Don Armando Trevisiol


Archivio di settembre 2009

Un pizzico di anarchia

mercoledì, 30 settembre 2009

Uno degli slogan del Centro Destra è certamente quello di “Meno Stato!”

Non ho mai abbracciato totalmente questa verità, come non ho pure aderito a quella del Centro Sinistra.

Soprattutto nel passato, si auspicava uno Stato onnipresente, che col suo poderoso apparato burocratico, doveva presiedere ad ogni attività produttiva, ad ogni processo sociale e doveva regolare la vita del singolo e delle comunità.

Questo regime è fallito perché illiberale e soprattutto capace solamente di produrre passività e miseria.

L’alternativa però facilita l’emergere di caste di furbi ed ingordi che s’arricchiscono in maniera smoderata incuranti della miseria dei più deboli, e dei meno spregiudicati.

Il tragico è però che anche chi, come la Democrazia Cristiana, che si riproponeva di moderare queste due dottrine, scegliendo il “giusto mezzo” è fallita anche quella, motivo per cui la nostra società procede a saltoni, zoppicando, ora facendo un passo in una direzione, ora un altro passo nella direzione opposta.

Mi auguro e prego che la Provvidenza faccia nascere uno statista o meglio ancora un movimento politico capace di contemperare in maniera armoniosa questi due sistemi, favorendo contemporaneamente la libera iniziativa e l’intervento dello Stato, per proteggere e favorire i più deboli che altrimenti sarebbero lasciati alla loro sorte.

Qualche giorno fa a causa del non funzionamento del semaforo dell’incrocio di Via Vallon con via San Donà, ebbi la sensazione che senza semaforo il traffico fosse più scorrevole, senza attese e senza incidenti, mi ha fatto pensare che l’aver fiducia nell’intelligenza e nella libertà dei cittadini, non è proprio la cosa peggiore!

Uno Stato vigile, presente e una difesa dei più deboli è certamente un fatto positivo, purché non soffochi con carte, provvedimenti e circolari la libertà e l’intelligenza dei propri sudditi e non interferisca troppo sia nella vita economica che in quella personale, perché un pizzico di anarchia rende più scorrevole e piacevole il vivere.


Combattenti del Sol Levante

martedì, 29 settembre 2009

Mi reco due volte la settimana a rifornire, della buona stampa, gli espositori dell’Angelo.

Non ci sono più sacerdoti a servizio a tempo pieno “della cittadella della sofferenza”; che almeno il messaggio di speranza offerto da Cristo giunga attraverso i nostri periodici!

Ogni settimana portiamo cinque/seicento copie de “L’incontro”, un centinaio di copie del mensile “Il sole sul nuovo giorno”, ottocento/novecento copie di “Coraggio”, un centinaio di copie settimanali delle preghiere del cristiano e un centinaio di copie de “L’albero della vita”, per la lettura positiva del mistero della morte.

Con questi contributi non risolviamo certamente il problema della pastorale degli ammalati, ma almeno la nostra diventa una presenza, umile finché si vuole, ma gradita.

Infatti non solo i nostri periodici non rimangono sugli espositori, ma anzi li aumentiamo di settimana in settimana.

L’altra sera facendo il giro degli espositori del primo piano, forse la visione delle grandi palme dello splendido giardino pensile, per associazione di idee, mi fecero venire in mente il fatto di alcuni combattenti del Sol Levante, che non essendo stati avvertiti della fine della guerra perché in servizio all’interno della giungla, anche dopo vent’anni dalla fine si consideravano ancora in armi.

Guardando suor Teresa, che mi accompagnava, mi venne da chiedermi: “Ma non saremo anche noi come i soldati giapponesi, sopravissuti al mutare degli eventi?” Un tempo le suore di San Paolo, organizzavano tavole della buona stampa, le Figlie della Chiesa passavano di casa in casa, per l’apostolato del libro. Pare che tanti forse troppi, cattolici si siano ritirati, accontentandosi della routine, della prassi religiosa.

