Don Armando Trevisiol


Archivio di novembre 2009

Anche certe provocazioni atee possono aiutare i cristiani

lunedì, 30 novembre 2009

Quando alcuni mesi fa ci fu l’episodio, certamente poco gradevole per noi credenti, degli autobus genovesi con le scritte pubblicitarie che annunciavano ai cittadini di Genova che Dio non esiste e che la cosa non poteva che rendere soddisfatta la cittadinanza, un sacerdote tentò di interpretare positivamente questo episodio.

Quel prete affermava che la provocazione costringeva i credenti a prendere posizione di fronte al problema di Dio e quindi aiutava a fare scelte più coerenti e più convinte.

Io non mi trovai totalmente d’accordo pur dovendo ammettere che c’era un qualcosa di vero e di positivo nel suo ragionamento.

In quell’occasione mi riproposi di non lasciarmi andare a reazioni immediate ed emotive, ma di tentare di valutare possibilmente tutti i risvolti di qualsiasi avvenimento.

Il proposito mi tornò buono qualche giorno fa, quando lessi su “Il Gazzettino” che un circolo veneziano di atei militanti ha informato i lettori che la Regione spende 10.000 euro al mese per pagare l’assistenza religiosa negli ospedali di Mestre e Venezia e perciò rivendicava una somma per l’assistenza svolta in suddetti ospedali per i maomettani, protestanti, atei, agnostici e via diseguito.

Pensai: “Sono sempre quei quattro piantagrane che approfittano per dare addosso alla chiesa!”

Poi ripensandoci mi chiesi se ci sono veramente i cinque sacerdoti a tempo pieno, se non sarebbe più giusto che l’assistenza religiosa fosse fatta a titolo gratuito da qualcuno dei 200 preti e 300 frati presenti in città?

Credo che le critiche, pur malevole e cattive dei soliti arrabbiati pongono sul tappeto problematiche che un tempo erano risolte in un certo modo, ma che attualmente devono essere riviste di fronte a situazioni decisamente diverse.

Ho concluso che anche dal male possono emergere aspetti positivi, anche dagli atei militanti può giungere una mano per la purificazione e il rinnovamento del nostro modo di vivere la religione.


E’ l’Italia d’oggi che esprime questi politici

domenica, 29 novembre 2009

Un tempo avevo un amico prete che si professava visceralmente antifascista, in realtà ho però sempre ritenuto che, se fascismo significa prepotenza, non rispetto del prossimo, fosse lui un fascista per antonomasia perché questo era il suo stile di vita.

Ebbene questo collega era arrivato a dire che se avessero rovesciato il maresciallo De Gaulle o Golda Meier (allora primo ministro di Israele) ci avrebbe offerto una cena.

Egli era convinto che sbarazzandoci di quei due personaggi l’Europa di allora, avrebbe riconquistato la democrazia.

D’altronde anche oggi per una gran parte della sinistra crede che sbarazzandosi di Berlusconi, l’Italia, recupererebbe la moralità, un sano vivere civile, la giustizia sociale e quanto di meglio si possa auspicare per il proprio Paese. A parte il fatto che credo di non aver mai conosciuto un paese che possegga questi valori, per merito di un governo di sinistra, spessissimo invece ho riscontrato solamente corruzione, disastro economico, trionfo della burocrazia, malgoverno e via di seguito.

Comunque in quell’occasione, di fronte alla discussione accalorata tra noi giovani preti, intervenne il vecchio parroco, certamente più saggio di noi a ricordarci “Non è De Gaulle che fa la Francia, ma è invece la Francia con i suoi pregi e difetti che esprime De Gaulle”

Sono convinto che avesse totalmente ragione, chi se la piglia con Berlusconi e vorrebbe cambiarlo radicalmente, dovrebbe prendersela con se stesso perché è l’Italia d’oggi che esprime questo tipo di personaggio, infatti è lui ad avere attualmente i maggiori consensi, checché ne dicano i suoi avversari politici.

Concludo con un proposito, dovrò continuare ad impegnarmi per un mutamento di mentalità, di costume, e di moralità e di cultura degli italiani, anche se, come ho sentito stamattina alla radio, che un milione di italiani oggi fa uso di cocaina e i nostri giovani vanno in discoteca verso mezzanotte, si sbronzano e con l’auto fanno più vittime di una guerra.

Almeno per il prossimo futuro ho ben poco da sperare; avremo un capo di governo ben peggiore dell’attuale!


