Quando la prima Comunione?

Ultimamente nel vicariato, il gruppetto di parrocchie che insistono sulla vecchia comunità cristiana di Carpenedo, è nata un po’ di maretta tra i preti, sulle modalità e sull’età in cui accostarsi alla prima Comunione.

La cosa non è del tutto nuova perché da molti anni l’ex parroco di viale Don Sturzo ha portato avanti, solitario, una certa “rivoluzione” nel modo di preparare i bambini ad accostarsi all’Eucarestia e soprattutto nei tempi in cui far fare la prima Comunione. Io sono sempre andato diritto per la mia strada concordando totalmente con San Pio X che aprì le porte ai bambini per incontrare il Signore in tenera età.

Ora, pur essendo quel parroco in pensione, pare voglia proporre con una certa pressione la sua tesi e che abbia trovato anche qualche nuovo adepto. Già scrissi che la validità di certe scelte si misura dai risultati e per quanto riguarda la vitalità della parrocchia di San Pietro Orseolo, i risultati.

Incontrandomi con mio fratello don Roberto, che credo sia il parroco di una delle più belle e vivaci comunità cristiane della diocesi, gli chiesi la sua opinione in merito a questo problema. Mi rispose senza esitazione: “Da me i ragazzi fanno la prima Comunione in terza elementare, a quell’età essi sono limpidi ed innocenti, chi la fa in quinta, quando i ragazzini pensano già alle “tosette”, incide ben poco sulla loro coscienza.

Ancora una volta vale la prova del nove sulla validità di questa scelta, infatti la parrocchia di Chirignago ha il più bel vivaio di ragazzi e di giovani.

Le novità non sono sempre garanzia di validità!

Elefanti e grilli

Spesso mi capita di scoprire dei fiori belli nei luoghi più impensati o di incontrare persone giuste e perbene ove mi sarei aspettato soltanto volgarità e cattiveria. Così, qualche giorno fa, ho scoperto una bella verità leggendo un trafiletto in un periodico povero e senza pretese.

Un po’ di curiosità e di attenzione può aiutarci spesso ad incontrare suggerimenti di cui abbiamo veramente bisogno per vivere più serenamente.

Riporto l’articoletto sperando che faccia bene ai lettori de “L’Incontro” quanto ha fatto a me.

L’autore partendo da questa frase di San Paolo:
“Tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4:8) ha tratto queste felici conclusioni.

“Avete mai avuto un elefante in casa? Quasi certamente no! Ma se lo aveste avuto, avreste saputo con esattezza dove si trovava, in ogni momento. E un grillo? Io sì, l’anno scorso, ed ho passato giorni interi a cercarlo. Sentivo il suo frinire stridulo e quando ero certo di averlo trovato, il frinire cessava.
Quel minuscolo animaletto ha occupato molto del mio tempo e delle mie energie. Quando alla fine ho desistito e ho smesso di pensarci il grillo se n’è andato!
A volte la vita ci viene incontro con degli “elefanti”, sfide importanti come un divorzio, la malattia, la morte. Ma per la maggior parte, passiamo i nostri giorni in compagnia dei “grilli”: piccoli fastidi, piccole cose che ci irritano e ci preoccupano, che tengono in ostaggio la nostra mente, distogliendola da cose ben più serie. Quando siamo frastornati dallo schiamazzo dei grilli, possiamo metterli a tacere andando a Dio, con la preghiera e la meditazione. Possiamo pensare a tutte le cose onorevoli, giuste, pure, in cui vi sia virtù e lode. Se ascoltiamo Dio non sentiremo più il frinire dei grilli!”

Adorazione perpetua

Ormai da alcuni anni, per iniziativa di don Narciso Danieli, a Santa Maria Goretti, almeno una persona ad ogni ora del giorno e della notte veglia e prega di fronte all’Eucarestia.

Da quanto ho appreso ben quattrocento fedeli si sono offerti per compiere questo servizio affinché almeno un rappresentante della nostra città incontri e parli al Cristo nell’Eucarestia dei nostri problemi e delle nostre attese.

A Venezia un tempo si faceva qualcosa di simile nella chiesa di San Giuliano poi, non so per quale motivo, l’iniziativa si spense.

Ho appreso però qualche settimana fa che qualcuno si sta dando da fare per riprendere l’adorazione perpetua in un’altra chiesa di Venezia.

