Ricordi di un mondo con più poesia

Quant’è difficile recuperare le atmosfere e le dolci sensazioni dell’infanzia!

Uno dei divertimenti sani, anche se pericolosi, era quello di andare a scivolare sul ghiaccio.
Non c’era inverno in cui i canali non ghiacciassero permettendo a noi ragazzi di costruirci degli slittini e poi gareggiare sulla lastra liscia di ghiaccio.

Era un’impresa la costruzione dello slittino, un piccolo sedile di tavola con due ferri rotondi per scivolare sul ghiaccio, un poggia gambe sul davanti e due bastoni chiodati per darci la spinta.

Il guaio era che spesso ai bordi della sponda al sole, il ghiaccio era più sottile e non era impossibile che non reggesse, perciò si finiva facilmente a mollo!

Presentarsi bagnati dalla mamma era un dramma, povera donna non aveva un guardaroba fornito, spesso c’era solo un cambio di indumenti, quindi si faceva un gran falò di canne e tornavamo a casa affumicati più che asciutti.

Poi c’era pressappoco ogni inverno due o tre volte la neve, le battaglie a palle di neve, i pupazzi, gli igloo, ma soprattutto la campagna silenziosa ed ovattata da quella soffice e leggera coltre bianca:

Con la neve si organizzava la caccia ai passeri, mettevamo una porta sorretta da un lato da un piccolo bastoncino legato da uno spago, poi si spargeva sotto la porta frammenti di pane e quando i passeri si calavano per mangiare il pane, tiravamo lo spago e i passeri rimanevano intrappolati sotto la porta.

Ora avrei scrupoli, a quel tempo definivo il gioco: astuzia, lotta per la sopravvivenza!

Ora tutto sembra più banale i bambini sono sempre occupati, se vogliono pattinare sul ghiaccio hanno i palasport riscaldati, la neve fa fatica a arrivare alla terra perchè diventa ancora prima poltiglia grigiastra e fangosa.

Sembra che il nostro mondo abbia rubato la poesia alla vecchia natura e tutto sia diventato banale e più squallido tanto che una volta finito di nevicare sarei tentato di promuovere un triduo o una novena perché piova e cancelli tutto.

Il mondo moderno ci ha dato tanto, ma ci ha tolto ancora di più perché un mondo senza poesia e senza incanto non diventa solamente un povero mondo, ma un mondo in disfacimento!

O forse tutto questo dipende solamente dalle cataratte della vecchiaia che ti fa rimpiangere il passato!

Un’amara sorpresa e un’altrettanto amara consapevolezza

Gli antichi affermavano che “Sotto il sole non accade mai niente di veramente nuovo” perché quello che poteva accadere è già accaduto.

Per certi versi i nostri vecchi avevano ragione! Ti capita però talvolta qualcosa che ti costringe a mettere in dubbio anche le antiche affermazioni sapienzali!

Qualche giorno fa m’è arrivata una raccomandata da parte di uno studio legale. Un po’ incuriosito ed un po’ timoroso aprì i sigilli di questo plico, conteneva la diffida da parte di un avvocato ad occuparmi di un certo giovane che io ho conosciuto fin da bambino e che molte volte, assieme ad altra brava gente, avevamo tentato di aiutare in momenti veramente cruciali per lui.

La diffida riguardava me, alcuni volontari e tutti i parenti prossimi di questo ragazzo che avevamo tentato di coinvolgere per il salvataggio esistenziale di questo giovane dal naufragio della vita.

La cosa mi sorprese alquanto perché mai e poi mai avevo anche lontanamente inteso, di intromettermi nella sua vita privata, sempre mi era stato chiesto questo intervento. Evidentemente non ero riuscito, pur in tanti anni, scoprire la personalità recondita di questo giovane, che ha sempre recitato la parte dell’indifeso o dello sprovveduto, ma una volta che la personalità vera era un po’ emersa, egli ha fatto ricorso all’espediente legale per continuare a nascondere la sua fragilità e probabilmente le sue piccole furberie.

Il prossimo e il prossimo bisognoso presenta sempre sorprese.

La trovata legale non mi è dispiaciuta più di tanto, mi ha invece addolorato il fatto di non essere riuscito in tanti anni di frequentazione e di desiderio vero di essergli di aiuto a fagli comprendere che quanto s’era tentato di fare nasceva esclusivamente dal desiderio di dargli una mano nelle sue difficoltà e dal tentativo di metterlo in atto per il suo bene.