L’inno di san Paolo “Ubi caritas, ibi Deus” e il don Vecchi

sabato, 28 novembre 2009

Non avrei mai pensato che il don Vecchi, che qualche concittadino si ostina ancora a ritenere una casa di riposo, in poco tempo sarebbe diventato un vivaio in cui si muove tanta gente, si fanno tante cose e soprattutto in cui pulsa rigogliosa la vita.

Era quello che volevo ma non avrei mai pensato che sarebbe avvenuto tanto presto e con tanta intensità.

Il sogno iniziale era quello di offrire agli anziani, senza tanti mezzi economici, una dimora in cui essi potessero rimanere uomini, donne e soprattutto persone fino all’ultima goccia di vita.

Questo è avvenuto! Al don Vecchi c’è un campionario del mondo, magari non con volti e comportamenti all’ultima moda, e con stili di vita all’ultimo grido, ma comunque ci sono uomini e donne liberi, che fanno le scelte che vogliono, che vivono, amano e si comportano come ognuno crede.

Talvolta amerei che rientrassero un po’ di più nel clichè della comunità dei cristiani, li sollecito a questo, ma mi impegno e garantisco loro la libertà di praticare e di vivere come credono.

La costituzione del don Vecchi, ha pochi paragrafi: solidarietà, rispetto, libertà, per il resto ognuno si arrangia.

Quello che però mi esalta è l’interrato, la parte meno nobile dell’edificio, la è sbocciata la vita: i magazzini dei mobili, dell’oggettistica, dei supporti per gli ammalati, del banco dei generi alimentari, dei vestiti.

Credo che non ci sia angolo o istituzioni di Mestre in cui si incontri in maniera così intensa e numerosa e diversificata la solidarietà.

Dire che ne sono orgoglioso non è giusto, perché non è opera mia, ma espressione corale di un volontariato tanto diversificato per età, sesso, cultura, lingua, religione.

Il denominatore comune di questo formicaio di volontari, nato quasi per caso, è la solidarietà, espressa in mille modi e con stili diversi, ma comunque è sempre solidarietà.

Il don Vecchi è sempre vivo perché non cessa mai l’andirivieni di anziani, figli, nipoti, badanti, amici e fornitori, ma il pomeriggio il popolo dei piani alti e di quello dei piani bassi, si mescolano e tutti insieme cantano l’inno di san Paolo “Ubi caritas, ibi Deus” dove c’è la solidarietà la c’è Dio, forse per questo il don Vecchi è così vivo e così nuovo!


Non sono di sinistra, di destra e neppure di centro

venerdì, 27 novembre 2009

Quando studiavo filosofia al liceo, fui molto colpito da una lezione di don Vecchi, in cui con quell’estro che gli era proprio, ci spiegava e poi ci metteva in guardia dalla realtà che egli definiva nominalismo.

Chi vuol ragionare bene deve mettersi d’accordo non tanto sui termini, quanto sui contenuti di certe parole.

Ad esempio parlare di amore è la cosa più difficile di questo mondo, dietro quella etichetta ci possono essere i contenuti più diversi, anzi opposti, motivo per cui dialogare con parole che non hanno lo stesso significato è quanto di più assurdo ed inutile che ognuno possa fare.

Per non parlare di democrazia, di libertà, di progresso, di bellezza e di quant’altro. O prendi in mano lo Zingarelli e t’accordi sul significato dei vocaboli, o altrimenti perdi tempo inutilmente ed arrischi di baruffare.

In merito a queste mie povere riflessioni, nel mio “diario” di vecchio ottantenne, con poco retroterra culturale, nascono delle reazioni.

Questo è normale. La maggioranza ammira, forse l’unica cosa pregevole: l’onestà.
Qualche altro il coraggio di dire la propria opinione, ma questo lo ritengo un dato scontato perchè, almeno in Italia, tutti dicono ciò che pensano; ci vorrebbe altro che un prete avesse paura di farlo. Poi più volte ho affermato che non godo di rivelazioni, non pretendo di dire verità assolute, non ho soluzioni miracolistiche da proporre.

C’è invece un signore, che mediante messaggi su internet tenta di incasellarmi come un prete di sinistra. Non lo sono, non sono neanche di destra e neppure di centro. Sono solamente un uomo che cerca la verità, che ama la povera gente concretamente che se scopre qualcosa di buono, con entusiasmo infantile, lo dice a tutti, che è infastidito dalla burocrazia e dal formalismo, che ama una chiesa povera e libera, che rifiuta la violenza, che non ha paura di nessuno, che non vorrebbe far del male neppure ad una mosca, che ama il Signore, il prossimo, e che sogna un mondo nuovo.