Mi rende felice il sapere che qualcuno a nome di tutti possa ascoltare e parlare a Gesù di Nazareth rappresentato dall’Eucarestia e si faccia portavoce dell’intera città. Però pensando a San Giacomo e a San Giovanni Crisostomo mi farebbe ancor più piacere se ci fossero almeno altri quattrocento cristiani che, inquadrati da qualcuno, fossero in costante disponibilità a colloquiare e servire il Signore presente a Mestre e Venezia sotto il segno del povero.

Qualcosa esiste ma sarebbe opportuno che questo servizio fosse organizzato in maniera più seria ed efficiente.

Educazione

Per molti anni mi sono occupato dei maestri essendo stato nominato dal Patriarca di allora consulente ecclesiastico dell’associazione professionale dei maestri cattolici “A.I.M.C.”.

Nei corsi di pedagogia che venivano organizzati per gli insegnanti ho sentito ripetere mille volte che educare significa aiutare i ragazzi ad esprimere il meglio delle loro potenzialità.

L’arte dell’educare consiste nel fare emergere i valori che sono insiti nella natura umana ma che hanno bisogno di qualcuno che faciliti e renda possibile questo sviluppo e questa crescita.

Un’educazione eccessivamente permissiva, non solo non aiuta questo processo ma rende facile l’inselvatichirsi del comportamento.

Oggi si corre questo pericolo: vedi il bullismo a scuola, l’inciviltà di chi imbratta i muri, la guerriglia dei membri dei centri sociali e la rissosità in Parlamento.

Oggi più che mai c’è bisogno di regole ma soprattutto di educatori sociali che abbiano il coraggio, la forza morale e la convinzione per farle rispettare.

Un mio amico prete, che faceva l’uomo di sinistra, affermava di frequente che la democrazia è giusta ed auspicabile ma essa deve avere un forte leader!

Per l’Italia non è certamente auspicabile l’avvento di un altro duce ma solamente che qualcuno di molto autorevole imponga il rispetto delle leggi.

La prima alla Scala

Le inaugurazioni delle stagioni della lirica alla Scala di Milano mi pare che da anni siano veramente molto tormentate. Anche quest’anno per l’esecuzione del Fidelius di Beethoven si è ripetuto lo stesso canovaccio degli anni precedenti.

La televisione ha dedicato all’evento pochi minuti ma sono stati più che sufficienti perché l’Italia intera potesse vedere quello spettacolo desolante.

Da una parte lo sfoggio del lusso di una classe di benestanti che molto probabilmente godeva dell’ingresso gratuito, ingresso pagato dalla povera gente, e dall’altra parte i giovani dei centri sociali scatenati contro tutti e contro tutto.

In mezzo i poliziotti, ossia quegli umili servitori dello stato che Pier Paolo Pasolini chiamava “proletari in divisa”, i quali per pochi soldi, senza colpa alcuna difendevano i gaudenti, subendo la violenza degli sfaccendati capaci solo di menare le mani.

Molto probabilmente a questo mondo è sempre stato così ma provoca enorme tristezza ed un senso di desolazione vedere spettacoli simili in un momento in cui la crisi attanaglia in maniera sempre più dura la povera gente.

Nonno Vito

Il mio non è più tempo di imprese ma solamente di ricordi. Però, pur sentendo e talvolta soffrendo ormai di un senso di impotenza, posso fortunatamente ritornare con il pensiero a delle splendide imprese affrontate e spesso vinte nel passato.

Una delle tante mie avventure è stata quella della trasformazione del vecchio asilo infantile di Via Ca’ Rossa nel modernissimo Centro Polifunzionale per l’Infanzia: Il Germoglio.

Oltre alla ristrutturazione radicale del vecchio edificio stile liberty comprendente sette sezioni più l’asilo nido per bambini da uno a tre anni, ci fu una stagione in cui si insegnava danza, judo e inglese.

Nel grande parco si fece poi posto per il trenino, la casetta delle fate, l’orto botanico, la voliera, capre, tartarughe, galletti, conigli e la casetta per le feste di compleanno dei nostri piccoli.