Ho incontrato un’anima bella e autentica!

Mi trovavo qualche giorno fa nella hall del don Vecchi. L’ambiente era pieno di gente: i soliti membri dei “club storici”, altri presso il bar, altri ancora che parlottavano a crocchi, che si componevano e scomponevano rapidamente. Verso le 17 “la nostra piazza grande” è assai animata e vivace.

Notai subito una signora un po’ spaesata; portava con sé due borsoni, uno con una grande imbottita e l’altro straripante di indumenti.

Rimasi per un istante perplesso, non avevo capito se proveniva dai magazzini San Martino o se fosse venuta per portare materiale agli stessi magazzini?

Non appena si accorse della mia presenza, mi si accostò immediatamente e senza tanti preamboli, dandomi del tu con un veneziano diciotto caratti, mi chiese un alloggio per sé e per il marito acciaccato almeno per l’inverno: “Ho quaranta metri di spazio, a piazzale Roma, ma tutto è rotto, sono senza riscaldamento, c’è bisogno di restauro” “Dai, dammelo un buco!” “Conosco Massimo, la Murer, la Miraglia,”… Conosceva tutti aveva parlato con tutti, e penso che sia vero; un po’ alla volta ne venne fuori il volto e il cuore della vecchia militante comunista.

Aveva fatto tutte le campagne, tutte le marce, aveva partecipato a tutti i comizi, aveva distribuito montagne di volantini,…. Tutti i suoi capi avevano cambiato nome, casacca, lei sola era rimasta la vecchia passionaria, convinta ed appassionata. Non aveva in verità trascurato il campo opposto, perché conosceva ugualmente preti, frati, era perfino andata a finire tra i neucatecumenali, imparando nomi dei profeti dell’antico testamento!
Parlava, con parlata veloce, calda, affettuosa, talora un po’ sorniona, ma sempre coerente.

Era appena tornata dalla manifestazione di Roma; trenta euro e due notti in treno per gridare contro Berlusconi, promossa da Di Pietro, ma a cui lei partecipò come rifondazione comunista!

Mentre parlava mi pareva di sentire mio padre, vecchio democristiano che non era stato smontato ne da tangentopoli, né da nessuna delle ultime disavventure della D.C.

Quanto mi sarebbe piaciuto dirle “Venga ho un appartamentino!” So che avrebbe innescato più di qualche polemica, perché non tutti i miei vecchi riescono a guardare a queste cose dalla mia altezza di quasi due metri!

Quando mi lasciò, dopo uno sfogo lungo e appassionato, ho pensato a quella masnada di furbi che giocano con i sogni e gli ideali di anime belle quali quelle di mio padre democristiano o quelle di questa donna del popolo che ha ancora l’orgoglio di sentirsi comunista autentica!..

Morale elastica

Fin da ragazzo mi hanno insegnato in modo dettagliato e preciso la distinzione tra peccato veniale e mortale.

Meno bene forse la responsabilità morale che passa tra una trasgressione leggera ed una grave, ma era anche comprensibile che ciò avvenisse perché non è proprio semplice passare l’idea che in fondo è la coscienza rettamente informata che valuta la gravità di una azione e che la valutazione personale ha un peso più determinante che la violazione obbiettiva della legge morale.

Questi penso che siano ormai problemi sorpassati per le nuove generazioni che non hanno più alcun metro di valutazione morale e se n’è rimasto traccia esso è rozzo, elastico ed estremamente superficiale.

Questi discorsi impegnativi, se sono stati affrontati, ciò è avvenuto alle elementari e da parte di insegnanti che quasi mai hanno fatto scuola seria al riguardo.

M’è sembrato strano che mi siano riaffiorati alla mente problemi del genere quando nessuno ne parla più.
Ma questo emergere di ricordi dell’insegnamento morale d’altri tempi mi ha aperto a problemi morali ancora più vasti e complessi in occasione dell’arrivo di un giovane prete per la celebrazione di una messa.

La suora, che non so per quale motivo sembra un’esperta di automobili, circa il costo, le prestazioni, m’ha fatto osservare che l’automobile, nuova di ballino, con cui è arrivato il prete ha un costo iperbolico ed è una macchina super davvero!

