Mestre: “Sul ponte sventola bandiera bianca”?

Mi viene da pensare che quando un popolo comincia a decadere questo processo non si fermi a metà strada, ma continua inarrestabile finché non arrivi alla sua completa distruzione.

Un tempo pensavo che il ciclo della decadenza della Serenissima Repubblica di Venezia fosse decisivamente terminato prima con l’arrivo dell’albero della libertà piantato nei campielli di Venezia e poi con la resa definitiva all’impero degli Asburgo.

Invece no; la decadenza continua sia nelle pietre della città che si corrodono, che nell’esodo continuo dei veneziani della città insulare verso la terraferma, che nel chiudersi dei negozi della città e nelle vendite delle case agli americani, giapponesi e russi perché vi trascorrano un paio di settimane nella città museo. Ho fatto queste tristi melanconiche considerazioni i giorni scorsi in occasione di due incontri. Il primo con un membro della Comunità di Sant’Egidio che nella vicina Padova prospera numerosa ed efficiente, mentre da noi a Mestre è ancora una piantina stantia che stenta attecchire.

Il secondo andando per una volta ancora a visitare una mia “vecchia” parrocchiana alla Casa dei gelsi a Treviso, la splendida struttura che i trevigiani hanno costruito per chi sta terminando i suoi giorni su questa terra affinché terminino in maniera degna la vita assistiti dai loro cari, dalla scienza e dai concittadini. Confrontavo le stanze, l’ordine, il decoro, l’efficienza, gli spazi, il verde, i fiori di questa magnifica struttura con l’ospice del policlinico San Marco, un vero deposito per moribondi, e con la vita seppur coraggiosa, ma tribolata dell’Avapo mestrina, la corrispondente dell’Advar trevigiana. Pare che una volta ancora riecheggino le meste e sconsolate parole del poeta “sul ponte sventola bandiera bianca!”


Pensionati e calciatori

Io non sono un fanatico del calcio. Non nego sia uno spettacolo piacevole, perché di spettacolo si tratta; il calcio oggi è una specie di circo equestre aggiornato, al posto dei trapezi e dei giocolieri, vi sono le corse, e acrobazie per fermare e lanciare il pallone, l’entusiasmo chiassoso e colorito della folla e le chiacchiere veloci e spigliate dei cronisti, ma niente di più! Quando gioca l’Italia, mi concedo talvolta due orette di questo spettacolo, anche se mi resta sempre il rimorso e la sensazione di aver impiegato male il mio tempo.

Il guaio, poi, è che la nostra squadra mi pare più lenta, più svogliata degli avversari; gli italiani o perdono o vincono per scommessa o per il rotto della cuffia. E sì che sono pagati bene, anzi dicono troppo bene! Gente che guadagna miliardi alla stagione, perché dovrebbe sudare, arrischiare di farsi male e correre come dannati? Quando penso a queste cose, piuttosto banali, mi torna sempre alla mente che il nostro Paese avrebbe bisogno di un rilancio morale ed ideale, di capi capaci di esigere di più, di pretendere un impegno migliore, una vita più parca, di un costume più sano!

Ma con questa classe politica, con la televisione che distrugge ogni valore, con dei sindacati sempre bastian contrari, con industriali che non vedono che il loro profitto senza di condividerlo con i propri dipendenti, una Alitalia che produce miliardi di passivo, preti che rischiano sempre più di diventare impiegati statali a stipendio fisso e posto assicurato.

Io prego talvolta che il buon Dio ci mandi un nuovo S. Francesco d’Assisi o un Savonarola, un altro Don Milani, o un duplicato di Papa Giovanni, un La Pira o un De Gasperi, comunque un qualcuno che ci faceva sognare, capace di pretendere piuttosto che promettere non sempre usando la carezza, ma anche la frusta!

Perrotta e Veltroni mi avevano indotto per un attimo a sognare, ma ora pare che anche questa illusione si sia spenta.

Cosa possiamo sperare finché per le strade di Napoli da mesi e mesi si accumulano tonnellate e tonnellate di spazzatura, la mafia ed associati detta legge nel meridione, finché ci sono italiani a mille euro al mese, pensionati a cinquecento, e calciatori a centinaia di milioni di euro?


Anche la rappresentanza ha un suo ruolo!

