Don Armando Trevisiol


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“La fede senza le opere è sterile”

domenica, 1 aprile 2012

Qualche settimana fa il freddo era veramente pungente. Il vento di bora s’infilava nei vestiti e gelava le ossa. I mass-media poi, terminata la tragedia della Costa Concordia, avevano bisogno di un altro dramma per piazzare il loro prodotto e avevano “terrorizzato” i cittadini dando l’impressione che il gelo polare stesse letteralmente paralizzando l’intero Paese.

Così pensavo che il maltempo avrebbe scoraggiato i miei fedeli dal partecipare all’Eucaristia domenicale, tanto più che la mia chiesa è piuttosto decentrata e i miei fedeli non sono tutti proprio nel fiore degli anni. Mi preparavo quindi a vivere l’incontro col Signore con meno entusiasmo, non potendo avere il calore di una chiesa gremita come al solito.

Invece no! Pian piano i fedeli sono giunti a gruppetti, provando subito una sensazione di benessere fisico incontrando il tepore di un ambiente riscaldato e quanto mai accogliente. Quando tirai la cordicella del campanello di bronzo per l’inizio della messa, la chiesa era piena e la mia comunità particolare, legata da una comunione profonda che nasce da una scelta e non dalla costrizione geografica, era al completo. Anzi, prima del sermone, tanta gente se ne stava al centro e a lato in piedi. Il mio coro, formato da ultraottantenni, puntuale e completo al suo posto e i vari ministranti disponibili ad adempiere le loro funzioni come ogni domenica.

Iniziai confidando la sensazione che mi riscaldava il cuore “Fuori: gelo, solitudine, disorientamento; dentro: tepore, amicizia, fraternità e serenità”. La comunità di fratelli che si riunisce nel nome del Signore fa emergere sempre e subito i valori che danno conforto, sicurezza, pace e speranza.

Pur roco, perché raffreddato, tentai di passare, alla luce del Vangelo di san Marco, quanto la fede e la religione hanno come eterne e sapienti coordinate: la fede e l’amore a Dio e il servizio al prossimo. La solidarietà verso i fratelli in difficoltà non è quindi un optional, ma una componente essenziale e assoluta del cattolicesimo: “La fede senza le opere è sterile”. Un cristiano che non preveda e non attui nella sua vita atti di carità, in relazione alla sua condizione umana, non solamente non è un buon cristiano, ma è un cristiano monco di un arto essenziale.

La disabilità, per la carenza della componente solidale, non è facilmente visibile e verificabile nel singolo, ma è invece un elemento macroscopico che appare immediatamente nel volto di una parrocchia. Talvolta mi rifaccio al racconto del Tolstoi che immagina Gesù che in incognito visita le comunità cristiane della “santa Russia” e, deluso, non riconosce in esse, raccolte per il culto nelle loro chiese, comunità composte da suoi discepoli, perché non conformi al suo insegnamento. Non so proprio cosa accadrebbe se al nostro Maestro venisse in mente, una qualche volta, di fare una visita alle 32 parrocchie di Mestre.


La mia “unità pastorale”

giovedì, 8 marzo 2012

Basta vivere un po’ di anni per accorgersi che tutto passa e si modifica radicalmente. Trenta, quarant’anni fa, sotto il patriarca Carlo Agostini, da una parte per l’immigrazione dal sud e dall’altra parte per il naturale aumento anagrafico, si è proceduto a costruire nuove chiese e a dar vita a nuove parrocchie.

Dalla mia vecchia parrocchia di Carpendo sono gemmate le attuali nove comunità cristiane. A neanche mezzo secolo di distanza però, ora sta avvenendo il processo opposto, si sta procedendo ad accorpamenti a motivo della crisi demografica, della scarsa pratica religiosa e soprattutto della carenza di sacerdoti.

Questo nuovo processo è stato denominato, un po’ ipocritamente, con un termine che non vorrebbe evidenziare il reale arretramento: “unità pastorale”. Ora di questo termine un po’ magico si fa un tale elogio che sembra quasi un’avanzata piuttosto che un arretramento; purtroppo però si tratta di una sconfitta e di ripiegamento.