Il prete abita a due passi dal centro, non credo che curi alcun servizio oltre quello della parrocchia e quindi l’automobile è un “capriccio personale”.

Di certo se quel prete gli accadesse di innamorarsi e gli scappasse qualche gesto affettuoso nei riguardi di una bella ragazza si sentirebbe in colpa e la comunità non gliela passerebbe facilmente, mentre spendere qualche decina di migliaia di euro senza motivo, non accorgendosi delle famiglie disoccupate o che non arrivano a fine mese non è motivo di scrupolo per lui né di indignazione per la comunità cristiana.

Se questa è morale credo che proprio nessuno ne senta più il bisogno perché quel tipo di morale è un termometro inservibile!

Sarebbe ora di smettere di credere che il proprio mondo sia il centro di tutto!

Quando ero bambino pensavo che la mia casa stesse al centro del mondo.
Per molti anni questa convinzione mi accompagnò reputando veramente che gli altri ambienti; strade, paesi, campagne fossero meno importanti della piccola casa inserita in una stradina più simile ad un viottolo che ad una strada seppur sterrata. Da ragazzino andai in colonia, mandato dal Fascio del paese, quando poi frequentavo la quinta elementare feci un tema patriottico, che poi seppi si rifaceva ad una frase del Duce: “L’aratro traccia il solco, ma è la strada che difende”, che fu giudicato degno di partecipare alla selezione cittadina e perciò vidi per la prima volta Venezia, “Costruita sulle palafitte” come ci aveva insegnato la maestra.

Quanta nostalgia per la mia casa, la mia strada, il mio Paese!

C’era sempre la vecchia convinzione, che il mio piccolo mondo fosse al centro, poi capii un po’ alla volta che anche per la gente che abitava in altri paesi, in altra città, provavano la stessa sensazione.

A tutti sfugge che ci troviamo all’interno di un grandioso progetto di cui conosciamo solamente una parte minuta, pressoché insignificante, che però in qualche modo si coordina e si collega con un congegno estremamente complesso che una mente illuminata governa con grande sapienza, facendo si che ci siano risposte adeguate ai bisogni di tutti.

In questi giorni in cui i rappresentanti del mondo si sono riuniti a Copenaghen per salvare il pianeta dall’auto distruzione, comincia finalmente ad emergere e convincere il concetto della globalizzazione, ma soprattutto sta faticosamente facendosi strada che la solidarietà favorisce il funzionamento del mondo, mentre l’egoismo porta fatalmente, non al sopravento e al vantaggio di qualcuno, ma ad una forma di danno universale.

Il messaggio del Natale non è una ricetta solamente per le storie singole, ma anche per la storia universale dell’umanità.

Dio ha dato all’uomo una sovranità limitata, credo che sia così, perché se non fosse così l’uomo avrebbe già distrutto o distruggerebbe quanto prima l’intero ecosistema della vita dell’uomo sulla terra.

Preghiere nuove per far conoscere mistici, teologi e religiosi del nostro tempo

Nella società civile non si fa che parlare di riforme. Non c’è politico di destra o di sinistra che non si proponga come un riformatore convinto che dalle riforme finalmente nasce la società nuova, giusta, pacifica, che può offrire a tutti benessere, dignità e pace sociale.

Questi riformatori durano poco al potere e quindi diventa difficile dimostrare che sono degli incapaci e degli illusi, chi poi c’è rimasto un po’ di più ha fatto sempre dei guai così enormi per cui è bene che altri non si ripropongano con le stesse ricette.

Nella Chiesa, almeno ai nostri giorni c’è meno frenesia di riforme, aleggia una certa aria morta, che ovatta anche i pochi e timidi slanci di rinnovamento. E si che la religiosità d’oggi avrebbe veramente bisogno di una verifica profonda e radicale.

Qualche mattina fa combattevo come sempre la dura battaglia della recita del Breviario.
La Chiesa impegna il sacerdote a questa preghiera quotidiana di lode al buon Dio per sé e per il nostro mondo.
Per me è una battaglia dura e difficile contro la distrazione, la sonnolenza e i concetti lontani mille miglia dalla nostra sensibilità e dalla nostra cultura.