Uno dei “complici” di questa avventura fu nonno Vito, nonno per modo di dire perché in realtà aveva una decina di anni meno di me ma, agli occhi dei piccoli alunni, fu per molti anni per antonomasia “il nonno” del Germoglio che riordinava le siepi, rimetteva a posto i giochi, piantava i fiori, accudiva gli animali.

Vito fu un nonno buono, paziente e sereno. Qualche giorno fa Vanni, il genero, mi ha chiesto di impartirgli il sacramento degli infermi, l’ho fatto con tanta tenerezza e riconoscenza. Il giorno dopo “andò avanti” come dicono gli alpini, mi è spiaciuto alquanto ma so che presto saremo ancora assieme!

Papa Francesco scalzo nella moschea

Nessuno può immaginare quanto mi abbiano fatto felice le carrellate della televisione sulla visita del nostro Papa in Turchia, paese che, nonostante la rivoluzione laica di Atatürk, è rimasto fondamentalmente mussulmano e che, da quanto mi è dato sapere, l’attuale presidente è impegnato a mantenere tale, anche sconfessando il “padre della patria” che è stato quanto mai anticipatore dell’evoluzione culturale e religiosa della società moderna.

Il vedere il Papa conversare, abbracciare e pregare assieme ai rappresentanti del “Profeta” e vederlo inoltre, rispettoso della tradizione islamica, togliersi le scarpe per entrare con rispetto nella moschea, mi ha fatto capire quanto Papa Francesco sia un discepolo autentico di Gesù e quanto sopravanzi la mentalità attuale del cattolicesimo italiano.

Credo che la lezione di fede, di rispetto e di religiosità che il Pontefice ha dato ai rappresentanti di una religione, che quasi sempre coltiva una dimensione di intolleranza, sia stata quanto mai splendida e coerente.

Tutto questo impegna anche noi cristiani, che oggi stiamo accogliendo nel nostro Paese molti mussulmani, a pretendere da essi rispetto e attenzione per i nostri valori.

Rinunciare a questo dovere non è espressione di una civiltà pluralista ma solamente codardia, mancata coscienza dei nostri valori ed estrema superficialità a livello religioso.

La catechesi di Benigni

Io sono uno di quei dieci milioni di italiani che per due sere consecutive ha partecipato attentamente alle due lunghe lezioni di catechismo di Roberto Benigni.

Premetto che ritengo quest’uomo di teatro bravo, intelligente e coraggioso.

Non è da tutti compromettersi oggi pubblicamente su un argomento religioso tanto specifico da essere, ai nostri giorni, quasi sempre accettato passivamente e spesso solamente a livello formale.

Confesso poi che la catechesi fattaci da Benigni è stata particolarmente in linea con le mie convinzioni religiose e con gli obiettivi che sto perseguendo a livello personale e pastorale.

Debbo però confessare che alla fine mi è rimasta nell’animo una certa preoccupazione: probabilmente Benigni, per trovare il consenso di un pubblico così eterogeneo, è stato indotto a puntare su valori condivisibili, valori tanto alti e sublimi sui quali non si può che essere d’accordo, però nella realtà della vita essi richiedono mediazioni e scelte concrete che spesso sono impegnative e faticose.

Credo che tutti siano d’accordo che volersi bene è una meta condivisibile universalmente però per raggiungerla quanta fatica, quante rinunce, quanti sacrifici sono necessari!

Su questi aspetti però Benigni ha sorvolato, motivo per cui ritengo che più che di catechesi si sia trattato di spettacolo.

“Là c’è la provvidenza!”

Ho avuto l’opportunità di toccare con mano quanto sia vera l’affermazione che il Manzoni mette in bocca allo sfortunato Lorenzo Tramaglino, il protagonista dei “Promessi Sposi”.

Sento il bisogno di raccontare ad amici e colleghi due episodi tra i più significativi che mi siano capitati mentre ero attanagliato dalla preoccupazione per come saldare i conti delle strutture mediante le quali speravo di tradurre concretamente il comandamento di Gesù: “Ama il prossimo tuo”.

Una mattina, mentre mi dibattevo tra le difficoltà economiche ed i conti da saldare relativi al Don Vecchi Due, un’anziana signora, dopo aver atteso tre quarti d’ora perché mi liberassi dagli impegni, entrò in ufficio e senza tanti preamboli mi disse: “Don Armando ho deciso di donarle un miliardo di lire per la sua opera”.