S’è celebrato l’anno di San Paolo, ma pere che all’infuori di qualche sermone di maniera abbia inciso ben poco la sua testimonianza del “combattente per la fede per antonomasia!”

Certo che fare i combattenti, quando è calata la fase secolare costa e costa molto, sarebbe molto più facile e perfino meno costoso andare in vacanza come ogni buon cristiano!


Il nuovo stadio di Mestre

lunedì, 28 settembre 2009

Qualche tempo fa “Il Gazzettino” ha dedicato, per più giorni, colonne su colonne ad un nuovo dramma che ha colpito la nostra città.

Lo spazio, i titoli, l’insistenza mi hanno quasi costretto ad accertarmi sulla nuova calamità che s’è aggiunta all’acqua alta, al degrado urbanistico ed ai contraccolpi della crisi economica. Quando poi ho visto che anche il nostro sindaco filosofo s’è fatto coinvolgere dall’evento, ho sentito il dovere come cittadino d’informarmi su questa sventura che sta colpendo la nostra città.

Non ho letto tutto, perché il giornale vi ha dedicato pagine intere, ma ho potuto finalmente comprendere che “Il Venezia” dovrebbe partire, sempre se riesce a trovare qualche allocco disposto a buttare soldi dalla finestra, che gli darà fiducia e finanzierà la squadra che da qualche anno colleziona sconfitte una sull’altra.

Comunque il cronista sportivo assicura che il progetto del nuovo stadio di tessera si farà.

Questa rassicurante notizia, che apre il cuore al sole dell’avvenire, mi ha fatto venire in mente l’intervento al Laurentianum di uno dei fedeli tipografi de “L’incontro”, a quel tempo egli era pressoché ragazzino, perché si tratta di discorsi di più di quarant’anni fa. Anche allora si parlava del nuovo stadio. Tatino lo chiamavano tutti così, in realtà si chiama Massimo, prendendo il tono dell’imbonitore del mercato di paese cominciò col dire: “Forse uno stadio da cinquantamila è un po’ esagerato!” e poi pian piano cominciò a scendere come Abramo con i giusti di Sodoma e Gomorra, arrivando a concludere: “Anche se fosse uno stadio da mille persone, accettiamolo pur che si faccia!”.

Sono passati più di quarant’anni e a Venezia si continua a parlare di un mega stadio che dovrebbe servire a non so chi, dato che i verdi-arancione, non si sa neppure se riescono a trovare i quattro soldi per iscriversi al campionato dei “pulcini”.
“Povera Venezia, sì bella e perduta!”
Il guaio poi è che ciò non avviene solo per il calcio!”.


Spero in una rinascita dei patronati

domenica, 27 settembre 2009

A Milano li chiamano oratori, i luoghi dove i ragazzi e i giovani della parrocchia s’incontrano, giocano e vengono educati alla vita cristiana. Pure i ricreatori dei Salesiani si chiamavano oratori.

Quando ero ragazzino ho frequentato per due anni l’oratorio dei salesiani di San Donà di Piave. Era un luogo frequentatissimo e ne riporto un ricordo semplicemente meraviglioso.
Da noi questi luoghi invece sono chiamati patronati.

A Milano avevano, nel passato, una organizzazione poderosa, mentre da noi, anche nei tempi migliori, sono sempre stati ben poca cosa.

Ricordo che ai Gesuati, ove fui cappellano, il patronato era costituito da una vecchia bicocca, seppur restaurata di recente, e lo scoperto consisteva in un cortiletto di pochi metri quadrati, condiviso coi Cavanis, e circondato da ogni parte da una rete metallica perché il pallone non finisse nelle cucine o nelle camere da letto delle case circostanti.

Quando giunsi a Carpenedo nel 1971, c’erano vere folle di ragazzi, un po’ selvaggi e poco desiderosi della parola di Gesù, ma comunque erano tantissimi. Poi con i decenni la cosa andò scemando, riducendosi ultimamente, nonostante notevoli investimenti, al luogo della raccolta dei rompi tutto!