Molti anni fa, presso Piazza Ferretto, si era aperto un “Centro Benessere” per gente stanca, stressata, fuori peso, e comunque desiderosa di migliorare la propria immagine e la propria prestanza fisica. Venne in canonica una inviata di questo Centro per chiederci una mano a reclamizzare questa iniziativa, che, a parer loro, aveva anche una valenza spirituale perché dicevano che se la gente si sente bene, è anche più propensa a pensieri e rapporti più positivi.

L’aspetto particolare che mi colpì fu la ragazza che ci portò di questa pubblicità: era una giovane veramente meravigliosa; sprizzava armonia, freschezza, entusiasmo e bellezza da ogni poro. Tanto che mi venne spontaneo pensare che quel centro benessere fosse veramente una sorgente di efficienza e di vita piena di fascino. Io non andai al Centro benessere, e non so proprio come andò a finire, comunque compresi l’importanza di presentare bene qualsiasi iniziativa.

Qualche giorno fa ebbi pressappoco la stessa impressione su un argomento ben diverso, ma che mi richiamò il vecchio ricordo. Vengo al fatto. Recentemente ho dedicato un certo numero de “L’Incontro” alla Comunità di Sant’Egidio, realtà che conoscevo poco, ma pensavo meritasse di essere presentata fra i movimenti di ispirazione cristiana, ora presenti nella nostra società.

“L’Incontro” è importante, ma comunque nasce e muore a Mestre! Qualche giorno dopo l’uscita del periodico, mi telefonò una voce giovanile che disse avrebbe avuto piacere incontrarmi in merito alla Comunità di S. Egidio, e con mia grande sorpresa, disse essere presente anche a Mestre, ove svolge la sua attività di formazione cristiana ad Altobello e di solidarietà alla stazione distribuendo panini e aprendo un dialogo fraterno con quella settantina di anime morte, che passano la notte nei paraggi della stazione.

Ricevetti la delegazione formata da un giovane ingegnere, piuttosto parco di parole, ed una simpaticissima ragazza, che parlava, invece, in maniera quanto mai fl uida e convincente, con una voce calda, degli occhi espressivi e luminosi, ed un sorriso accattivante.

L’incontro fu certamente positivo e piacevole; ho conosciuto meglio la vita e l’attività della Comunità, nata a Roma, ma presente con una settantina di aderenti anche a Padova, ma soprattutto ho pensato che se i nostri giovani e le nostre ragazze avessero modo di incontrare queste creature, finirebbero pure per pensare che la Comunità di S. Egidio sia veramente una bella cosa e sia quanto mai opportuno aderirvi!

Anche la rappresentanza ha un suo ruolo!


Una rondine al Centro don Vecchi

Annotai nel mio diario della scorsa estate, quanto fossero contenti gli anziani del Centro per il servizio al pranzo offerto da due ragazzine di Santa Maria Goretti.

Terminata la scuola, due ragazze, una bionda esuberante ed estroversa, ed una morettina piuttosto silenziosa e riservata, scelsero di offrire due, tre ore al giorno per servire al seniorestaurant, ove ogni giorno, una novantina di anziani del Centro, poco amanti dell’arte culinaria, o poco in sesto con la salute, mangiano al ristorante del Centro con tre euro e cinquanta al pasto.

Era piacevolissimo vedere queste due fanciulle, veloci e sorridenti, aggirarsi vezzose tra i tavoli, scambiando qualche battuta, rispondendo ai desideri dei vecchi commensali, ritirare i piatti sporchi ed offrire quelli con le pietanze sfornate dalla cucina, dove, ogni giorno, una decina di volontarie cucinano, scodellando chiacchierando a ruota libera. Penso sia difficile trovare in città un ristorante con tanto personale quanto quello che lavora al Don Vecchi!

Con l’inizio della scuola le due rondini presero il volo e tra i tavoli ricomparvero tanti camerieri anzianotti, traballanti e con poco o nessun fascino. Fortunatamente ha preso coraggio ed è uscita dalla sua riservatezza, Rita, l’adolescente che al sabato sera serve Messa e che, alla domenica, inizialmente con un po’ di rossore, ma ora più sicura e consapevole del suo fascino primaverile, giostra con destrezza tra i tavoli dei nonni e bisnonni, quasi danzasse un valzer.

