarmi coinvolgere, di essere il primo a sacrificarsi per l’ideale è certamente il modo migliore per trascinare avanti anche i più pigri, i meno convinti, quelli che hanno bisogno di seguire un capo!

Per la distribuzione del nostro periodico, sono impegnati quasi una dozzina di volontari. Io sono anche tra questi, parto il martedì dopo che una mia coetanea ha passato buona parte della notte per la piegatura.

Arrivo in ospedale verso le sette e mezzo, vado prima al pronto soccorso, poi all’espositore presso la cappella nel piano del giardino pensile, sistemo ben bene tutti i ripiani in modo che le foto della copertina, attirino l’attenzione dei passanti, per terminare al primo piano ove la gente attende che esca il numero per la visita.

Incontro sempre gente che mi riconosce. Brevi battute perchè mi aspetta l’apertura della mia “cattedrale” tra i cipressi.

Stamattina incontrai Emma con il marito Gianni. Era da tanto che non li vedevo. Emma è e rimarrà sempre la Giovanna d’Arco, la “pulzella” del “gruppo del martedì” ai tempi turbolenti ed irrequieti della contestazione. Una donna piccolina, una voce dolce e carezzevole, intelligente, buona e decisa. Con la solita tenerezza ebbe il coraggio di sorridermi dicendomi: “Oggi la giornata comincia bene avendola incontrata, don Armando”.

Per me invece, al contrario, è cominciata male vedendo il suo pallore, il suo coraggio e la sua dolcezza, che avevano come unico sostegno il ramo leggero della fede e dell’amore del suo Gianni! Da oggi in poi credo che la mia prima e più assillante preghiera sarà per la mia carissima Emma, la dolcissima compagna dei tempi burrascosi in cui i nostri ragazzi pensavano che fosse facile rimettere a nuovo il mondo!

Non ci siamo riusciti, ma comunque è stata una bella battaglia combattuta con ardimento e con valore.


“Io sono un figlio di Dio!”

martedì, 23 giugno 2009

Tra gli apostoli quello che mi è più vicino come pensiero e modo di ragionare è certamente San Giacomo. Di questo apostolo condivido la concretezza, la franchezza, il modo realistico con cui affronta i problemi. L’apostolo invece con cui sento meno in sintonia con la mia sensibilità è invece San Giovanni; i suoi discorsi, quasi sempre aggrovigliati ripetitivi, appesi alle nubi pur di un cielo limpido, ma sempre del cielo, li sento vaghi e poco incidenti.

La liturgia della chiesa si rifà ad un ciclo tale per cui ogni anno i testi per la santa messa sono presi a turno da uno degli evangelisti.

L’anno in cui sono presi dal Vangelo di San Giovanni sono per me dolori, perché si ripetono terribilmente, tanto che dopo un paio di domeniche mi sento nei guai, trovandomi inguainato in un misticismo che dice ben poco alla mia sensibilità.

Tutti dicono che San Giovanni è un evangelista delizioso, perché è l’apostolo dell’amore, il prediletto di Gesù.

Appena qualche domenica fa notai di chi era il brano che avrei dovuto commentare, scorgendo il nome di Giovanni mi misi d’istinto in apprensione senza neppur aver letto il contenuto del brano.

Lo Spirito Santo deve aver avuto pietà di questo suo povero e vecchio prete, difatti non appena cominciai a leggere la seconda lettura rimasi abbagliato da questa frase: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”
Io, nonostante tutto sono un figlio di Dio!

Mi ricordai lo scatto d’orgoglio di un avvocato di grido, il quale, di fronte ad un capotreno pretenzioso che pensava di sistemarlo portando egli qualche filetto in più sul cappello della sua divisa, lo apostrofò ergendosi impettito: “Lei non sa chi sono io?” l’altro quasi intimorito, pensava fosse un deputato o un non so chi, stupito attese e l’avvocato e proseguì tirando fuori la carta d’identità e mettendogliela sotto il naso: “Io sono un cittadino italiano!”

Nessuno ormai mi fa più paura, mi intimorisce, sia esso un magistrato, un sindaco o un vescovo: “Io sono un figlio di Dio!”

Ci può essere un qualcosa di più nobile o di più alto che possa intimorirmi?

Questa presa di coscienza che mi donò coraggio ed ebbrezza, però mi costrinse a proseguire: anche l’uomo più stupido o più squallido che io possa incontrare sarà sempre e comunque un figlio di Dio! Anche questo comunque è bello ed importante! Grazie, San Giovanni!