Tutto questo perché non ci sono quasi più giovani cappellani e quando ci sono pare che non reputino più giusto perdere il loro tempo stando insieme ai ragazzi perché impegnati altrimenti con il computer, convegni, incontri, università e quant’altro!

In questi giorni ho letto che i pochi futuri preti faranno un giro di tre settimane col Patriarca in Brasile per conoscere le realtà di quel Paese.

Spero tanto che vedano giovani preti animare la gioventù e i ragazzi, anche se mi rimane qualche dubbio, da un lato perché il Brasile è un po’ lontano e queste esperienze pastorali spero che si trovino, pur se rare, anche nel nostro Paese e dall’altro lato perché immaginavo che l’America latina fosse un Paese importatore piuttosto che esportatore di esperienze pastorali!

La nota positiva, che mi apre il cuore alla speranza, è la buona riuscita dei “grest” di alcune parrocchie della Terraferma, spero proprio che sia una prima nota della rinascita.


La vera ricchezza non sta nella forma ma nel valore e nella bontà del messaggio

sabato, 26 settembre 2009

L’inizio del mio servizio da prete è avvenuto nel lontano 1954 presso la parrocchia dei Gesuati a Venezia. Suddetta parrocchia è costituita da quella parte di territorio veneziano che va dal ponte dell’Accademia e termina con la Punta della dogana, limitato a destra dal Canal Grande e a sinistra dal canale della Giudecca.

Era parroco a quel tempo Monsignor Mezzaroba, sacerdote che mi aveva conosciuto da bambino ad Eraclea, quel parroco era un prete zelantissimo, con una fede semplice come quella di un bimbo è col desiderio di convertire e salvare anche il cristiano più renitente. Se aveva un limite era quello d’essere di una ingenuità disarmante tanto da riporre una cieca ed assoluta fiducia in ogni novità che a suo parere poteva realizzare il miracolo della conversione dei suoi parrocchiani piuttosto renitenti alla vita cristiana.

Ricordo che a quei tempi era uscito il “magnetofono” a filo, per registrare le voci.

Comperò immediatamente questo marchingegno essendo certo che con quello strumento io avrei incantato tutti i ragazzi della parrocchia che mi avrebbero seguito come il pifferaio magico.

Sono ritornato a questi lontani ricordi qualche settimana fa leggendo ai fedeli il brano del Vangelo che parla del mandato di Gesù agli apostoli: “Non portate bisaccia, né bastone, né denaro, e nemmeno due tuniche!” quasi a dire: “La vostra ricchezza non sta nelle tecniche raffinate dell’offerta, ma nel valore e nella bontà del messaggio: Il Regno di Dio è vicino!”

Ora un po’ meno, ma fino a qualche anno fa quando non s’è parlato d’altro che di strategie pastorali, di strumenti di apostolato, di organizzazioni ecclesiali, di gruppi con metodologie e dei carismi più diversi, di formazione teologica ecc.

Certamente anche questi strumenti quali: giornali, radio, televisione, gruppi, metodi, hanno una loro funzione però essa sarà sempre modesta, limitata e marginale!

Quello che vale però è il messaggio che dà risposte alle domande esistenziali, la coerenza dell’apostolo, la solidarietà che l’accompagna, la convinzione assoluta di offrire la “merce migliore” che supera di gran lunga quello che offre la “concorrenza”; tutto il resto è solamente carta da pacchi più o meno colorata!


Chiamarla musica? Chiamarla arte? Chiamarla moda?

venerdì, 25 settembre 2009

Sono diventato anche un po’ sordo, motivo per cui sono costretto a tenere un po’ alto il volume della radio e della televisione. Al mattino mi alzo ufficialmente alle 5,30 perché desidero sentire le novità di questo nostro povero mondo, fornite dal giornale radio che si trasmette a quell’ora.

La veglia è però avanti di una decina di minuti tempo in cui si trasmette musica moderna.

