I vantaggi dello sciopero generale

Qualche settimana fa la CGIL e la UIL hanno proclamato lo sciopero generale. Fortunatamente la CISL, pur condividendone le motivazioni, ha avuto il buon senso di non parteciparvi.

Io, a scanso di equivoci, sto dalla parte dei disoccupati, dei sottoccupati e di tutti i lavoratori che percepiscono stipendi assolutamente insufficienti per vivere una vita pur modesta ma dignitosa.

Nel contempo biasimo e protesto per tutti coloro che godono di stipendi da scandalo, a cominciare dai calciatori, per continuare poi con magistrati, generali, dirigenti di enti pubblici, di grandi aziende e per finire con i dirigenti dei sindacati. Comunque mi domando se alla sera del dodici dicembre, a conclusione dello sciopero generale, l’Italia sarà diventata più ricca, cosa sarà cambiato o cosa cambierà per chi non ha un lavoro o per chi ha uno stipendio da fame?

Io non sono né un sociologo, né un politico, né un economista e, per fortuna, neppure un sindacalista, sono però convinto che oggi si siano gettati inutilmente tra la spazzatura cinque miliardi e si sono esasperati gli animi con l’unico risultato, così come affermato con vanto dalla Camusso, di aver fatto un passo avanti per conquistare il “sole dell’avvenire”.

Le nuovissime povertà

Ormai da più di trent’anni si sta parlando delle nuove povertà.

Quando ero ragazzino nel mio paese di campagna i soli poveri che ho conosciuto erano quelli che venivano col sacchetto a mendicare un pugno di farina.

Ora, col progresso, le povertà si sono diversificate e moltiplicate a dismisura: droga, emarginazione, solitudine, consumismo e via dicendo.

Da quando però ho letto il romanzo “Il mondo piccolo” di Guareschi ho appreso amaramente che c’è pure un altro settore di nuove povertà.

Don Camillo, in una delle sue birbonate, fa recitare al bambino di Peppone una poesia di Natale.

Il sindaco comunista reagisce in maniera plateale perché il prete, così facendo, avrebbe attentato al domani proletario del figlio, ma poi, finita la recita, porta il figlio in mezzo alla vigna e gli fa recitare nuovamente quella poesia concludendo che pure quando avrebbe vinto il proletariato si sarebbe dovuto coltivare la poesia!

Oggi c’è una massa di poveri di poesia, di incanto, di meraviglia, di gentilezza, di armonia, di bellezza e di sogni. La gente che ha perduto queste dimensioni della vita, è povera gente che sa solo stordirsi, sporcarsi, cercare emozioni forti anche se nocive.

Le persone di questo tipo sono, almeno per me, più povere dei mendicanti ai crocicchi delle strade.

Squallore!

Penso che siano tanti gli uomini con qualche complesso o qualche fobia, io ho quella di prendermi in ritardo, quando mi trovo in prossimità di qualcosa che voglio o debbo fare mi paralizzo, mi si svuota la mente.

Devo perciò fare tutto in anticipo. Premetto questo perché voglio commentare un fatto di squallida cronaca nera avvenuto forse più di un mese fa e di cui hanno scritto per qualche giorno i giornali locali.

Una ragazzina di tredici anni ha fatto sesso con alcuni ragazzotti un po’ più vecchi di lei e il tutto è stato ripreso con i telefonini e diffuso in rete. Queste notizie mi stimolano tristezza, malinconia, paura e rabbia nei confronti dei promotori dell’educazione laica e radicale.

Apprendere questa notizia mi ha fatto pensare: “Come potrà quella ragazzina conoscere e vivere la poesia dolce e struggente del sentimento e dell’amore vero e totale? Che cosa potrà offrire di fresco e genuino all’uomo che l’avrà come compagna della sua vita dopo aver sciupato tutto nella maniera più laida e volgare? Che mamma ed educatrice potrà diventare quella creatura che ha subito o ha cercato quell’esperienza così avvilente?