Il Breviario l’abbiamo ereditato dalle comunità monastiche. Ho visitato un tempo il coro dei frati del Redentore, un gran libro centrale e tutt’attorno quaranta, cinquanta scranni dei frati.

Chiesi all’accompagnatore come potevano i frati leggere dalle posizioni così diverse e scomode? Mi si rispose: “non è che tutti sapessero leggere, poi la maggioranza seguiva canterellando sul ritmo del lettore principale”.

Ebbene ero arrivato alla prima lettura del mattino quando fui scosso da questa frase: “Non far caso se uno è per te o contro di te, ma preoccupati piuttosto che Dio sia con te in tutto quello che fai.
Abbi buona coscienza e Dio saprà difenderti. Nessuna perversità umana potrà nuocere a colui che Dio vorrà aiutare!” Ritornai indietro a rileggere il titolo che non avevo osservato: “Dall’imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis”.

Ho pensato subito: “Quanto sarebbe urgente che la Chiesa recuperasse il pensiero di tanti mistici, teologi, ricercatori religiosi del nostro tempo e le miriadi di preghiere fresche, profumate di poesia che sono sbocciate negli ultimi cinquant’anni, mettendo a riposo un mondo che ha ormai il volto dei ruderi delle vestigia del cristianesimo mediorientale dei primi secoli? Spero che il prossimo Papa sia africano, o sud americano, perché solo gente del genere potrà far cambiare alito alla preghiera della Chiesa!

Riflessioni sull'”Ordo Virginis”

Non c’è da meravigliarsi se anche nelle cose che riguardano lo spirito e le scelte esistenziali più impegnative, che esprimono la nostra lode col creatore, faccia capolino perfino “la moda”.

In questi ultimi tempi anche la nostra diocesi può vantare di aver anch’essa il cosi detto “ordo virginis”, ossia un gruppetto, seppur sparuto di ragazze, più o meno giovani, che si consacrano al Signore rinunciando, pur avendone probabilmente l’occasione, a farsi una famiglia. A Venezia di donne di questo genere ne abbiamo fortunatamente di ogni specie, non a decine ma a centinai e centinaia, alcune di loro si dedicano ai vecchi, altre agli ammalati, ai disabili, ai bambini, alla preghiera, all’apostolato, alle carceri, alle parrocchie, ad ogni genere di bisogni fisici, psicologici, morali e sociali. Tutte creature che hanno rinunciato ad un amore personale, pur legittimo e santo, per offrire il meglio del loro cuore di donna a chi ne ha bisogno e non avrebbe mai potuto aspettarsi dono così grande e sublime.

lo sono ammirato e ritengo semplicemente meraviglioso e sublime questo dono da parte di tante anime generose che han fatto questa scelta. Senza togliere nulla all’importanza di queste tre nuove vergini non vorrei però che ci fosse neppur la più piccola discriminazione nei riguardi delle vergini senza pantaloni, con le cuffie o con le rughe. Questo sarebbe ingiusto e sacrilego!

C’è poi una seconda osservazione che mi disturba un pochino e mi fa sentire certi termini odorare di riflusso, di restaurazione e di passato!

Per me la verginità non ha proprio nulla a che fare con un fatto fisico, questo sa ancora di barbaro, di medioevo! Questo concetto di verginità è non solo superato, ma insignificante! La verginità è il profumo dell’animo femminile, una vergine che non sappia amare, sorridere, farsi amare, che non sappia o non voglia donarsi, che abbia paura di spendersi, che non sogni, che non canti e che non creda negli uomini, non si mette in gioco e che non faccia riflettere tutta la grazia della sua femminilità è una vergine fallita. Nella Chiesa oggi ci sono perfino troppe etichette senza controvalore, o con contenuti scaduti, o con soluzioni “placebo”. Mi auguro che le vecchie e nuove vergini veneziane si scelgano come modello Maria di Magdala perché questa è uno dei modelli più convincenti anche oggi!

E’ la mia fragilità di vecchio che mi aiuta a capire i vecchi

Sono ormai una trentina d’anni che mi occupo di vecchi e di problemi inerenti alla terza età.

Ho letto, mi sono documentato personalmente, ho incontrato realtà che avevano tentato di rispondere ai problemi della terza età, ho perfino tentato personalmente di aprire strade innovative nei riguardi della residenzialità per anziani, ottenendo anche qualche successo.