Il fenomeno è generale, ma a Venezia è esasperato a causa del numero infinito di bellissime chiese da presidiare, della progressiva ed ineluttabile diminuzione della popolazione – dai 150.000 veneziani del 1945 ai poco più di 60.000 attuali – dell’età veneranda dei preti.

Anche a livello personale sono coinvolto in qualche modo, ma per motivi diversi, da questo fenomeno. Attualmente anch’io gestisco una “unità pastorale”, ma parte di questa comunità aumenta di settimana in settimana ed è costituita dai cristiani che partono per il Cielo. Lassù in Paradiso conto su una numerosa e splendida comunità di miei “parrocchiani” che cantano notte e giorno la gloria del Signore. Questa comunità del Cielo, di cui vado fiero e che mi dà immensa consolazione, vivifica la mia esperienza ed aiuta anche la comunità di quaggiù. Essa, pur fatta di creature normali, è bella, anzi meravigliosa.

Ad 83 anni avere ogni giorno feriale dai 30 ai 40 fedeli, che si raccolgono nella “chiesa cattedrale” per la preghiera, e alla domenica quasi 300 fedeli che partecipano devotamente e con tanta fede ai divini misteri, è quanto di meglio un vecchio prete possa sperare.

I miei parrocchiani giungono alla spicciolata dai luoghi più diversi avendo scelto con decisione e fedeltà la chiesa fra i cipressi come loro chiesa di elezione; essi pregano, cantano, si accostano all’Eucaristia, ascoltano con attenzione la Parola del Signore, si vogliono bene e dimostrano tenerezza al loro vecchio “parroco”. Cosa potrei desiderare di più e di meglio?

Io benedico e ringrazio il Signore perché vivo in un’isola felice che non conosce né la secolarizzazione né la crisi religiosa del nostro tempo e sono quanto mai gratificato spiritualmente dalla mia “unità pastorale”.


L’antica cappella del cimitero di Mestre

mercoledì, 28 settembre 2011

Mi sento un po’ come Salomone che riuscì a costruire a Gerusalemme il tempio, la dimora di Dio in terra. David l’aveva sognato, mentre suo figlio ebbe il compito di realizzare il sogno di suo padre per riporre nella “Sancta sanctorum” le tavole della legge e il bastone di Aronne.

Così è avvenuto anche per me. Il tempietto ottocentesco, che per due secoli ha raccolto le preghiere e le lacrime dei mestrini, dopo la costruzione della nuova chiesa prefabbricata, nella quale ora celebriamo le sacre liturgie, arrischiava di rimanere in un inesorabile degrado ed abbandono. Il signor Mario De Faveri, imprenditore illuminato e generoso del contado, ha avuto il coraggio di affrontare la burocrazia sia della Veritas che della Sovrintendenza alle Belle Arti, che finalmente gli hanno “concesso la sospirata grazia” di poter pagare in proprio il restauro della “cappella della Santa Croce”.

Ne è venuto fuori un luogo pulito ed in ordine, che in verità avrebbe potuto anche essere migliore se i “competenti” non avessero messo lingua. Per il resto ci hanno pensato i fedeli, dotando la chiesa di ceriere elettrificate per non sporcare di nuovo il soffitto. Io ho avuto il “coraggio” di rimuovere una vecchia e mastodontica copia della Madonna del Raffaello che però era molto amata, sperando che ora si innamorino della copia della Madonna della Consolazione che ho installato al posto della brutta riproduzione, in modo che, almeno in cimitero, non ci siano conflitti o concorrenze tra Madonne diverse!

Un amico, già prestigioso tecnico di Radiocarpini, ha rinnovato l’impianto fatiscente di amplificazione sonora ed ora sta lavorando ad un collegamento via ponteradio tra la vecchia e la nuova chiesa in maniera che ci sia sintonia di messaggi spirituali in tutto il camposanto.

Ora abbiamo riportato “il Signore” nel tabernacolo e suor Teresa ha provveduto all’arredo sacro e floreale, più ordinato e sobrio di quello di prima.