Durante tutta la mia vita c’è sempre stato qualcuno che ha tentato di mettermi in uno di quei scomparti della cassettiera della vita, non ci sono mai stato e per scelta e convinzione ho mantenuto la mia libertà. Ognuno è libero di classificarmi come gli aggrada, ma io rimarrò comunque me stesso, gli piaccia o no!


Non serve ed è stolto essere troppo apprensivi!

giovedì, 26 novembre 2009

Siamo in tempo di grandi cambiamenti non credo che i laboratori pastorali stiano lavorando su un nuovo progetto di comunità cristiana a livello diocesano, anzi sono più propenso a pensare che invece stiamo rattoppando un tessuto sdrucito e con grossi strappi su modelli sorpassati ed ormai impossibili.
La realtà invece costringe i responsabili a nuove strategie.

Io sono completamente all’oscuro di tutto; conosco appena le difficoltà, le forze di cui dispongono gli strateghi della pastorale veneziana e le motivazioni delle scelte.

Riesco solamente ad intravedere i cambiamenti, le sostituzioni, l’assemblaggio delle comunità parrocchiali e non sempre riesco a connettere le scelte, ad intravedere le motivazioni del movimento delle pedine sulla scacchiera diocesana.

Talvolta ho perfino vergogna di sentirmi quasi felice per essere in panchina e fuori gioco e quindi non più responsabile.

Qualche giorno fa mi è venuta la tentazione di invitare a pranzo un mio vecchio collaboratore, che normalmente è estremamente aggiornato sulle vicende dei preti e della chiesa, perché mi informi e mi aiuti a capire le “mosse”. Poi, punto dal rimorso e dalla vergogna, vi ho rinunciato pensando al proverbio spagnolo: “Il Signore riesce a scrivere diritto e bene anche su righe storte”.

La provvidenza spesso, o molto di frequente, guida e porta al bene anche le mosse più sbagliate dei giocatori.

In questi giorni penso e traggo grande motivo di consolazione constatando che un prete che era stato messo fuori gioco, perché non se ne condivideva l’impostazione e le scelte, in realtà nel nuovo ruolo si sta rivelando un ottimo operatore, intelligente, capace di leggere gli eventi e capace di anticipare con scelte oculate i tempi nuovi.

Ho concluso che è assolutamente stolto essere esageratamente apprensivi e spaventati da quella che può sapere di sconfitta irrimediabile, perché in realtà è solamente il buon Dio che aggiusta la lentezza e la poca apertura dei suoi ministri!


Ammiro il giornale-rivista “Piazza Maggiore” e i fini che si propone!

mercoledì, 25 novembre 2009

Mi hanno appena portato “Piazza Maggiore”, il grande giornale-rivista edito dalla Fondazione Duomo.

Monsignor Bonini, due-tre anni fa, ha dato vita a questo periodico che favorisce il dialogo tra la civica amministrazione, le migliori realtà culturali ed economiche della città e la chiesa mestrina.

Quella di don Fausto è stata una intuizione intelligente e felice, creando uno strumento nuovo, sotto ogni punto di vista, che mette a confronto gli uomini, le idee dei protagonisti della vita cittadina e le tessere del vasto mosaico che compone sia la società civile che quella religiosa in maniera tale che pian piano, da questo confronto emerga il volto di una città nel senso completo del termine e di una chiesa, che pure faticosamente e in maniera forse non del tutto consapevole, sta cercando un progetto ed una voce comune e soprattutto faccia dialogare queste due realtà prima sul piano delle idee e dei progetti e poi in quello delle opere.

Mestre si trova veramente in una situazione paradossale; una non città ed una non chiesa, che mai, per vie istituzionali, avrebbero trovato un volto comune, perché Venezia, la vecchia suocera, non favorisce, per motivi anche comprensibili, la maturazione di una Mestre adulta e con coscienza cittadina.

L’escamotage del parroco di San Lorenzo, è stato quanto mai saggio ed intelligente favorendo la crescita reale, perché una volta maturata la coscienza civica ed ecclesiale, non ci sarà di certo legge che tenga per non riconoscere una realtà ormai matura.

E’ stato perso tanto, troppo tempo e nonostante gli sforzi dell’avvocato Bergamo e di qualche altro esploratore solitario, per ottenere una autonomia formale, che Venezia non ha mai voluto e Mestre non era pronta a ricevere.

L’opera discreta e concreta che il parroco del Duomo sta realizzando gli obiettivi che gli altri si sono posti, ma che sempre sono miseramente falliti.

Per quanto mi riguarda, non provo che ammirazione ed entusiasmo di fronte ad un progetto ambizioso, ma necessario ed invito i concittadini a leggere “Piazza Maggiore” che è lo strumento altrettanto intelligente che lo sta maturando.