Sono arrivato ad illudermi e perfino ad illudere gli altri di essere quasi un esperto nel settore.

Va bene che in un regno di cechi il monologo può considerarsi un re e quindi nel mondo di questa nuova povertà, che ora è da considerarsi la vecchiaia, anche chi sa un qualcosa più degli altri può ritenersi un esperto!

M’è arrivata perfino dall’alta Italia l’opulenta Cortina la richiesta di una consulenza in merito a questo settore e da centro Italia l’invito a partecipare da relatore ad un congresso, richiesta in cui mi si fissava perfino il numero di cartelle, quaranta, per la relazione magistrale.

Non ho mai, in verità perduto la testa, ed ho sempre tenuto i piedi per terra. Ma in questi ultimi giorni, come avviene quasi ogni anno una influenza, che il medico non ha giudicato né quella normale né quella della pandemia, ma soltanto una “preinfluenza” m’ha fornito la misura della mia fragilità fisica e mentale facendomi provare uno stato di instabilità, di insicurezza nell’incedere, di disagio nel formulare il pensiero, di stanchezza psicologica nell’affrontare i problemi quotidiani, questi sintomi mi hanno riconfermato nell’antica saggezza dei romani “Senectus ipsa morbus” “la vecchiaia è di per se stessa una malattia”..

Credo che le sopravvenute ipotesi dei sociologi moderni non abbiano neppure scalfito, la validità dell’antica sentenza.

Ho richiesto con un po’ di vezzo, ma non so per quanto possa durare ancora “Se dura la febbre ancora per qualche giorno fatemi ricoverare al Nazareth”, la casa di riposo per non autosufficienti, che tutto sommato gradisco di più.

Solo chi è dentro fino al midollo in una situazione la può capire a pieno. Io sono un vecchio ultraprivilegiato, ma quanti non godono neppure della mia situazione?

Chi si preoccupa degli orfani spirituali?

Molte volte mi sono ripetuto affermando che il testo su cui faccio meditazione di primo mattino, non ha nulla di quello che normalmente si definisce teologico o mistico, ma sono delle semplici riflessioni oneste e concrete di cristiani che non appartengono neppure alla chiesa cattolica.

Uso questo testo perché è breve, i ragionamenti tengono i piedi per terra e soprattutto non mi fanno dormire.

Qualche giorno fa ho letto la testimonianza di una fedele dell’Ohio, Stati uniti. Racconta questa signora che da bambina non avendo più famiglia, è stata data in affidamento al pastore della comunità (che bello ed umano questo gesto di questo pastore, credo che noi preti abbiamo molto da imparare da queste scelte!) La madre poi ha trovato un lavoro ed è andata dal pastore a riprendersi la ragazzina.

Suddetto pastore, s’era fatto carico personalmente delle spese, e quindi consegnò interamente alla madre i soldi che aveva ricevuto per il suo sostentamento.

Quel pastore evidentemente aveva compreso ed attuato l’affermazione di Giacomo che dice, “che la religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri nel mondo”.

Già questo sarebbe un fatto di coscienza esemplare, ma la sorella di fede va oltre sul vero significato di “orfano” dicendo: “Se noi vogliamo una religione pura e senza macchia, dobbiamo prenderci cura degli orfani spirituali, aiutandoli ad entrare in relazione col Padre Celeste.”

Questo discorso, che non fa una grinza, pare che neppure sia preso in considerazione dalle parrocchie, dai preti, dai frati, e dalle monache e da gran parte di quel numero sconfinato di “cristiani” che appartengono ad una miriade di associazioni e movimenti cattolici più o meno fondamentalisti!

Molti, troppi affermano che non si può far nulla a ciò, ma non ci ho mai creduto; io che sono l’ultimo e uno del vecchio stampo con la mia pensione riesco a stampare quattromila e cinquecento copie di un settimanale che spera di essere una proposta ed una verifica cristiana e con i miei volontari ospitiamo 300 anziani e vestiamo tre quarti di anziani della nostra città!

Credo che un po’ di autocritica fraterna sia doverosa!

Non tutto è male nel nostro tempo!

Abbastanza normalmente l’opinione pubblica, ma anche noi cittadini, poniamo l’accento sugli aspetti negativi del nostro tempo, puntando il dito accusatorio sulle negatività dei nostri giorni.
Io, purtroppo, mi riconosco in questa categoria.