Rita parla poco, sorride meno, ma ora pian piano sta aprendosi, avvertendo forse nel suo inconscio, che agli anziani è quanto mai gradevole la sua grazia e il suo modo gentile e cortese di porgere le vivande, accompagnando finalmente il gesto con un principio di timido sorriso. Il servizio di Rita è quanto mai utile, ma forse sarebbe pure gradito se porgesse agli anziani anche solamente piatti vuoti! Beata giovinezza!


L’Incontro

L’affermarsi dell’Incontro rappresenta un vero miracolo. In un paio d’anni abbiamo fatto un giornale, abbiamo una linea editoriale, creato una tipografia dal niente, posto in atto una rete di distribuzione, battendo di gran lunga tutta la “concorrenza”, tanto che si stampano ogni settimana un numero di copie tali da eguagliare quello di tutti i bollettini delle parrocchie di Mestre messi assieme. La notorietà, poi, raggiunta è tale, che molte volte siamo stati citati dalla stampa cittadina, un paio di volte da quella nazionale, ed una, perfino, dal notissimo “Le monde”. La Curia poi, segue con attenzione e talvolta, forse, con preoccupazione questo periodico “Libero e fedele”

Ora, poi, al periodico si è aggiunta una piccola, ma intraprendente Casa editrice, che sforna almeno due o tre volumi all’anno. Il periodico diventa, poi, un traino ed un portavoce delle realtà che stanno alle spalle e lo sorreggono: la Fondazione Carpinetum, l’associazione Carpenedo solidale, la Chiesa del Cimitero con l’indotto di queste realtà.

Se è vero come dicono, che ogni giornale è letto da quattro persone, ciò vuol dire che ogni settimana, sedicimila cittadini sono messi a conoscenza de “Il Samaritano”, dell’Ostello S. Bendetto, dei Centri don Vecchi e dei magazzini dei vestiti, dei mobili, degli alimenti, dei supporti per le infermità, e della galleria S. Valentino. Quello che c’è di più bello sono la trentina di volontari che lavorano con passione ed entusiasmo per questa testata.

Nomino per tutti, Luciano Valentini che la sorte gli ha fatto trovar casa a Mogliano, ma rimasto fedele al suo impegno di “strillone”, a tutt’oggi, ha percorso ben 980 chilometri di strada in bicicletta per diffondere l’Incontro. Nemmeno Bartali e Coppi
ne hanno fatta tanta “senza ricevere un soldo”!


La Chiesa è in attivo

Qualche giorno fa (l’articolo risale a giugno 2007, NdR) “la capo” dei miei chierichetti (sono due in pianta stabile e qualcuno di avventizio) ha fatto la prima comunione.

Francesca, che tutti chiamano Franceschina perché minuta di statura e con la voce di topo Gigio, da quando siamo al don Vecchi non manca una volta e non perde un colpo nella simpatia perché porta tutto il brio e la freschezza dell’infanzia.

Francesca mi ha portato, come ormai fan tutti, i confetti, però anche in questo gesto gentile c’è il tocco cristiano della sua famiglia; i confetti erano stati confezionati dal gruppo delle adozioni a distanza della parrocchia e certamente di parte del costo beneficiano i ragazzi di lontani villaggi dell’India con cui la comunità di Carpenedo è collegata.

La chiesa oggi forse soffre di un deficit numerico, ma certamente è in attivo nella sostanza, almeno su certi aspetti!


La città dei vecchi

Quando ero poco più di un bambino, mi ha fatto sognare il film “La città dei ragazzi”. Era appena terminata la guerra ed arrivavano in Europa pellicole americane, con storie da “nuova frontiera”, piene di ottimismo, in cui gli eroi positivi la spuntavano sempre. Ricordo “La mia via”, in cui Bill Crosby, in tonaca da prete, convertiva la parrocchia cantando assieme ad una bella ragazza che non era la perpetua o la presidente delle Figlie di Maria.

Tornando alla “Città dei ragazzi”, fatta da brigantelli, scugnizzi, e piccoli malandrini che sfasciavano tutto e scappavano, guidata da un prete, che mi ha fatto sognare per trent’anni, pian piano è diventata una splendida realtà ordinata e positiva. Il film ha avuto un eco tale che, anche in Italia, fiorirono per tanti anni esperienze del genere; ad esempio, a Bassano, fino a qualche anno fa, esisteva il Comune dei ragazzi con tanto di elezioni e sindaco e consiglio comunale!