Gli educatori, se non alzeranno il tiro e non punteranno a valori più elevati, sciuperanno non solo il creato ma anche le creature!

La magnifica rovina

Ormai potremmo pensare che la predica per la festa dell’Immacolata sia acqua passata o che per lo più dovremmo rifletterci in occasione dell’otto dicembre del 2015.

Io invece confesso agli amici che ho nell’animo un cruccio che mi tormenta perché, più volte in occasione di questa bella festa della Madonna, non sono riuscito, nel mio sermone, a trasmettere la verità che è dono specifico di questa celebrazione.

Sono quindi costretto a riprendere il discorso sia per me che per i miei amici più cari.

La Vergine è rimasta nella sua vita quella che era uscita dalle mani di Dio, non subendo il peso dell’impoverimento che ci proviene dalle colpe e dai vizi delle generazioni che ci hanno preceduto.

L’uomo, di qualsiasi tempo, ha bisogno di modelli validi per vedere fin dove può e deve crescere così, a differenza di quanto rappresentato dalla Vergine che non ha subito questo processo di impoverimento, quando mi misuro o mi confronto anche con personalità tra le più sublimi, non posso non specchiarmi “in una magnifica rovina” qual è qualsiasi uomo: così affermava Monsignor Vecchi!

Abbiamo bisogno di tornare alla sorgente e la Madonna è appunto l’unica creatura che è rimasta come il buon Dio l’ha creata!

Il preside e il presepe

Come rifiuto i cristiani saccenti e boriosi che credono di essere soltanto loro i possessori della verità, allo stesso modo rifiuto i cristiani che, da cittadini, si comportano da pavidi e non hanno il coraggio di testimoniare, apertamente e senza complessi, la loro fede e la loro cultura.

Alcune settimane fa, vicino al Natale, tenne banco, per un paio di giorni sulla stampa locale, l’episodio di un preside di un paesetto della Marca Trevigiana che proibì che si facesse il presepe in classe per timore di turbare i bambini di religione mussulmana, che a parer mio, avendo avuto la fortuna di arrivare in Italia avrebbero ora la grande opportunità di imparare a conoscere i valori della fede cristiana e della cultura dell’occidente.

Questi nostri connazionali complessati, che paiono non consapevoli della ricchezza del patrimonio di civiltà del nostro paese, sono di mentalità così arretrata da non aver ancora capito che solamente il dialogo, il confronto di tesi e pensieri diversi sono motivo di arricchimento!

I mussulmani sono purtroppo, in buona parte, ancora integralisti e in ritardo con la storia e perciò è veramente un dono immenso per loro conoscere finalmente la democrazia, la dignità della donna, il valore della non violenza, la sacralità della vita e il rispetto di chi la pensa diversamente a livello religioso in una società che rispetta le loro convinzioni religiose.

L’aquila pollo

Recentemente un mio caro amico mi ha regalato il volume “Perché non sono un eretico” di Jacques Dupuis.

Il testo è di un teologo gesuita sostenitore della teologia del pluralismo religioso che si difende dall’accusa del Sant’Uffizio che reputa eretiche le sue tesi.

Il tema mi interessa quanto mai però, il discorso è così difficile che mi riesce pressoché impossibile continuarne la lettura, mentre mi è capitato, solo qualche giorno fa, scorrendo una raccolta di leggende, di imbattermi in un racconto quanto mai ingenuo e popolare.

Si tratta un uovo di aquila lasciato, non so per quale motivo, vicino ad un pollaio.
Una chioccia disponibile ed amorosa lo accosta alle sue uova e lo cova fino al tempo della nascita.
Schiusosi il guscio di questo uovo d’aquila, il pulcino comincia con i suoi “fratelli di covata” a beccare il mangime per terra come tutti gli altri pulcini senonché, fattosi adulto, un giorno alza gli occhi al cielo e vede librarsi. solenne e maestosa, un’aquila reale e pensa: “Come deve essere bello volare come quell’aquila!” non sapendo che anche lui sarebbe stato in grado di farlo se avesse saputo di essere un’aquila e non un pollo.
Morale: noi uomini spesso viviamo da polli e non da figli di Dio.