Non ci accorgiamo invece quasi mai di ciò che di positivo fortunatamente si può trovare, sia nella società civile, che nella chiesa.

Mi sono soffermato su questa costatazione, leggendo l’intervista che pubblico in questo numero de “L’Incontro”.

Il dottor Melazzini, oncologo di fama, colpito dalla Sla, afferma che piuttosto di soffermarsi su ciò che egli non riesce più a fare trova opportuno godere delle cose che riesce ancora a realizzare.

Il pensiero saggio di Melazzini, mi ha aiutato a leggere positivamente più di un aspetto nei miei rapporti con la chiesa e la società civile.

Qualche settimana fa uno dei miei ragazzi di un tempo, che ora fa il giornalista, mi ha messo in una posizione imbarazzante circa la delibera della regione che ha deciso di stipendiare i cappellani negli ospedali.

Forse io non mi ero espresso bene o forse lui ha interpretato male il mio pensiero per scrivere qualcosa di non scontato, comunque ne è venuto fuori che questo vecchio prete sempre bastian contrario, prima ha criticato le vacanze del Papa ed ora critica pure lo stipendio dei preti in cura d’anime in ospedale.

Io volevo solamente dire che ero un po’ deluso che tra i 200 preti e più frati che ci sono in diocesi non si sia trovato che qualcuno accettasse questo ministero così importante e delicato.

Per qualche giorno pensavo ad un intervento della curia nei miei riguardi, che mi dicesse che se il Patriarca ha firmato questo protocollo aveva le sue buone ragioni, mentre io avevo solamente una visione superficiale del problema.

Non è successo niente; ma mi sono chiesto se questo fosse accaduto cinque o sei secoli fa, cosa sarebbe successo? Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans fu mandata al rogo solamente perché si era messa i pantaloni e il Savonarola bruciato in piazza per delle affermazioni che ora sono usate per proclamarlo beato!

Andiamo! Non tutto è male nel nostro tempo! Talvolta si abusa della libertà di pensiero e di parola, comunque credo che sia immensamente meglio dell’inquisizione! Io sono ancora convinto che la storia dell’uomo stia percorrendo, nonostante tutto, un cammino ascensionale, ed io mi reputo veramente fortunato di vivere in questo tempo, altrimenti sarebbero stati guai!

“Parce sepulto” ovverossia “Rispetto comunque per i morti”

Non so proprio se sono stato fortunato o sfortunato.
Mi avevano chiesto di celebrare il commiato di un fratello, che in un momento di solitudine e di sconforto aveva messo fine alla sua vita.

Il commiato poi si svolgeva in una cornice particolarmente fosca, perché i giornali erano ritornati tante volte su una vicenda estremamente complicata ed amara. Come si sa la cronaca nera risponde sempre ad una morbosità dell’opinione pubblica che pare sia particolarmente attratta dal macabro.

Io avevo appena letto i titoli, non m’ero fatto un’idea seppur sommaria di ciò che era avvenuto e comunque anche se avessi tentato di capirci qualcosa non ci sarei riuscito. Vedo come sono trattate queste cose nei tribunali; dopo mesi di sedute la giuria rimane ore ed ore in camera di consiglio per decisioni sofferte che credo abbiano sempre dei grossi margini di dubbio.

Nell’attesa del rito funebre ero non solo turbato, ma estremamente preoccupato per non dire una parola in più o in meno che fosse stonata o non opportuna.

Per grazia di Dio arrivò un sacerdote, che pur lui non conosceva il defunto, ma che aveva qualche elemento in più di quanto io avessi.

Io partecipai perciò con gli altri fedeli in rigoroso silenzio e con grande pietà verso tutti i presenti che erano coinvolti dal dramma.

Dalle parole del celebrante ne è emersa una figura bella e quanto mai positiva, tanto che ne rimasi sollevato nello spirito.

Sennonché mentre la gente usciva di chiesa, una persona, che credo informata mi disse che la chiesa era piena di cocainomani e di spacciatori.

Io rimango del parere dei romani che affermano “Parce sepulto” “Rispetto comunque per i morti”, ma non penso che suggerissero neppure esaltazioni, di drammi gravi e di conclusioni infelici.

La salvezza è possibile, oggi e per tutti!