Sulla falsa riga di questa tipologia sociale, io, persona a cui non manca proprio la fantasia, ho pensato alla senior city del Don Vecchi in questi termini: al centro don Vecchi di Carpenedo c’è una toponomastica con relativa segnaletica stradale, per cui il complesso ha delle denominazioni precise che definiscono le strade, le piazze, gli slarghi e i vicoli. Gli anziani, però, sembra non siano entrati troppo nel gioco. C’è stata solamente una vecchietta, appena entrata, che Suor Teresa ha incontrato piangente perché non sapeva più trovare il suo alloggio. La Suora le chiese: “Dove abiti?”, e l’anziana con le lacrime agli occhi: “In vicolo dei Merli 21” tutti ora sanno solamente i numeri civici.

Stamattina sono stato al don Vecchi di Marghera e sono stato veramente entusiasta della situazione: ordine, pulizia, entusiasmo, partecipazione; mi è parso veramente di scoprire il soggetto per una nuova pellicola: “La città dei vecchi”.

A Marghera non abbiamo alcun dipendente; tutti sono padroni, tutti sono dipendenti, perchè vige sovrana l’autogestione. Lino con la sua aria tranquilla da ottimista, regna da sovrano illuminato e costituzionale, non ha bisogno di chiavi, di ordinanze, né di circolari; la sua fede e la sua bontà gli sono più che sufficienti per governare la Nomadelfia delle ciminiere!


“Voi dovete essere sale, dovete essere luce per chi vi sta accanto”

Almeno su un aspetto della personalità splendida di S. Agostino, gli rassomiglio. Peccato si tratti di un aspetto di cui, pure il santo di Ippona, si doleva amaramente: “Tardi, Signore, ti ho conosciuto, tardi ti ho amato!”. Per me è triste, capire di dover esclamare con rammarico e tristezza questo; di dover ammettere qualcosa del genere per quanto riguarda la comprensione delle parole di Cristo.

Ci sono affermazioni evangeliche che ho letto mille volte nella mia vita, ma solamente ora, a ottant’anni e decisamente verso il tramonto, mi pare di scoprirne tutta la ricchezza e la bellezza, e se non sono fuori tempo massimo, poco ci manca! Stamattina ho letto quello che Gesù esige da chi vuole essere discepolo: “Voi dovete essere sale, dovete essere luce per chi vi sta accanto”.

Non è necessario frequentare un corso biblico o essere esperto in esegesi per capire la funzione del sale e della luce. Il sale ha la funzione preminente di dar sapore agli alimenti, la luce permette di cogliere la ricchezza dei colori, l’armonia dei volti, dei corpi, della natura, del cielo e del mare. La traduzione esistenziale è perfino troppo facile: il discepolo di Gesù deve essere uno che sa vivere, che è felice, che gode di quanto c’è di bello nella vita, che corre, danza, canta, sorride, ama e sogna.
Altro che quei poveri menagramo col volto storto, vestiti di nero, iagnucolosi, che non sanno né sorridere, né amare!

Tutto questo l’aveva capito perfino quell’anima dannata di André Gide, quando affermò: “Come potete voi credenti pretendere di essere testimoni del Risorto avendo una faccia da funerale, e quando camminate sul ciglio della strada e a testa bassa?”


“misericordia io voglio e non sacrifici”

Sono quanto mai d’accordo che non si può spigolare nel Vangelo e cogliere i pensieri che maggiormente coincidono con le convinzioni e la visione della vita che ognuno ha. Il Vangelo va preso “in toto” anche quando si incontrano dei passaggi non graditi, che fai fatica ad accettare. Comunque non credo sia ingiusto e peccaminoso vibrare particolarmente di gioia quando incontri delle affermazioni che coincidono esattamente al tuo modo di pensare.

Qualche domenica fa, nella parte finale della pagina del Vangelo che la Chiesa ci ha offerto per la meditazione,c’era una frase famosa e forte di Gesù – ma quando mai le affermazione di Cristo non sono valide e forti? – “misericordia io voglio e non sacrifici”.

Mi ripromettevo di soffermarmi particolarmente su questa frase che costituisce uno dei punti di forza nella proposta cristiana, e credo, oggi, sia giusto offrire ai credenti, perché la traducano in maniera esistenziale per gente del nostro tempo, che credo avverta quanto mai l’esigenza di un cristianesimo incarnato nelle problematiche di oggi. La società contemporanea potrà anche affermare di fronte ad una cerimonia condotta da una valente regia: “Che bel rito!”, ma nulla più; rimane nell’animo solamente una sensazione.