Questa favola ha inciso sulla mia coscienza più dei discorsi difficili del teologo gesuita.

Non è raro che purtroppo facciamo diventare astrusi anche i concetti più semplici.

I balbettii degli atei

Come fino a poco tempo fa la “sinistra” s’arrogava il merito di una superiore moralità sugli altri partiti, nonostante gli scandali di ordine finanziario che si sono puntualmente susseguiti dal 1945 fino ai giorni nostri, cosi anche gli atei militanti, con sicumera ed altezzosità si sono sempre arrogati d’essere loro e loro soltanto persone razionali, persone con motivazioni assolutamente logiche a supporto del loro ateismo guardando i credenti dall’alto in basso, giudicandoli retrogradi, oscurantisti e creduloni senza supporti logici per la loro fede.

Qualche tempo fa, dopo che avevo affermato ad un funerale che la vita non concepita alla luce della fede mi sarebbe sembrata un assurdo, anzi una beffa, perché sarebbe illogica tanta ricerca, fatica, sofferenza se poi alla fine comunque tutto venisse distrutto, un figlio, nel saluto al padre, quasi a rispondermi e a motivare la sua mancanza di fede, citò un illustre sconosciuto che avrebbe detto che “Il camminare è di per se stesso una motivazione razionale per quella scelta”. Se questa è la razionalità, io vi rinuncio!

Ritengo che credenti e non credenti, debbano essere almeno più umili di fronte al mistero della vita.

Che farne della vita?

Tra i moltissimi difetti che riscontro nelle mie prediche recentemente ne ho scoperto un altro: quello di tornare abbastanza frequentemente, o forse troppo, su certi temi che a me paiono assolutamente importanti anzi i più importanti.

Tra questi l’argomento che una domenica sì ed un’altra anche ribadisco, è quello che una persona, che voglia ritenersi tale, debba chiedersi in maniera seria: “Che ne voglio fare della mia vita? Qual è la carta su cui ritengo opportuno puntare? Qual è l’obiettivo ultimo che voglio raggiungere?”.

Ho l’impressione che se facessi un’inchiesta su questo tema tanta gente si troverebbe imbarazzata, più ancora, mi darebbe delle risposte banali che non possono giustificare la “fatica del vivere”.

Ancora mi ritorna alla mente la risposta sapiente del Catechismo di San Pio X: “Siamo a questo mondo per conoscere, amare e servire il buon Dio per poi goderlo nell’altra vita in Paradiso”.

Finora confesso ad amici e fedeli che non ho trovato una risposta più valida di questa.

Sassolini nelle scarpe

L’avvento di Papa Francesco mi ha dato finora modo di togliermi più di un “sassolino dalle scarpe”. L’intervento di qualche tempo fa del Sommo Pontefice circa le tariffe per le prestazioni religiose è stato l’ultimo, e me lo tolgo, lo confesso, con grande soddisfazione! Una quindicina di anni fa formalizzai in un articolo sul periodico della parrocchia una prassi che avevo adottato fin dal primo giorno in cui sono diventato parroco, cioè ho scritto che per quanto riguardava messe, matrimoni, funerali eccetera ogni fedele poteva fare un’offerta solamente se lo desiderava e comunque nella misura che riteneva più opportuna andando quindi contro la norma della curia che almeno per le messe aveva fissato una cosiddetta “offerta” quantificata. Evidentemente un mio caro collega ha inviato il periodico parrocchiale in curia e quindi il vicario generale, che allora era Monsignor Giuseppe Visentin, ora defunto, mi ha invitato ufficialmente e per iscritto ad ottemperare alle norme fissate dall’Ordinario. Non replicai ma ritenni che dovessi obbedire prima alla mia coscienza che alla curia. Ora l’intervento del Pontefice mi reintegra nell’obbedienza e mi gratifica con il suo discorso. Non sono diventato Monsignore ma almeno ho l’onore di aver anticipato i tempi!