Parrocchie: catechesi, liturgia e… una carità zoppicante

martedì, 24 novembre 2009

Da un paio d’anni raccogliamo gli strumenti di supporto per gli infermi per metterli a disposizione di chi ne ha bisogno senza ricorrere a compilazioni di moduli, di presentazione di ricette mediche e di Cud e di mercanzia del genere.
Le cose vanno benino!

Pian piano pare che riusciamo ad ottenere quello che poi ci è richiesto, ma mentre abbiamo una certa carenza per gli esterni, in compenso c’è sovrabbondanza di comode, di stampelle e di treppiedi.

Qualche giorno fa, facendo visita al magazzino, piuttosto angusto, di questo materiale, mi accorsi che in un angolo c’era un treppiedi con una gambetta spezzata, non serve a niente bisogna che lo buttiamo perché solamente l’appoggio su tre gambe offre la stabilità richiesta.

Mentre pensavo di chiedere al responsabile di portare alla Vesta lo strumento che non poteva più servire, per una strana associazione di idee, ho pensato alle molte, troppe parrocchie che dovrebbero, se fosse possibile, essere mandate alla Vesta per essere rottamate perché sono mancanti di un elemento del treppiede che è parte integrante della sua struttura.

Notoriamente i tre supporti della parrocchia sono: catechesi, liturgia e carità. Il peduncolo della carità per molti sembra però quasi un optional e perciò o manca completamente o è sostituito malamente con rimedi di fortuna, tanto che un elemento qualificante la comunità cristiana, anzi uno dei più apprezzati dall’uomo d’oggi per alcuni sembra non importante tanto da essere abbandonato senza tanti drammi interiori.

Qualcuno si illude che debba provvedere lo Stato, qualche altro lo delega a strutture diocesane e qualche altro lascia che cammini come uno sciancato, tirandosi avanti zoppicando.

Non so se questa mancanza sia ritenuta da Rosmini una delle cinque piaghe della chiesa dei tempi nostri, se non lo fosse bisognerebbe denunciarne la presenza, perchè è certamente una causa dei suoi malanni.


“Primo obiettivo è fare il bene, ultimo chiacchierare sul bene da fare!”

lunedì, 23 novembre 2009

L’amicizia è un modo per stabilire rapporti cordiali e fiduciosi verso tutti, ma in particolare verso chi avverti abbia una consonanza di idee e di convinzioni. Tutto questo vale per le persone del nostro tempo, ma egualmente anche nei personaggi del passato.

Io, per esempio, mi sento molto vicino alla sensibilità e al pensiero di Sant’Agostino, meno per San Tommaso, il grande filosofo e teologo, provo tanta simpatia per l’apostolo Giacomo, uomo concreto e con i piedi per terra piuttosto che per l’apostolo San Giovanni, che mi pare abbia sempre la testa tra le nuvole! Non penso che con ciò faccia un torto né a San Tommaso D’Aquino né a San Giovanni evangelista, l’apostolo tanto amato da Gesù.

La mia amicizia scaturisce probabilmente da un’assonanza di sensibilità e di idee.

In queste ultime settimane una delle tre letture domenicali della S. Messa, è dedicata a San Giacomo e mi fa felice che egli, pur senza saperlo, faccia da supporto ai miei convincimenti più profondi e mi garantisca che non sono fuori strada.

In questi giorni credo debbano fischiare le orecchie a San Giacomo perché lo penso cento volte al giorno per quella sua frase: “La fede senza le opere è sterile!”

Quante volte ho pensato che al buon Dio gli debba interessare proprio ben poco l’acqua santa, l’incenso, gli inchini e le cerimonie in genere, ma invece gli sia quanto mai gradito ed approvi chi si occupa degli ultimi, si fa carico dei fragili e di quelli che non contano.

Al Padre non può che essere gradito che le sue creature si aiutino, che chi è più intelligente, più forte, più ingegnoso si dia da fare anche per chi è incerto ed impacciato, per chi non tiene il passo, per chi non sa sbrogliarsela da solo.

Il mio esercito di volontari zoppica alquanto a livello della frequenza al culto, della comprensione della liturgia e del tempo dedicato alla preghiera, ma in compenso sgobba, fatica e s’impegna!

Talvolta penso perfino di fondare una nuova congregazione che abbia come prima regola: “Primo obiettivo è fare il bene, ultimo chiacchierare sul bene da fare!”

Non sono però proprio sicuro di ottenere l’avallo pontificio!.