L’esigenza più forte, oggi, mi sembra sia quella di una fede che diventa “misericordia”, partecipazione al dramma di chi soffre, intervento coraggioso e generoso verso chi è in difficoltà.

Speravo di battere tanto su questo chiodo, sul quale pochi preti si impegnano, sennonché, quattro gocce, di una nuvola dispettosa di passaggio, ha scompaginato la mia assemblea che partecipava all’Eucaristia tra le tombe, accanto ai grandi cipressi del Camposanto, ed io dovetti fermarmi all’annunciazione solamente del testo evangelico.


Il cristianesimo di S. Giacomo

Spesso sento dei colleghi preti che sprecano aggettivi di ammirazione per gli scritti di San Giovanni, io debbo confessare che, pur sapendo che il Signore ha voluto parlare anche mediante lo stile un po’ arzigogolato e poco immediato dell’apostolo prediletto di Gesù, gli preferisco San Giacomo.

Prima di Pasqua e dopo Pasqua mi sono sorbito le “pappardelle” di San Giovanni, che si ripete continuamente e mi costringe ogni anno di arrampicarmi sugli specchi nei miei tormentati sermoni. Giacomo, che ho letto in quest’ultimo tempo, ha uno stile certamente più rozzo, ma tanto più comprensibile ed efficace; inoltre le argomentazioni del fratello di Pietro non navigano sopra le nuvole, ma sono di una estrema concretezza.

Il cristianesimo di S. Giacomo avrebbe potuto essere preso come testo di riferimento da “cristiani per il socialismo”, dalle Comunità di base, e dai discepoli della Teologia della liberazione, perché i suoi discorsi sulla carità, non sono disquisizioni di lana caprina, ma si rifanno ad un realismo che ti inchioda alle tue responsabilità e fa riecheggiare nella coscienza la domanda perentoria di Dio a Caino: “Dov’ è tuo fratello?”

Mons. Vecchi sembra abbia tradotto S. Giacomo con una battuta quanto mai efficace: “Un fatto vale mille chiacchiere”. Talvolta, osservando la pastorale di certe Parrocchie, mi capita di domandarmi: “Ma questa gente non ha mai letto S. Giacomo?”. Non credo che gli apostoli possano essere considerati come appartenenti a categorie più o meno importanti. Leggiamo pure S. Giovanni, più prolifico di discorsi, ma non trascuriamo S. Giacomo più parco, ma più efficace.

Credo che, leggendo S. Giacomo, si impari cos’è la carità e che cosa sono invece le chiacchiere sulla carità!


Passando davanti al Tabernacolo…

Qualche giorno fa, passando davanti al Tabernacolo, ebbi quasi un brivido. Pensai: “Sto passando davanti alla dimora di Dio l’Altissimo”.

La mia mente andò, per associazione d’idee, ad un bellissimo e sublime romanzo dell’ebreo tedesco, Franz Werlèl “Irmia” una storia imperniata sulla vita del giovane profeta Geremia. Ricorderò per sempre alcune pagine di altissima poesia e di senso del sacro, con cui questo letterato, sfuggito per miracolo al furore di Hitler, racconta un momento della vita del profeta.

Il popolo era stato deportato in Babilonia, la città era stata rasa al suolo, il tempio distrutto. A Gerusalemme erano rimasti solamente pochi vecchi e a bambini, gli scampati d’Israele. Geremia passa sopra le rovine del tempio, i suoi piedi si trovano sopra quella che era la “sancta santorum”, il luogo dove era riposta l’arca. Geremia ha un brivido al pensiero di essere nel luogo che era stata la dimora di Dio.

In quel momento vinta la nemica del sacro: l’abitudine, provai lo stesso brivido d’essere accanto al Gesù della Maddalena, di Pietro, di Marta, di Tommaso. Guardai il Tabernacolo dipinto di porporina, la parete affumicata dal neon e macchiata di cera.

Rimasi sgomento di fronte al mistero di questa Presenza in mezzo a tanta miseria e desolazione. Poi la mia mente di figlio del razionalismo, mi suggerì una lettura che, almeno in quel momento mi convinse; anche una vecchia foto, per quanto sberciata, della mamma, evoca la sua cara presenza, me la fa sentire vicina, fa nascere nel mio cuore riconoscenza, amore, ammirazione e memoria. Mi misi in pace ed adorai il Signore che, comunque, mi si è fatto sentire vicino.