La somma mi arrivò per un cammino un po’ tortuoso perché lei morì improvvisamente e qualcuno dei parenti tentò di approfittarne, comunque poi la somma mi arrivò fino all’ultimo centesimo ed ora 142 anziani beneficiano di un alloggio presso la struttura pagata in notevole parte da questa benefattrice. Pensavo che nella mia vita un “miracolo” del genere non mi sarebbe più capitato, invece mi sbagliavo. Un’altra donna, che sta elargendo l’eredità di una sorella defunta, qualche giorno fa mi ha promesso settecentomila euro (l’equivalente di un miliardo e mezzo di vecchie lire) che supera di un bel po’ l’offerta precedente!

Se gli obiettivi sono validi e disinteressati al Buon Dio non mancano proprio “gli amici” per farci pervenire ciò che ci occorre.

Provare per credere!

Sono un prete viziato

Quando leggo sulla stampa le difficili situazioni in cui operano tanti preti del nostro tempo, anche nel nostro territorio, mi sento un prete fin troppo fortunato e talvolta perfino viziato.

La prima esperienza sacerdotale l’ho fatta presso i Gesuati, la piccola comunità affacciata da un lato sul Canal Grande e dall’altro su quello della Giudecca: una parrocchia vivace ed operosa.

Passai poi a San Lorenzo a Mestre con monsignor Da Villa e monsignor Vecchi. Fu quella un’esperienza veramente favolosa per un sacerdote, tanta gente, tanta fede, tanta carità e tanta vita!

Ho poi incontrato la pace di Carpenedo, di primo acchito mi parve povera ed immeschinita, poco dopo però esplose con una vivacità insperata e divenne, ben presto, una delle comunità tra le più rigogliose della diocesi per presenza di fedeli e per la molteplicità di iniziative: per un prete ce n’era abbastanza per essere ebbri di gioia.

Da pensionato mi è stata affidata la “parrocchietta” del cimitero che adotta ogni giorno cristiani da ogni dove. Ho ripetuto assai spesso che un vecchio prete non potrebbe desiderare di meglio. L’altro giorno in uno dei miei sermoni ho affermato che a me piace la musica sinfonica ed in particolare Beethoven, il giorno seguente un mio “parrocchiano illustre” mi ha donato la quinta e la sesta sinfonia del grande compositore tedesco: non faccio in tempo ad esprimere un desiderio che qualcuno me lo soddisfa!

La galleria degli ultimi papi

Poche settimane fa la Chiesa ha dichiarato beato Papa Paolo VI, ne sono stato particolarmente felice perché, per me, Paolo VI è stato veramente un grande Pontefice.

In verità non è stato favorito dal momento storico perché succeduto a Papa Giovanni XXIII, osannato poi da tutti i fedeli per aver dato la stura a tutte le tensioni che ribollivano dentro la chiesa ingessata da troppo tempo. A Paolo VI è toccato invece il difficile compito di incanalare nella quotidianità tutta l’irrequietezza di questa esplosione religiosa.

Non tutti hanno compreso la fatica e la difficoltà di indirizzare tante forze contrapposte, però Paolo VI ha tentato di farlo con tanta saggezza e santità e nonostante le molte incomprensioni ha sorretto “le chiavi pesanti” di Pietro.

Sul lato sinistro della mia cattedrale ho collocato i volti di Papa Giovanni XXIII, di Papa Wojtyla, di Papa Luciani, ed ora, appena potrò, vi collocherò anche quello di Papa Paolo VI perché i miei “parrocchiani” d’adozione sappiano quale grande dono il Signore ha fatto alla Chiesa del nostro tempo offrendoci uomini di Dio tanto coraggiosi, tanto saggi e soprattutto tanto santi.

La caporetto di Grillo

Vorrei seguire in maniera distaccata le vicende, non solo poco serie ma spesso deludenti e meschine, della politica, invece, passionale come sono sempre stato, finisco spesso per lasciarmi travolgere da queste.

Ripeto ancora una volta che sono veramente ammirato dall’intelligenza, dal rigore morale e dalla passione civile di molti giovani deputati e senatori del Movimento Cinque Stelle, però “ho altresì paura” dei loro condottieri: Grillo e Casaleggio; il primo perché è rimasto un ciarlatano volgare, populista e dispotico mentre il secondo perché temo che la sua visione velleitaria e utopistica ponga le premesse per un’altra dittatura, rovinosa come tutte le dittature.