La “vecchia cappella” è diventata veramente “l’antica cappella” acquistando dignità e sacralità. Il vecchio porticato che rappresenta “le braccia aperte” della Chiesa, sta aspettando l’intervento promesso dalla Veritas per essere un degno prolungamento ideale della “casa del Signore” per accogliere i resti mortali dei figli di Dio.


A oltre ottantanni sono ancora felice custode della Casa del Signore!

martedì, 13 settembre 2011

Quando alle 7,30 precise si apre il grande cancello sul piazzale del cimitero, io sono ogni mattina pronto per entrarvi. Comincio così il mio ministero di prete anziano che fa servizio nelle retrovie della linea del fronte.

Per prima cosa butto uno sguardo compiaciuto e riconoscente per la cornice esterna della mia chiesa, povera ma quanto mai accogliente. Mi fermo un istante a rimirare le aralie, che come una trina verde, ricamano l’interno delle finestre. Mi fermo un altro istante a rimirare la fila continua di vaschette con le begonie rosse giganti che sembrano quasi uno squadrone della guardia svizzera che rende gli onori alla reggia del Signore.

Entro nella frescura mattutina del luogo sacro, raccolto, accogliente e profumato di silenzio. Uno sguardo alla lunga sequenza di sedie bianche che presto accoglieranno i fedeli: sembra che abbiano fatto compagnia per tutta la notte al Padrone di casa che attende di dare udienza dal Suo tabernacolo di marmo bianco, illuminato dalla lampada rossa che fa da sentinella.

Accendo poi le luci davanti ai santi che, ai lati dell’aula, sono già pronti a far catechesi con la loro testimonianza e il loro messaggio specifico. Le orchidee indicano le parole con le quali i fedeli possono chiedere i loro buoni uffici presso il Signore.

La mia chiesa è povera, ma pulita, ordinata ed accogliente e non appena si sono aperte le sue porte, inizia il pellegrinaggio ininterrotto dei fedeli che qui trovano pace e consolazione.

Uscito dalla “cattedrale” vado a riordinare la vecchia cappella che da duecento anni si offre ad accogliere e consolare. Ormai il restauro è completato ed una leggera musica di fondo accompagna la preghiera dei fedeli che entrano dal vecchio cancello di ferro battuto, accendono un lumino rosso e poi vanno a salutare i loro morti.

Ogni mattina si ripete questo rito ed ogni mattina il mio animo si riempie di conforto perché la casa del Signore è sempre viva, sempre aperta ed io, suo povero vecchio prete, sono tanto felice di essere il suo custode.


Nozze d’argento nella “cattedrale fra i cipressi”

domenica, 14 agosto 2011

Ho celebrato le nozze d’argento di due miei giovani amici, durante la messa d’orario a cui partecipa la mia cara e bella comunità nella “cattedrale fra i cipressi” del camposanto.

Suor Teresa mi aveva accennato che queste due care persone intendevano chiedermi di celebrare il venticinquesimo di matrimonio. Le dissi che l’avrei fatto di buon grado.

La sposa la conosco fin da bambina, quando portava il fazzolettone scout, volevo bene ai suoi genitori ed avevo visto crescere in parrocchia i suoi due meravigliosi figlioli. Lo sposo poi è un ottimo professionista che vigila sulla produzione di potassio dell’unico mio vecchio rene che m’è rimasto dopo l’intervento dello scorso anno.

Già mi preparavo per la celebrazione nella bella ed intima cappella del “don Vecchi”. Sennonché qualche giorno fa me li vidi in chiesa ad annunciarmi che avrebbero voluto celebrare le loro nozze d’argento nella mia chiesa, assieme all’assemblea che ogni domenica la gremisce, per cogliere il battito del cuore di Dio, dei fratelli e degli amici in cielo. «Don Armando, abbiamo scelto una soluzione semplice, informale: qui abbiamo i nostri due papà e mia mamma – mi disse l’ancor giovane sposa – partecipiamo alla messa assieme alla comunità e poi faremo una visita alle tombe dei nostri morti. Vogliamo sentirci in famiglia, vicini ai nostri cari, come è avvenuto venticinque anni fa».