Con la fine dell’anno liturgico 2008-2009 e l’inizio dell’anno nuovo, cominciato con la prima domenica d’avvento il vangelo è ritornato più volte a descrivere con pennellate vigorose e a tinte forti il franare del vecchio mondo in cui viviamo, e a indicare l’orizzonte in cui stanno nascendo i tempi nuovi.

Quest’anno ho vissuto con particolare partecipazione ed emozione interiore questo tramonto burrascoso di un mondo che non sta più in piedi, che frana da tutte le parti perché marcio e corrotto e con particolare attesa ho ascoltato l’annuncio del sole nuovo che sta apparendo lentamente all’orizzonte della storia della vita.

Tante volte il mio animo è andato alla splendida ouverture del Guglielmo Tell del Rossini.

Prima il frastuono dei tuoni, della tempesta e dei guizzi lividi dei lampi che fendono il cielo buio, e poi pian piano dopo il furore della tempesta le dolcissime e tenui note della pastorale, che via via si fa, più forte e più sicura e riempie di sé il cielo e la terra. Su questa scena, quest’anno s’è stagliata per me più nitida l’affermazione luminosa e rasserenante che “ogni uomo vedrà la salvezza!”

Nel passato avevo sempre pensato alla salvezza come un qualcosa che si sarebbe realizzata dopo la morte, l’uomo non sarebbe stato travolto dal naufragio di un mondo che aveva voltato le spalle al suo Creatore, ma avrebbe trovato un approdo nella Terra promessa.

Quest’anno invece, non so proprio per quale mistero o per quale grazia, mi pare d’aver compreso che la salvezza promessa da Cristo non si deve collocare solamente sulla vita futura, ma anche e soprattutto su quella presente.

Non posso quindi sfuggire alle mie responsabilità circa la storia del mondo, debbo impegnarmi ora, subito perché gli uomini non continuino a scivolare nella china del disordine, per una vita nuova e più nobile.

Il cristiano non può essere più un latitante che fugge nel dopo, ma un militante per realizzare la promessa di Cristo che “la salvezza” ossia la liberazione dal male è possibile oggi e per tutti!

Una chiesa amata perché semplice

I fedeli mi hanno chiesto di rinforzare gli altoparlanti esterni alla nuova chiesa perché, nonostante essa offra posti a sedere di più di quelli esistenti nella vecchia cappella dell’ottocento, ci sono ancora fedeli che sono costretti a partecipare alla Messa stando fuori della chiesa.

Ho ordinato altre 30 sedie e credo poi che con un po’ di buona volontà si possa trovare ancora qualche spazio all’interno, comunque sono molto contento nel costatare che non ho sbagliato a chiedere al Comune una struttura di cui la Comunità cittadina aveva vero bisogno.

Sono poi ancora più contento che la gente gradisca quanto mai il nuovo luogo di culto.

I fedeli non cessano di farmi complimenti, pensando che la risposta della civica amministrazione sia stata determinata dalla mia insistenza, e soprattutto si dice contenta della struttura che giudica quanto mai bella e adatta agli incontri di preghiera.

E’ vero che la nuova chiesa offre un clima di molta intimità; si determina subito nella assemblea un clima accogliente, familiare, infatti la gente risponde, canta, partecipa ai sacri misteri; forse non è distratta dalla maestosità del tempio, motivo per cui il dialogo con Dio e con i fratelli diviene immediatamente l’elemento focale dell’incontro religioso.

Di frequente mi viene da pensare alla definizione con cui il vescovo di Barletta, don Antonino Bello, parla della comunità cristiana del nostro tempo come “La chiesa in grembiule”, come chiesa dimessa, povera rispondente al sogno e alle attese dei cristiani semplici ed evangelici.

Forse è per questo che i mestrini dimostrano ogni giorno di più il loro gradimento per la chiesa prefabbricata del cimitero, sentono l’esigenza che non solo la chiesa dei cuori non abbia nulla di maestoso ed incombente, e perciò s’aspettano che anche l’abito che indossa sia consono ad un popolo di Dio umile ed autentico.

La fede è fede, non dubbio!

Spesso ha fatto capolino nel mio spirito una reazione un po’ scanzonata e scettica di fronte ad una frase quanto mai allettante di Cristo: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi darò ristoro”.