Ogni tanto penso che se qualche anziano coinquilino mattiniero, facesse la passeggiata sulla stradina che passa sotto il mio davanzale, cosa potrebbe pensare di questo vecchio prete che di prima mattina ascolta una musica così stridula, fracassona ed opposta ad ogni seppur minimo cenno di armonia.

Se dicesse “Don Armando è diventato matto o si è rincitrullito” sarebbe il più benevolo commento che potrebbe fare!

Bisognerebbe inventare un nome nuovo per definire quell’obbrobrio di suoni; chiamarla musica è semplicemente un sacrilegio!
Questo è il nostro mondo!

Ma non basta! Qualche giorno fa ho avuto modo di leggere qualche critica illustrativa sia sulle sale espositive della Punta della dogana, che sulla biennale a Sant’Elena.

Io non ho tempo, né voglia di sentirmi umiliato nel mio senso estetico per vedere simili mostruosità fatte passare per opere d’arte.

In un mondo in cui c’è il trionfo dell’armonia e della bellezza dovrei avere lo sfizio di visitare simili obbrobri?

Bisognerebbe scoprire un altro termine per definire quell’insulto al buon gusto.

Chiamarla arte è un sacrilegio veramente imperdonabile!
Questo è il mondo attuale.

C’è però una terza scena, che durante l’estate è ancora maggiormente esasperata: la moda femminile ma anche quella maschile: brandelli, stracci che cercano in maniera quasi parossistica di imbruttire l’armonia del corpo dell’uomo e della donna. C’è una inventiva nell’imbruttimento che batte ogni record che una mente possa immaginare!

S’è arrivati al ridicolo, dalla perversione alla stonatura più stridente tra il vestire dell’uomo e quello del creato in cui egli pur vive!

La moda nel passato è sempre stata un po’ frivola, ma ora è semplicemente banale e decisamente brutta. Quella di oggi chiamarla moda, se non è anche questa parola un sacrilegio è almeno una maniera impropria per definirle la cornice per la più bella opera d’arte che il Signore ha creato: il corpo umano!

Purtroppo anche questo è il nostro mondo. Speriamo che ora toccato il fondo ci sia il rimbalzo!


“L’uomo propone e Dio dispone”, anche per la Chiesa del cimitero!

giovedì, 24 settembre 2009

Assai di frequente persone mi chiedono informazioni sulla telenovela della nuova chiesa del cimitero.

La stampa cittadina ne ha parlato più volte, riportando il parere dei vari protagonisti di questa vicenda, ognuno dei quali ha presentato il problema dal suo punto di vista, ingenerando così una confusione per cui nell’opinione pubblica c’è un sicuro disorientamento.

M’ero ripromesso che non sarei più ritornato sull’argomento che per me è definitivamente chiuso, ma ritengo opportuno che chiarisca le varie posizioni in maniera che ognuno ne tragga le conclusioni che crede.

L’assessore Fincato, la più diretta interessata a questo problema per l’assessorato che guida, ha affermato più volte che la chiesa si farà.

In pratica però ha fatto approvare un atto di indirizzo in cui si dice che il Comune è favorevole e che la cosa deve avvenire senza spesa alcuna da parte dell’amministrazione.

La Vesta, nella persona del dottor Razzini, amministratore delegato, dice che non è contrario, ma serve che il Comune finanzi la spesa, oppure essa sia finanziata anticipatamente con l’introito della vendita dei 1350 loculi previsti nei deambulatori laterali, oppure si aspetti quando la Vesta avrà soldi da stanziare per questo scopo.

Mognato, prosindaco, ha affermato che la spesa è eccessiva, e preferirebbe qualora avesse i soldi, impiegarli per fare case per gli operai.

L’architetto Caprioglio, afferma che a Mestre è dovuta un’opera degna per cui caldeggia il suo progetto.