Come avrei potuto obiettare di fronte ad un discorso tanto umano, saggio ed anticonformista? L’eucaristia in cimitero è sempre tanto cara; sentiamo ogni domenica sempre più tra noi lo sguardo di Dio, la voce di Cristo e il respiro dei fratelli, tanto che ho la sensazione che questo appuntamento sia atteso con desiderio da tutti, infatti ogni domenica c’è qualcuno in più che si aggrega alla nostra cara comunità.

Questa domenica la presenza di questi due giovani amici, per le loro nozze d’argento, ha rotto un antico pregiudizio che tiene lontano tanta gente dai luoghi da cui sono partiti i propri cari per il cielo. D’ora in poi credo che nella nostra chiesa della Madonna della Consolazione potremo benissimo celebrare il fidanzamento, il matrimonio e tutti gli eventi belli ed amari della vita perché quando si avverte su di noi la paternità di Dio e l’affetto dei fratelli, quel luogo diventa il più propizio per ringraziare e lodare il Signore per quanto di bello ci ha donato.


La vecchia chiesetta del cimitero, la buona volontà dei cittadini e l’amministrazione

mercoledì, 8 giugno 2011

Nota della redazione: i lavori alla chiesetta sono comunque potuti e sono in corso nel momento in cui inseriamo questo scritto.

Speravo proprio che per Pasqua fosse rimessa a nuovo la vecchia chiesa del nostro cimitero, cuore dei due porticati che abbracciano il piccolo spazio del camposanto voluto da Napoleone quando portò anche in Italia il respiro della rivoluzione francese.

Il camposanto del piccolo borgo di Mestre si riduceva al campo tagliato a croce, circondato da mura, nel quale si entrava dalla bella cancellata in ferro battuto ancora esistente. Mestre contava, allora, si e no dieci-quindicimila anime e perciò il piccolo cimitero, che aveva come cuore e punto di riferimento la povera e piccola chiesetta, era sufficiente. Era però un cimitero raccolto, sobrio ma familiare, non come ora, così ridotto ad un agglomerato di campi, strutture cimiteriali anonime e senza alcuna armonia.

Con l’apertura, un anno fa, della chiesa provvisoria sulle carte, ma forse eterna nella realtà, è stata mia premura che la vecchia cappella non si riducesse ad un rudere abbandonato alla sua sorte. Però neppure speravo che Comune e Veritas l’avrebbero restaurata perché rimanesse memoria della fede dei nostri padri e luogo di preghiera e di raccoglimento per i concittadini del nostro tempo. Sennonché il signor De Faveri, che frequenta il nostro cimitero, perché in esso riposano i suoi congiunti, s’è offerto di pagare personalmente il restauro totale, all’interno e all’esterno della chiesa.

Pensavo che la Veritas e il Comune sarebbero venuti in processione per ringraziare questo cittadino benemerito, invece no! Sono più di quattro mesi perchè, prima la Veritas e poi la Sovrintendenza, gli fanno produrre carte su carte. Penso che appena per costruire una centrale nucleare servano tante garanzie! Mi sono accorto, ancora una volta, che l’apparato della pubblica amministrazione è talmente farraginoso che anche i problemi più semplici diventano complessi ed impossibili, perché l’esercito dei quasi diecimila dipendenti tra la Veritas e il Comune – e non so quanti della Sovrintendenza – deve pur passare il tempo per giustificare i suoi stipendi.

Ogni giorno di più mi sorprendo che la nostra Italietta stia ancora in piedi con una tale organizzazione statale e parastatale affollata, inefficiente, anzi organizzata perché tutto proceda lentamente.


Sono innamorato della mia comunità!

sabato, 30 aprile 2011

Sono sempre più innamorato della mia comunità. Con alcuni fedeli ci incontriamo ogni giorno per la preghiera comune, mentre tutti gli altri li incontro per l’Eucarestia del giorno del Signore che diventa il cuore e il momento più ricco della nostra fraternità e della calda amicizia.

Col tempo si è aggiunto al denominatore comune nell’ascolto della Parola di Dio, della lode al Signore e della frazione del Pane di vita, pure un ricco sentimento di simpatia umana. Nei nostri incontri s’avverte sempre il calore della nostra comunione e l’entusiasmo di avere la gioia di incontrare il Padre comune e i fratelli.