“Caro Gesù ora ti piglio in parola:”, snocciolandogli poi una serie di problemi che mi pesano alquanto e da tanto tempo, dai quali non so proprio come liberarmene.

Poi piano piano sono rientrato in me stesso, accorgendomi che finché andrò a chiedere aiuto a Cristo con un grado di scetticismo e di incredulità non posso pretendere di avere una risposta positiva.

Mi sono ricordato prima di Trilussa che afferma “La fede è bella senza i ma, i chissà e i perché”.
La fede è fede non dubbio, e Cristo chiede questo tipo di fede.

La coscienza quindi ha rincarato la dose, ricordandomi sant’Agostino il quale afferma usando un bisticcio di parole latine, “mali-male-mala”, che quando non otteniamo è perché o siamo “mali” cattivi, o perché non crediamo bene “male”, o perché chiediamo cose non valide “mala”.

Infine mi ha mandato al tappeto una storiella letta da qualche parte che raccontava che dei fedeli di una parrocchia di campagna chiesero al loro curato di indire una funzione religiosa per implorare la pioggia perché l’arsura stava lentamente bruciando i raccolti. Il curato accondiscese, sennonché si presentò alla funzione una ragazzina con l’ombrello al braccio suscitando l’ironia di tutti.

Alle frasi sornione ed irridenti la ragazzina con grande candore affermò “ma non siamo venuti a chiedere la pioggia al Signore, allora mi sono portata l’ombrello per non bagnarmi durante il ritorno a casa!

Per lei era scontato che il Signore avrebbe ascoltato i suoi figli.

Finché pregheremo col tarlo del dubbio, della riserva mentale saremo sempre sotto la soglia di quella fede che può spostare le montagne!

Chi si dichiara cattolico e chi agisce da tale

L’ho confessato ormai fin troppe volte che io rimango un appassionato lettore dei bollettini parrocchiali. Talora vi trovo iniziative interessanti, riflessioni valide, oltre le immancabili e giuste informazioni speciali circa la vita della comunità.

Più spesso incontro poco di genuino, molto di scontato e molto poco che esprima le personalità e le convinzioni dei relativi pastori.

Pare che molti preti, che pur ricoprono incarichi e responsabilità di grande rilievo nei riguardi del popolo di Dio, non abbiano il coraggio di uscire allo scoperto di portare dei contributi genuini o peggio ancora abbiano proprio molto poco da dire alla loro gente.

Qualche settimana fa, leggendo l’editoriale della “Borromea”, scritto dal parroco del Duomo di Mestre, mons. Fausto Bonini, su un argomento quanto mai interessante ed estremamente attuale “Su quei politici che si autoproclamano cattolici” sono ritornato a riflettere su un argomento che mi è caro e che credo di capitale importanza.

Premetto la mia assoluta condivisione del discorso di don Bonini: “Non è cattolico il politico che si proclama tale (pare che oggi sia quasi una moda e peggio ancora che sia un’esca per accalappiare i voti dei cattolici) ma chi si comporta nella vita da cattolico, nelle scelte, nel comportamento e soprattutto nella qualità del servizio che offre alla collettività.

Mi permetto di aggiungere che, partendo da un pensiero di Sant’Agostino, che mi è sempre stato tanto caro ed utile nei miei orientamenti: “Ci sono uomini che la chiesa possiede ed altri uomini che Dio possiede e la Chiesa non possiede”. Sono molto cauto nel prestar fede alle etichette esteriori e ai distintivi, ma preferisco orientarmi dalla qualità dei contenuti che emergono dall’azione politica dei vari protagonisti dell’attività pubblica.

Tutto questo mi aiuta a dare il mio favore alle personalità autentiche, a quelle che si dimostrano libere, nelle scelte che implicano la coscienza o i valori di fondo del credo religioso a cui dicono di aderire.

“I peones” del parlamento li reputo una specie di mercenari senza principi. I voti di schieramento, scontati ed incolori li reputo l’espressione più bassa di un servilismo meschino, di un appiattimento morale, di nessuna personalità, e di attaccamento alla sedia conquistata a prezzo di ogni compromesso,. Che un partito abbia un orientamento di fondo è normale e logico, ma nelle singole questioni deve emergere la taratura morale degli attori della cosa pubblica che si qualificano con le argomentazioni e il voto relativo.