Io, don Armando, avendo sentito dall’ingegnere Marchini della Vesta, che il costo previsto per realizzare il progetto dell’architetto Caprioglio, servono 5 milioni di euro, dapprima sono rimasto sbalordito ed incredulo, soprattutto confrontando questo costo con chiese più grandi e nobili costruite recentemente, poi ho deciso di ritirare la mia richiesta in maniera pubblica e definitiva, preferendo a questo costo iperbolico, quella attuale piccola e disadorna e quasi inospitale.

Se si degna il Signore di abitare nella cappella del cimitero, chi sono io per non farlo?

Il dottor Razzini della Vesta ha ventilato la soluzione provvisoria di un prefabbricato.

Il Comune e la Diocesi hanno accettato questa proposta e dietro l’impegno con cui si sta lavorando, tutto fa supporre che per fine ottobre la nuova chiesa sarà agibile.
Un vero miracolo!

Una volta ancora si dimostra vero che l’uomo propone e Dio dispone, non vale proprio la pena di prendersela troppo!


“Respice stella et voca Maria”

mercoledì, 23 settembre 2009

Non so se agli altri capiti talvolta quello che capita a me, cioè trovarmi in una situazione così imbrogliata da non sapere come uscirvi. Avere un interlocutore in cui pare che non valgano assolutamente le regole della logica, sentirti travolto da una specie di valanga devastante ed inarrestabile, per cui avverti l’assoluta impotenza, una incapacità ed inutilità di reazione tanto d’essere quasi rassegnato a sentirti travolto dagli eventi.

Anche recentemente mi sono trovato in questo stato d’animo, triste, impotente, frustrato ed arrovellato. Avendo tentato tutto e non vedendo, non solo risultati positivi, ma costatando anzi l’aggravarsi della situazione, mi sono ricordato della preghiera un po’ aulica, ma appassionata di S. Bernardo: “Respice stella et voca Maria” (guarda in direzione della stella polare ed invoca l’aiuto di Maria).

Ho fatto così, dicendo alla Madonna consapevole che Cristo in croce me l’ha donata come madre: “Madonna cara, come vedi, non ci riesco, non ce la faccio, la situazione è più grande di me, metto tutto nel tuo cuore, pensaci tu!”

Mentre dicevo queste cose pensavo a Maria, alle nozze di Cana, quando tutto faceva pensare che la brutta figura di quei due giovani sposi fosse inevitabile. Mi sono un po’ rasserenato a questo pensiero, sapendo che la Madonna ha risolto durante i secoli dei guai ben più grossi dei miei pur ritenendo che per me “i miei” erano troppo grossi per me!

Subito però mi accorsi che nell’animo mi rimanevano alcune perplessità, pur ricordando l’opinione di Trilussa che la fede è tale, solamente se è senza ma, chissà e perché!

Finora non è successo nulla, anzi le cose si sono aggravate. Non posso però pensare che la Madonna abbia meno incidenza sul cuore di suo Figlio che ai tempi di Cana, che Gesù non si svegli prima che la mia barca affondi!

So di non meritare di essere aiutato, ma so anche che se la Madonna aiutasse solamente coloro che lo meritano avrebbe ben poco da fare.

Attendo: e scelgo di attendere con fiducia, anche se mi rode il tarlo che sarà una attesa vana. Mi pare che sia il solito S. Bernardo che afferma: “Che non si è mai ricorso alla Vergine senza trovare risposta!”


Dio non è un “re travicello”!

martedì, 22 settembre 2009

Una delle mie insistenti preoccupazioni a livello spirituale, sperando tanto che non diventi una mania, è quella di far sì che l’essere credente nel messaggio e nella persona del Cristo, non si riduca ad atto formale.

Io sono arciconvinto della necessità che il fedele partecipi all’Eucarestia domenicale, lo faccia seriamente, in maniera devota e partecipe, ma mi preoccupa alquanto che una volta assolto il dovere della frequenza, della correttezza e della partecipazione attiva, tutto si riduca a questo e non ci sia invece un confronto a tutto campo col Cristo che parla con te che dimostra interesse ai tuoi problemi, che ti dà consigli e semmai rimprovera.