Comunque possiamo procedere anche senza avallo perché all’ingresso del Cielo ci sarà San Giacomo a farci entrare!


Almeno ammettessero gli errori…

domenica, 22 novembre 2009

Ho letto con una certa curiosità qualche articolo sulla vicenda del direttore dell’Avvenire. Confesso che non sono riuscito a capire cosa ci sia sotto a questa vicenda e i motivi che ha determinato questo mezzo uragano sociale all’inizio dell’autunno.

Meno ancora ho capito che la vita privata non debba essere una componente che misura la consistenza morale e sociale di un uomo impegnato nelle vicende del nostro Paese.

Che Berlusconi non sia un santo l’ha detto lui stesso, non credo neanche che si debba pretendere la “santità” da un capo di governo, basterebbe l’onestà, il rigore morale la correttezza familiare, questo dovrebbe essere il minimo requisito per porsi a capo di un popolo che ha soprattutto bisogno di serietà morale e di testimonianza.

Forse neanche Boffo, da quel poco che ho capito, pare sia un santo anche se ha sempre bazzicato per le sacrestie e nelle Curie vescovili.

A differenza di Berlusconi, lui mi pare abbia l’aggravante di non ammetterlo pur di fronte ai documenti del tribunale. I vescovi poi, che almeno all’inizio della loro carriera, dovrebbero aver confessato qualche volta, avrebbero dovuto sapere quanto fragile sia l’uomo, se anche la Bibbia afferma che anche il giusto pecca sette volte al giorno!

Perciò hanno fatto una figura un po’ pellegrina dando patenti di moralità solo perché l’interessato era un loro dipendente.

La sinistra a sua volta ha fatto ancora una volta una brutta figura pretendendo che la destra non faccia quello che essa ha sempre fatto e la destra non si è dimostrata migliore seguendo anch’essa i cattivi esempi della sinistra.

La misericordia di Dio è, come si sa, tanto grande, io assolverei tutti se si dichiarassero pentiti e decisi di non ricorrere negli stessi peccati o almeno tentassero di non farlo!


Una lettura che m’ha fatto riflettere

sabato, 21 novembre 2009

C’è tutta una letteratura che riguarda le abitudini, i pensieri e i comportamenti degli anacoreti e dei monaci del medio oriente, vissuti in solitudine, penitenza e preghiera, prima che nascessero i cenobi e i monasteri dei grandi ordini monastici quali i benedettini, i francescani i domenicani, i Servi di Maria e di altri ancora.

Di solito sono racconti, aneddoti, leggende assai piacevoli, che si rifanno a certi clichè e che normalmente vertono sull’ascetismo cristiano, maturato in relativa vicinanza alle origini di quel mondo che si rifaceva ai consigli evangelici: povertà, castità, obbedienza.

Ogni tanto mi capita di incontrarmi in qualche volumetto riguardante questo singolare aspetto del cristianesimo, più spesso mi capita di leggere qualche pezzo riportato da periodici di ispirazione cristiana.

Confesso che leggo volentieri questi discorsi perché sono spesso soffusi di saggezza e di una sana spiritualità.

Ultimamente mi è capitato di leggere il dialogo di un giovane aspirante con un vecchio monaco carico di anni e di sapienza.

Il giovane chiedeva al maestro quale fosse la formula migliore di preghiera gradita al Signore. Era la preghiera fatta con i salmi, era la preghiera del cuore, era la preghiera comunitaria, era la preghiera che nasceva dalle circostanze? Il vecchio monaco tentennava il capo un po’ perplesso ad ogni indicazione, facendo osservare i limiti e le insidie di quelle forme di adorazione. Poi, pensoso disse al giovane fratello in ricerca spirituale: “L’altro giorno ho visto e sentito un contadino, che aveva un campo vicino al mio romitorio, che imprecava contro il cielo e se la prendeva con Dio con parole amare, astiose e quasi di sfida per l’arsura che gli stava bruciando il campo. Vedi forse quel contadino stava pregando davvero!”

“Ma padre, quello l’ho sentito anch’io, ma bestemmiava, non pregava!” – “No figliolo, quel contadino credeva veramente in Dio, dialogava con parole vere e sentite, non recitava parole colorate inviando in cielo bolle iridiate di sapone, come fan tanti uomini di chiesa!”

Il discorso mi è interessato e piaciuto assai; se la preghiera non è un dialogo vero, con parole serie su problemi sentiti, con sano realismo, sono del parere che è un perditempo inutile ed illusorio.

Se noi poveri uomini non sappiamo che farcene delle chiacchiere fatue ed inconcludenti, al Signore credo piaceranno meno ancora!


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