Per i fedeli della mia piccola comunità della “Madonna della consolazione” parlare di precetto festivo sarebbe usare un termine estremamente riduttivo, perché da noi c’è sempre l’attesa e la gioia di ritrovarci.

Io, ripeto, sono letteralmente innamorato della mia comunità, tanto da essere pure geloso ogni volta che mi sembra che manchi qualcuno!

Ho letto, molto tempo fa, un bellissimo volume che parlava della Chiesa come comunità di credenti, di fratelli e di figli di Dio. Di questo volume ricordo benissimo l’entusiasmo e la gioia con cui si parlava della Comunità di Cristiani fondata da Cristo, ma soprattutto ricordo il titolo: “La sposa bella”.

Il Signore m’ha fatto l’immenso dono di farmi incontrare ed innamorare pazzamente della mia sposa bella. Non è vero che la vecchiaia non è più un tempo per amare, anzi in questa “stagione” l’amore diventa più tenero, più delicato ed essenziale. Ogni volta che io incontro la “sposa” della mia vecchiaia il mio cuore batte forte forte e ringrazio Iddio d’avermi fatto un dono così bello anche per la mia tarda età.


Sono innamorato della mia “chiesa-baita”!

giovedì, 10 marzo 2011

Il cimitero è doppiamente “cimitero” durante tutti questi giorni di nebbia, di questo piovviginare fine che inumidisce prima i vestiti e poi il cuore, giorni di pioggia fredda sempre sul punto di trasformarsi in una “ghiacciaiola” gelata.

Il viavai continuo di fedeli delle giornate di sole si rarefà perché gli anziani, che sono coloro che sentono sempre di più la nostalgia e il rimpianto delle persone amate, temono di ammalarsi e se ne rimangono rinchiusi in casa. Solamente qualcuno, come presenza quasi spettrale, si aggira sui viali in cui si affacciano le tombe dei nostri morti, forse perché gravi ferite recenti lo spingono a recuperare memoria ed incontro con le persone che se ne sono andate.

Nonostante questo, nella “mia chiesa-baita” l’andirivieni è continuo. La casa di Dio tra i cipressi è quanto mai accogliente col suo tepore diffuso, con le sue luci calde, coi suoi fiori ordinati e sorridenti e con i testimoni di Dio dell’antico e nuovo tempo che attendono in fila sulle pareti di offrire il loro messaggio di speranza e di bene.

Spesso mi siedo in fondo alla chiesa per assistere dolcemente al dialogo silenzioso, ma intenso, dei fedeli con la Madonna della Consolazione, o con Teresa di Calcutta o sant’Antonio da Padova, con Padre Pio o Papa Luciani, con Papa Giovanni XXIII o Francesco d’Assisi o Papa Woytila. Un incontro intimo, un segno di croce, la lettura del messaggio di queste creature di Dio stampato loro accanto; spesso con gesto lento e affettuoso la mano si posa su un lumino rosso perché continui durante il giorno la preghiera del loro cuore.

La mia chiesa è la più umile tra quelle della nostra città, la più povera e silenziosa, però forse è la più cara ed accogliente. Io ogni giorno di più ne sono innamorato.


Di Canti e di raccoglimento

mercoledì, 10 novembre 2010

La nuova chiesa del cimitero – l’ho ormai detto cento volte – è stata per me un dono del Cielo. Non avrei mai pensato che un prefabbricato, messo in piedi appena in un mese, senza progetti, senza architetti e senza alcunché di pregiato, sarebbe stato accolto con tanto entusiasmo da parte dei concittadini, fosse ammirato ed apprezzato come se avessero costruito per loro una cattedrale.

Il fatto che proprio tutti affermino che la nuova chiesa offre un’atmosfera di intimità, quasi accogliesse tutti col calore familiare di una baita di montagna e che si sentano bene tra le sue mura sottili e le sue finestre che s’aprono sulle tombe, mi pare un ulteriore miracolo.