I baci di suor Angela

Vive al Don Vecchi un’anziana suora anomala. Suor Angela, si chiama così, ha pressappoco la mia età, non veste un uniforme monacale ma vestiti che sono in assoluto i più convenienti per una donna che ha fatto voto di povertà, castità ed obbedienza. E’ una donna laureata in matematica e fisica, è stata in convento per trenta o quarant’anni, e mi sono domandato come abbia fatto a rimanerci per così tanto tempo dal momento che è uno degli esseri più liberi che io abbia conosciuto nella mia lunga vita. Ora è abbastanza malandata sulle gambe e quindi deve girare con il deambulatore. Passa tutto il suo tempo nella preghiera ma soprattutto nell’elemosina. Credo che né Ozanam, né San Vincenzo, né il presidente della Caritas siano più impegnati di lei ad aiutare il prossimo. Io più volte le ho detto che non condivido il suo modo di operare, ma affermo pure che nutro un’infinita ammirazione per quello che fa per i poveri. Lei sa come la penso però non riesce a comportarsi diversamente e io sono certo che andrà nel più alto dei cieli. Di suor Angela ammiro soprattutto i suoi baci appassionati con i quali esprime nella maniera più profonda e convinta il suo amore per il prossimo.

“L’indipendenza” della magistratura

Non vorrei “passare alla storia” come un nemico dei magistrati perché io ho un sacro rispetto per il ruolo che questi cittadini svolgono all’interno della nostra società. A me, lo ripeto mille volte al giorno, non piacciono le divise piene di decorazioni dei militari e meno ancora piacciono i paludamenti stravaganti dell’alto clero, però sono perfino disposto ad accettare le toghe se esse possono sottolineare l’importanza, la dignità e il compito sacro e sublime di chi deve giudicare ed applicare le leggi promulgate dal Parlamento. Detto questo a scanso di equivoci, confesso che non ne posso proprio più del discorso asfissiante “dell’indipendenza della magistratura”. L’altro giorno ho seguito a Radio Radicale un convegno di questi operatori dello Stato, ascoltando indignato lo sproloquio di un magistrato donna su questo argomento o presunto pericolo. Non so che cosa centri “l’indipendenza” con la pretesa di avere, a differenza di tutti gli altri cittadini, un mese e mezzo di vacanza, di avere in assoluto lo stipendio più alto, di avere in arretrato dieci milioni di cause, di impiegare dieci anni per sentenziare per una causa civile. Cari magistrati, datevi una mossa e ricordatevi che alla fin fine siete uomini come tutti gli altri!

Fuorilegge!

Nel parlare corrente si definisce abbastanza facilmente “fuorilegge” chi compie reati, vive una vita violenta e non rispetta le patrie leggi. Questo termine però, non so se per quieto vivere o per una certa connivenza di solito non lo si applica ai “ragazzi”, non sempre in età da crisi adolescenziale, ma pure a quelli di trent’anni e perfino a quelli che di anni ne hanno già quaranta che svellono il selciato, bruciano i cassonetti, lordano i muri della città, lanciano bombe carta e armati di spranghe ingaggiano scontri selvaggi con i poliziotti, che per milleduecento euro al mese rischiano la vita per impedire a questa marmaglia di fare danni ancora maggiori.

Io non capisco perché questa gente sia esentata dall’osservanza delle leggi. A Venezia ora faranno pagare una multa salata a chi “rovina i masegni” e provoca “inquinamento acustico” con le valigie con le rotelle mentre questi soggetti possono mettere sottosopra le più belle piazze del nostro paese senza conseguenze, al massimo anche nei casi più gravi, se ne porta qualcuno in caserma e lo si molla il giorno dopo. La gente pretende che io spieghi i misteri dell’eterno Dio ma come posso farlo se non riesco a comprendere questi misteri così banali?