Disabili

lunedì, 22 giugno 2009

Io sono sempre stato un ammiratore del monaco americano Thomas Merton. Questo contemplativo, vissuto nell’America nevrotica, irrequieta e mutevole del nostro tempo, avendo egli un’anima di artista ed un cuore di fanciullo sapeva partire dagli eventi più consueti e banali della vita per assurgere a meditazioni sublimi, che gli permettevi di spaziare sopra la quotidianità e collocare la fragile esperienza in una cornice di infinito e di sapienza.

Oggi i discepoli di quell’altro grande contemplativo e mistico del nostro tempo quale fu Charles De Foucauld parlano di “contemplazione sulla strada” che si radica in un ambiente arido ed impossibile e in cui pur viviamo.

Vi sono pur ciuffi d’erba che crescono tra le rocce, così anche noi possiamo maturare un umanesimo autentico pur essendo costretti a vivere tra il piombo dei tubi di scarico delle automobili e lo squallore umano di una società disordinata e con pochissimi valori.

Credo che seguendo questi esempi e coniugando la frequentazione degli uomini d’oggi con quella dei testi sacri, che ci offrono una visione religiosa del vivere, possiamo anche noi far scaturire come a Massa e Meriba acqua fresca e pulita dalle rocce.

Qualche giorno fa la mia attenzione s’è fermata di fronte ad una frase che avevo letto mille volte: “La pietra scartata dai costruttori è diventata pietra d’angolo”. I costruttori ufficiali della nostra società non vanno per il sottile: scartano le pietre non regolari per il selciato, i cibi prossimi alla scadenza, le confezioni non regolari, ed anche i soggetti meno abili.

Oggi torna conto ed è più economico adoperare ciò che è immediatamente funzionale; l’imperfetto, il difettato, il meno appariscente lo si butta senza tanti scrupoli. Così è per le cose e purtroppo altrettanto per gli uomini.

Quante volte leggo su certa stampa cattolica, un po’ più attenta ai valori veri, quanta ricchezza umana offre la frequentazione di disabili, di creature apparentemente inutili, ingombranti ed improduttive.

Ricordo la riflessione di una mamma veneziana che scriveva: “Papà se n’è andato in cielo, i tuoi fratelli si sono creati una famiglia; non mi rimani che tu col tuo amore dolce e fedele!”

Quante pietre scartate, se le raccogliessimo con pietà ed amore non potrebbero diventare un punto fermo, arricchire il nostro vivere irrequieto e spesso fatuo che è sempre alla ricerca di sogni impossibili mentre trascura le opportunità più vere che sono a portata di mano!


La solidarietà per molti è difficile da mettere in pratica!

domenica, 21 giugno 2009

Sono vissuto per moltissimi anni, quasi tutta la mia vita, senza mai comprendere appieno la così detta “teologia della croce” cioè la vittoria sul male mediante la sconfitta.

Secondo questa dottrina, la passione genera la resurrezione! Cristo vince il male con la sua apparente sconfitta avvenuta attraverso una morte ignominiosa inflittagli da parte dell’egoismo dei responsabili del suo popolo, che con il supporto passivo della sua gente, lo condannarono alla croce.

La solidarietà trova la stessa difficoltà che incontrò ai tempi di Cristo.

Ognuno pensa per il proprio tornaconto personale o per quello della propria famiglia. Pare che l’amore non possa superare questi confini angusti e limitati. La risposta di Gesù alla notizia portatagli dagli apostoli, mentre egli stava parlando alla gente, che sua madre e i suoi parenti l’aspettavano: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli, se non chi condivide la proposta d’amore di Dio?”
Anche se non mi rasserena completamente, mi è di molto conforto!

Vivo in un luogo con tanti coetanei ai quali figli e parenti non hanno saputo o voluto provvedere, moltissimi dei quali sono contenti dell’accoglienza e della struttura che li ospita, ma ben pochi pare tentino di condividere la motivazione che l’ha fatta nascere, collabori perché altri malcapitati ne possano beneficiare.

Mi ha sempre sorpreso il fatto che nessuno abbia mai pensato di fare testamento a favore della struttura che li ha accolti e salvati da una vecchiaia solitaria e disagiata!

Prima i figli, solamente i figli e i nipoti; agli altri ci pensi chi di dovere.

Spero che il sogno della solidarietà, che sembra naufragare e destinato a sconfitta certa ed ineluttabile, obbedendo alla “logica della croce” prima o poi vinca e almeno dall’altro mondo possa vedere un giorno la solidarietà che superi le mura domestiche e s’allarghi alla propria città e al proprio mondo!


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