La sonora sconfitta elettorale, prima alle europee e poi alle regionali ed infine la maretta che è sfociata in aperta ribellione dei loro seguaci, mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo.

Io rimango ancora assolutamente convinto che anche la peggiore democrazia sia preferibile alla migliore dittatura pur conscio che la democrazia ha un costo assai consistente.

L’ultimo giorno

Moltissimi anni fa incontrai Cristiano, uno dei tanti ragazzi che don Adriano, il mio carissimo cappellano, era riuscito a raccogliere all’ombra del campanile dopo la devastante burrasca della contestazione del sessantotto.

A questo giovane e bravo sacerdote, che un incidente d’auto menomò in maniera pressoché irrecuperabile, debbo eterna riconoscenza perché con il suo coraggio e la sua generosità, riuscì a far rinascere una splendida comunità giovanile dalla quale è poi ripartita la rinascita anche della parrocchia.

Cristiano ha fatto la sua carriera prima come dipendente del comune e poi come funzionario della Veritas, società che è succeduta all’Amministrazione Civica nella gestione del cimitero. Qualche giorno fa Cristiano mi ha cercato per dirmi: “Questo, dopo quarantadue anni di servizio, è il mio ultimo giorno di lavoro”.

Di questo signore, che organizzava i funerali di povertà, ricorderò per sempre la sua calda umanità e il suo rispetto soprattutto per chi era povero. Normalmente non c’è quasi mai nessuno ai “funerali di povertà” ma lui accompagnava sempre fino alla tomba questi “morti di nessuno”. La nobiltà di un uomo, che è vissuto quarantadue anni tra i morti, emerge anche da questo innato rispetto per la morte.

Felice “gregario”

L’anno scorso lasciai trapelare più volte che l’impegno di “firmare” ogni settimana l’Incontro diventava per me ogni giorno più gravoso.

Da un lato avvertivo la poca elasticità mentale, motivo per cui ogni settimana diventavo sempre più prolisso e “sbrodoso”, e dall’altro mi costava presentarmi al vasto pubblico di lettori così male in arnese da un punto di vista intellettuale.

Nonostante le sollecitazioni affettuose dei miei collaboratori e dei lettori, mi sentii quasi costretto dalla mia coscienza a passare la mano ad altri più giovani e brillanti di quanto io mi senta ora anche se, proprio le affettuose sollecitazioni di tanta cara gente mi costringe a continuare a buttar giù ogni giorno e alla meglio qualche povera nota sui miei incontri e sulle mie emozioni quotidiane.

Però come scrissi nella prefazione dell’ultimo volume che raccoglie il diario dello scorso anno, ho la netta percezione di essere giunto al “vinello”, cioè ad un prodotto tra i più poveri della spremitura dell’uva. Queste poverissime note, quindi, sono destinate solamente agli amici più intimi!

Il mio generale

Alcuni anni fa, a motivo del progetto di una chiesa monumentale per il cimitero della nostra città, mi recai nello studio dell’architetto Gianni Caprioglio.

Rimasi colpito dall’ampiezza dello studio e dal numero di professionisti che vi lavoravano. Manifestai la mia sorpresa all’architetto, che conoscevo fin da bambino, al che mi fece osservare che stava raccogliendo il frutto di una lunga carriera lavorativa. Qualche giorno fa incontrai con sorpresa, tra il gruppo di vecchi scout che ogni lunedì stampano in un clima di ilare cameratismo “l’Incontro”, un ex ragazzino che ricordavo come capo squadriglia del reparto scout “Duca d’Aosta”.

L’avevo perso di vista perché si era arruolato nell’Aereonautica e non sapevo dove fosse andato a finire. Ci abbracciammo felici di rincontraci. Mi disse: “Sono venuto a sapere che i vecchi amici stampano questo giornale e mi sono unito a loro perché mi sono congedato alcuni giorni fa”.

Scherzando ribattei: “Non sarai mica diventato generale?” e lui “Sì mi sono congedato con questo grado”. Provai istintivamente un moto d’orgoglio e poi pensai all’affermazione di Caprioglio: “Quando si lavora con impegno, prima o poi si raccoglie”.