La lunga strada verso l’ostello

In queste ultime settimane abbiamo “grattato il fondo della pentola” della Fondazione, dell’Associazione “Carpenedo solidale” e di qualche altro per raccogliere gli ultimi spiccioli, al fine di acquistare la vecchia locanda di Campalto che, fino a qualche anno fa, aveva ospitato la comunità di tossicodipendenti guidata da Don Franco De Pieri.

Sognavo di fare di questa struttura, che porta i segni consistenti del degrado per l’abbandono, ma soprattutto del passaggio di ospiti che non hanno buoni rapporti col rispetto delle cose e del vivere civile, un alloggio civile perché la gente che viene da lontano e che si sobbarca nei lavori più umili ricevendo i compensi più bassi, possa trovare un letto, delle lenzuola pulite e stanze accoglienti dopo giornate di duro lavoro.

La pentola ripulita non si riempirà tanto presto, ed è soprattutto la motivazione che sorregge il nostro sogno, pare non trovi purtroppo un largo consenso tra la nostra gente. Prova ne sia la ribellione dai toni meridionali della Cipressina per un precedente tentativo e la telefonata ironica di una signora che aveva appena letto il “Gazzettino” con questa notizia. Purtroppo a Mestre alligna più razzismo di quanto non si possa immaginare! Stando così le cose non c’è molto da sperare.

Sennonché, se Dio è dalla nostra parte, non ci sarà da preoccuparsi dei sentimenti e pregiudizi della gente. Tutto lascia sperare che le cose stiano proprio cosi. Una vecchia amica si è offerta di vendere un suo garage e di darmene il ricavato.
La Carive si è posta il problema di pensare al sociale e si è ricordata di questo vecchio prete! Se sono rose fioriranno. Mi auguro proprio di essere sulla traiettoria del buon Dio, in fondo non tento altro che di aiutare i suoi figli che Egli più ama.


A proposito dell’inaugurazione del Don Vecchi ter

Don Danilo mi aveva detto che in occasione della inaugurazione del Don Vecchi Marghera, avrebbe detto due parole; era giusto che il padrone di casa, il nuovo don Vecchi, infatti, è pure proprietà della Parrocchia di Carpenedo, prendesse la parola per inquadrare questa scelta parrocchiale.

La comunità di Carpenedo, si qualifica come una delle parrocchie più impegnate sul versante della carità, soprattutto sul settore abitativo per anziani poveri. Sono poche, meglio è dire che non c’è alcuna parrocchia della Diocesi abbia 250 alloggi protetti, una villa ad Asolo per le vacanze degli anziani; un club “Il ritrovo” per gli incontri quotidiani, una serie di alloggi: Cà Teresa, Cà Dolores, Cà Elisabetta, Il Piavento ed altre strutture che attendono di essere aperte: perciò il responsabile della Parrocchia era giusto che inquadrasse la nuova struttura nel progetto pastorale perseguito dalla Comunità.

Chiesi al dottor Boldrin di prendere la parola a nome della Fondazione per i illustrare la dottrina e i progetti che, nel breve lasso di tempo in cui vive ha già posto in atto. Non mi pareva fosse opportuno aggiungere un altro intervento ai tanti in programma, inoltre mi sembrava giusto, ora che la Chiesa sembra voglia valorizzare l’apporto dei laici, che noi preti ci accontentassimo ad annunciare il Vangelo.

Mi è parso sia stato bene fare così, però poiché più di uno degli amici mi aveva detto fosse doveroso un mio intervento. Mi ero tenuto pronto due pensieri e nel caso fossi stato costretto, avrei detto: primo: da una vita ho inseguito l’utopia di una città solidale, ora, il toccare con mano che i poveri, i più poveri, gli extracomunitari, avevano contribuito per un terzo alla costruzione del Don Vecchi, mi aveva dato la prova che la mia utopia non era una chimera. Secondo, ho sempre sognato di tirar giù dalle nuvole e soprattutto quelle dell’incenso, nelle quali i cristiani la hanno relegata la solidarietà, il don Vecchi ne era un piccolo anticipo.