La libellula del Germoglio

Quando l’incontrai per la prima volta non sapevo quale vento ci avesse portato dai Colli Berici una giovane “libellula”; poi venni a sapere che era una “figlia” del reggimento della “benemerita” di Viale Garibaldi. Questa giovane donna entrò in punta di piedi e con grande garbo al “Germoglio”, il centro polivalente per l’infanzia della mia vecchia parrocchia, per insegnare danza ai piccoli alunni della nostra scuola materna. Questa donna dal corpo minuto, con due occhi vivi e luminosi, una voce aggraziata e movenze estremamente eleganti, divenne l’insegnante di danza classica dei piccoli affinché imparassero a muoversi con grazia ed armonia. Avevo sognato una scuola moderna e all’avanguardia e Sabrina con dolcezza, ma pure con decisione per molti anni ha insegnato garbo, eleganza e armonia ai piccoli alunni. È stato detto che la bellezza “salverà” il nostro mondo. Non so se sia del tutto vero, ma so di certo che lo rende più bello, Sabrina ha fatto questo miracolo all’asilo di Via Cà Rossa. Ora il marito, capitano del reggimento, è stato trasferito a Genova e Sabrina porterà la sua grazia e la sua bellezza in terra ligure, a noi rimane un ricordo bello e pieno di fascino!

Il paradiso terrestre

Dopo aver chiesto senza risultato per quattro anni al giovane parroco di visitare, conoscere e benedire la settantina di residenti in uno dei cinque Centri Don Vecchi, sollecitato dagli interessati, ho perso la pazienza e ho “varcato in armi” i confini del territorio altrui. L’invasione è durata appena quattro pomeriggi, ma il risultato è stato veramente splendido. La dimora, più che signorile mi è parsa principesca. I castellani Teresa e Luciano, anfitrioni insuperabili, e soprattutto gli anziani ospiti mi hanno letteralmente riempito il cuore di tenerezza, simpatia e riconoscenza, tanto che più volte mi sono sentito perfino a disagio, perché mai mi era capitato di ritenermi un benefattore dell’umanità. L’accoglienza è stata quanto mai cordiale, anzi spessissimo, affettuosa e materna e più di uno mi ha confidato che per lui è stata una grazia l’aver scoperto il “paradiso terrestre”! Oltretutto poi mi hanno consegnato ben cinquecento euro da destinare alla costruzione del Don Vecchi 6. Spesso sento parlare di una pastorale complicata e macchinosa mentre ne abbiamo una offertaci dalla tradizione così semplice e vantaggiosa!

Gli angeli infangati e lo spaventapasseri

Una volta ancora l’alluvione che ha colpito nuovamente Genova mi ha fatto toccare con mano l’insensatezza dell’uomo, la sua cupidigia e l’inerzia colpevole degli amministratori pubblici e dei burocrati ottusi. Però quest’anno lo straripamento dei fiumi oltre a farmi infuriare per l’assenza delle autorità mi ha fatto dono di vedere tanti bei ragazzi e ragazze, infangati fino ai capelli, inesperti ma volenterosi ed impegnati. Era tanto, tanto tempo che i giornali e la televisione non mi facevano vedere ed incontrare tanta bella gioventù, pacifica e volenterosa, questo è il lato bello di una medaglia che ci mostra troppo spesso i giovani di oggi, quelli dei centri sociali, violenti, capaci solo di menare le mani, di rompere e di insultare. In questo panorama così rovinoso ho visto pure il cardinale di Genova Bagnasco, preoccupato e solidale con la sua città in pena, indossare purtroppo gli abiti sbagliati, invece del clergyman da lavoro ha indossato l’abito rosso che era di moda nel cinquecento o per qualche commedia d’epoca. Mi auguro che qualcuno glielo abbia fatto notare!