Il fatto poi che i fedeli, da un anno, gremiscano ogni settimana la chiesa, occupino tutte le 220 sedie, stiano in piedi lungo le pareti e nel corridoio centrale e che perfino partecipino alla messa sul piccolo sagrato e sotto la prospiciente galleria di loculi, mi è parsa la terza grazia!

A tutto questo si aggiunge la soddisfazione di avvertire una partecipazione reale sia alla preghiera che ai canti sorretti dal piccolo coro di una quindicina di ultraottantenni, cosa che mi fa enormemente felice; sono pochi i preti che possono godere di una fortuna simile a questa! In molte chiese, purtroppo, c’è aria di stantio; qualche prete canta a squarciagola solitario e le assemblee, spesso sparute, sonnecchiano annoiate.

Da noi le cose vanno fortunatamente in maniera tanto diversa. Però, qualche giorno fa, mi è giunta una lettera di una signora che dice di non essere la sola a lagnarsi della mancanza di possibilità di raccoglimento e di non apprezzare, anzi di essere disturbata dai canti. Povero mondo!

Alla lettura di questa gentile, ma rigorosa critica, m’è venuta in mente la storiella del padre che va al mercato col figlio e con un asinello. Monta in groppa il padre e la gente: “Guarda quel vecchio in sella e il povero bambino a piedi!”. Scende il vecchio e monta il bambino: “Che gioventù, il vecchio a piedi e il ragazzo in groppa!”. Montano tutti e due: “Vergognosi, si approfittano di quel povero asino!” . Scendono tutti e due: “Guarda quegli allocchi, hanno un asino e non ne approfittano!”.

Sia ben chiaro! Io ascolto tutti, ma obbedisco solo alla mia coscienza, checché ne dica il mondo intero!

Al canto aggiungeremo, d’ora in poi, qualche minuto di silenzio!


La mia seconda inattesa giovinezza sacerdotale!

venerdì, 29 ottobre 2010

Sto vivendo una nuova giovinezza sacerdotale nella comunità che di domenica in domenica si sta formando attorno al piccolo altare di legno della mia nuova chiesa, che per tutti ha il profumo e dona l’atmosfera di una baita di montagna.

Auguro a tutti i preti di avere una chiesa appena costruita, che è ormai troppo piccola per contenere i fedeli che alla domenica si ritrovano per ascoltare il messaggio di Gesù e per incontrarsi col Signore. Solamente quasi mezzo secolo fa quando, pretino imberbe, facevo il cappellano nella chiesa di San Lorenzo in piazza Ferretto, la gente gremiva il tempio tanto intensamente. Ricordo che alla messa delle undici, celebrata da monsignor Da Villa, il prete che per certi versi sembrava un tribuno che arringasse il popolo a fidarsi del Signore, la chiesa era così piena che quando all’offertorio partivamo in quattro per raccogliere le offerte, arrivati in fondo alla chiesa non riuscivamo più a tornare indietro e quindi uscivamo a fatica per la porta d’ingresso e tornavamo in sagrestia passando per piazza Ferretto e il vicolo della canonica. Come ricordo, con uguale ebbrezza, quando iniziarono “le messe bit” – come si diceva allora. La chiesa era ancora piena come un uovo di giovani alla messa delle dodici.

La mia giovinezza di prete è stata veramente bella e fortunata! Non è stata meno bella la mia vita da parroco, quando la chiesa si riempiva e si svuotava per ben sette volte ogni festa, perché tante erano le messe. Ricordo ai tempi di don Adriano e di don Gino la “messa del fanciullo” delle nove del mattino, quando eravamo costretti a spingere a forza gli adulti verso il fondo della chiesa per far posto ai ragazzi che cantavano, battevano le mani, quasi toccati da una nuova Pentecoste dello Spirito.

Ma mai avrei immaginato che queste esperienze, affascinanti per un prete,avrei potuto ritrovarle oggi, nel 2010, nella nuova chiesa prefabbricata in cimitero. A meno di un anno di distanza dalla sua inaugurazione, i fedeli non stanno più in chiesa, tanto che ho dovuto trovare sedie da collocare sul sagrato per chi deve rimanere fuori. Ogni domenica mi vien da ripetere con convinzione e commozione: «Signore, non son degno che entri sotto il mio tetto!»


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