Non ho avuto la necessità di dire queste due idee; forse è stato meglio, ma continuo a perseguire!


Un ostello per i lavoratori extracomunitari a Mestre

Due, tre mesi fa avevo scritto al sindaco e poi all’assessore al patrimonio che, se mi avessero dato in concessione una struttura dismessa di proprietà del Comune, l’avrei restaurata ed adibita ad alloggi per lavoratori extra comunitari che operano a Mestre. Lo spirito xenofobo che serpeggia in città, lo ritengo un sentimento ignobile, incivile, anticristiano ed assurdo in questo tempo in cui è appena iniziata la mescolanza di nazionalità, tradizioni e culture, e non potrà che crescere in questo tempo di globalizzazione generalizzata.

Per un certo tempo dal Comune non giunge risposta, sennonché, in prossimità dell’inaugurazione del Don Vecchi di Marghera, momento in cui il Comune non poteva non prendere atto che facciamo sul serio e che agiamo coerentemente alle scelte annunciate, arrivò una telefonata dell’assessore al patrimonio, signora Rumiz, che mi metteva a disposizione una casa nell’area dell’ex IVA a Marghera. Presi la palla al balzo, anche se nel frattempo la fondazione che presiedo aveva acquisito una ex locanda a Campalto. Un giovane geometra del Comune mi accompagnò.

Prima difficoltà il cancello arrugginito che non si apriva, ma accanto scoprimmo ben presto un varco sulla rete che vi poteva passare una corriera. Il comune aveva murato porte e balconi; apposto inferriate per impedire l’ingresso agli extracomunitari, ma in ogni fabbricato, però, vi avevano aperto dei varchi in cui si poteva entrare. Il paesaggio era davvero desolante: abbandono, sporcizia, ruderi ed erbacce!

Quello, però, che mi colpi di più, fu una famigliola che si era sistemata alla meno peggio in una sala. Una giovane mamma con al petto un bimbo di qualche mese che poppava; un giovane uomo che chiedeva per piacere di poter rimanere ancora un paio di giorni. Mi vergognai e mi sentii colpevole di averli privati di una soluzione abitativa precaria, desolante, ma sempre una soluzione.
Ci penso sempre!

Farò di tutto perché l’ostello diventi un centro di accoglienza e di solidarietà.


La semina

La semina è e sarà sempre un atto di fede sulla possibile raccolta. Credo che solamente i fanatici possano essere convinti di non sbagliare. Però nessuna creatura può avere la certezza matematica che la sua scelta sia totalmente giusta. Ogni volta ha sempre un margine di possibilità di errore. lo non ho stima e neppure amo discutere con le persone che sono sicure al cento per cento.

Mi è capitato alcuni anni fa di dialogare con un “mio parrocchiano” che era testimone di Geova. Inizialmente cercavo di ammettere che qualche ragione l’aveva, ma che anch’io avevo buoni motivi per sostenere tesi discordi dalle sue. Il dialogo però stava riducendosi ad un monologo di affermazioni perentorie da parte sua. Cominciava a stizzirmi e ad un certo momento sbottai: “Ma non sarà mica convinto di possedere soltanto lei tutta la verità?”; e lui imperterrito: “Si, io posseggo tutta la verità”. Lo salutai il più cortesemente possibile e me ne andai dicendogli: “Non mi interessano per nulla le persone che sono convinte di avere tutta la verità!”

Io non appartengo certamente a questa categoria, perché mi porto dietro sempre dubbi, incertezze, perplessità e perfi no rimorsi. Quando decisi di pubblicare il mio diario del 2006, mi trovavo in queste condizioni di spirito. Tanto che nei e primi tempi schivavo chi voleva parlarmene. Poi e fortunatamente le copie cominciarono ad essere richieste, tanto che credo avrò esaurite quelle mille e copie in un paio di mesi, mentre pensavo mi sarebbero rimaste sul groppone.

Quando poi, una suora che appartiene ad una grossa Congregazione religiosa e del relativo Consiglio Generalizio, mi confi dò che faceva meditazione sul “Diario di un vecchio Prete” mi si allargò il cuore e compresi finalmente che avevo fatto bene a “buttare la rete da quella parte”. Il Patriarca ha affermato in pubblico, fra il serio e il faceto, che non è tutto giusto quello che scrivo. Ci vorrebbe altro! Spero solamente che una piccola parte della semente produca positivamente.