La mia preoccupazione è che il fedele instauri un rapporto con Cristo, come una persona attuale, con cui si deve avere un dialogo esistenziale vivo, fecondo ed efficace, anche talvolta critico, burrascoso, o tenero ed affettuoso.

Qualche settimana fa ho avuto il bisogno di mettere a fuoco questo argomento in occasione del brano del Vangelo in cui si raccontava che i discepoli di Gesù, mandati in missione, tornano per riferire il risultato e le difficoltà incontrate durante il loro servizio. Gesù li ascolta e poi, vedendoli stressati, li invita ad un momento di quiete e di riposo.

Non so quanti fedeli alla domenica facciano questo e meno che meno conosco i dialoghi che dovrebbero essere sempre appassionati, che essi intrattengono con l’inviato da Dio.

Se tutto si riducesse alle botte e risposte, prefabbricate della liturgia, sarebbe un guaio, una delusione ed una perdita di tempo la stessa messa.

Mi ha fatto impressione, ma anche mi ha convinto, un padre del deserto che diceva al suo discepolo che la preghiera non era quella di un coro ben educato che salmodiava, ma le imprecazioni di un contadino che protestava con Dio per la tempesta che avevano subito i suoi campi.

Lui, il contadino da credente riteneva giusto protestare col titolare, mentre se il credente o meglio il pseudo credente non gli pare neppure valga la pena pigliarsela con chi può tutto, vuol dire che in realtà lo considera un “re travicello”!


La tentazione di Santa Teresina

lunedì, 21 settembre 2009

I letterati in genere esasperano i problemi e i drammi umani, tingendoli con pennellate e colori forti, in modo da far emergere con più evidenza e più forza certe verità che spesso investono l’uomo.

Ricordo di aver letto moltissimi anni fa un dramma di Cesbron, il famoso letterato francese del secolo scorso, il secolo in cui praticamente sono vissuto ed in cui ho subito tutti i contraccolpi che la vita non risparmia a nessuno.

Cesbron, cattolico fino al midollo, descrive una tentazione che Santa Teresina avrebbe subito in punto di morte. Non so se il dramma di Cesbron abbia avuto un qualche riferimento alla vita reale di questa giovane santa carmelitana, o se egli abbia solo preso a pretesto per mettere in maggior rilievo la tentazione che può colpire o tormentare una persona che s’è spesa tutta e in maniera radicale per una scelta religiosa fuori dal comune.

Il drammaturgo immagina che il diavolo, sotto le sembianze di un medico dal pensiero lucido e sottile, le sussurri l’ipotesi che ella avesse fatto una scelta sbagliata ed avesse perciò investito la sua sete d’amore, di verità e di assoluto, su ideali religiosi inconsistenti, effimeri in cui altri per convenienza o per motivi e circostanze particolari si erano trovati a vivere in un modo illusorio ed inconsistente.

Ricordo come ora che le insinuazioni, di una razionalità perfida e sottile, portano la santa morente alla terribile sensazione d’aver sprecato tutte le sue potenzialità umane per qualcosa di fatuo, che altri non avevano perseguito se non solamente in maniera formale, mentre lei vi aveva investito tutto. Teresa stava per scoppiare per un’angoscia mortale ed una disperazione assoluta per il venir meno, almeno apparentemente, della scelta ch’ella aveva irrimediabilmente fatto.

Poi l’angelo la placa e la salva e le appare infatti il Padre che l’attende amoroso: ed ella muore serena.

A me ottantenne, al termine dei miei giorni, ormai al tramonto della vita s’affaccia talora qualcosa del genere soprattutto quando mi accorgo che confratelli o peggio personalità ecclesiastiche d’alto rango pare prendano molto alla leggera l’impegno religioso e ne colgano spesso solamente o quasi, i vantaggi sociali.

In questi momenti difficili mi aggrappo ai profeti e ai testimoni nei quali ho sempre avuto fiducia; per ora reggono e spero tanto che tengano fino alla fine!


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