Piazza maggiore e il futuro di Mestre

Nota: don Armando ha scritto queste righe alcune settimane fa durante un breve ricovero all’Ospedale dell’Angelo.

Mentre tento di ammazzare il tempo ogni tanto alzo le testa da “Piazza maggiore”, il giornale dal grande formato della Comunità di San Lorenzo, perché il mio sguardo attraversi la grande vela di vetro dell’Angelo, accarezzi leggermente i prati verdi che fanno da cornice al nuovo ospedale e si spinga più in là dove inizia la nostra città.

Sono entusiasta nel vedere come si coniuga la città descritta nell’interessante periodico del Duomo; il ricordo caro che porto nel cuore  della città in cui ho vissuto molti anni della mia prima esperienza pastorale e il domani prospettato per quella, che fino ad un paio di decenni fa, era descritta Mestre come la città dormitorio.

D’istinto sono portato a pensare che le lontane radici di questo sforzo di coniugare il destino civile con quello cristiano siano state poste a metà del secolo scorso quando mons. Vecchi cominciò la sua “rivoluzione”: la fine di parrocchie autarchiche per impiantare la chiesa di Mestre, la ricerca di dialogo tra i gruppi ecclesiali col segretariato della gioventù ed una crescita culturale con respiro cattolico mediante il Laurentianum.

Io c’ero, e fui partecipe cosciente e pieno di speranza di questo inizio di tempi nuovi.

Ora leggendo con calma “Piazza maggiore” in una stanza linda e spaziosa nell’ospedale dell’Angelo, ospedale che è pure una pietra miliare avanzata di questo percorso verso il domani, sono più che certo che don Fausto, il ragazzino di un tempo, che ho incontrato più di mezzo secolo fa sulla fondamenta delle Zattere ai Gesuati, ha preso ben saldo in mano il testimone e lo sta portando avanti con intelligenza, sicurezza e decisione.

Sono così felice nell’apprendere come mons. Bonini dialoga con la città e i suoi amministratori, scruta ed interpreta il domani ed irradia di contenuti religiosi la ricerca e l’azione pastorale, che se non avessi la mia veneranda età, mi metterei a sua disposizione per condividere la bella avventura cristiana in questo contesto ricco di attese e di prospettive!

La gente non vuol fare i mestieri che richiedono sacrificio

Finora l’Angelo l’ho conosciuto soprattutto dal lato estetico. Ripeto per me il nuovo ospedale è una delle sette o nove meraviglie del mondo, di cui vado fiero.

Prima di questo ultimo ricovero, ho ammirato il paesaggio collinare che lo circonda, i cipressi che mettono in rilievo il verde dei prati e l’incrocio armonioso delle strade, l’entrata solenne, il giardino pensile che ti fa sentire in una isole delle Hawaii, la cappella in cui celebro da più di due mesi, le celle mortuarie, ma non mi ero reso conto dell’immensità della struttura e della sua estrema funzionalità, checché ne dicano i critici di turno e i politici che per quarant’anni hanno speso in sovrabbondanza soldi e chiacchiere. Ora ho sperimentato da dentro il disegno e la disposizione intelligente per rendere più efficiente la struttura e per risparmiare sul personale.

Credo che noi dobbiamo andar fieri circa la sanità a Mestre: pulizia estrema, abbondanza e nitidezza nella biancheria, efficienza nel corpo infermieristico, competenza ed umanità in quello medico.

Cibo vario, abbondante e buono, strumentazione d’avanguardia.

Ho potuto, per onestà, notare due fattori, non dico negativi, ma che fanno pensare.

Il primo, si chiede al personale di lavorare sodo, credo che tra l’altro si sia studiata la struttura in modo tale per cui gli operatori non possono rintanarsi e perder tempo. Ricordo che molti anni fa un infermiere mi tolse la flebo dicendomi: “Don Armando questa notte la lascio riposare” e il mattino dopo un suo collega mi confidò che nella nottata avevano fatto una splendida spaghettata!

Non credo che all’Angelo sia facile ripetere questa impresa!

La seconda che il personale infermieristico è composto solamente da giovani donne, belle, con belle divise premurose finché vuoi, ma solo donne. Pare che i giovani disertino questo lavoro perché non sufficientemente retribuito, fatto di turni, di riposi collocati nei tempi meno appetibili. Per le retribuzioni non dovrebbe essere difficile ovviare a questa difficoltà, ma per quanto riguarda il sacrificio la cosa è certamente più impegnativa.

In Italia bisogna, a mio parere, avviare una rivoluzione culturale perché non è possibile che non ci sia più chi vuol fare il panettiere, l’apprendista, l’artigiano solo perché richiede sacrificio. Se le cose andassero ancora così, vorrebbe dire che la decadenza è ormai fatale!

I cittadini a cui dobbiamo rispetto

Nell’ultimo, fortunatamente breve, soggiorno all’Angelo ho condiviso la bellissima stanza con ogni confort, ben diversa da quelle in cui avevo soggiornato nel vecchio Umberto I°, con due anziani signori.

Il primo di questi colleghi di “sventura” non ho fatto quasi in tempo a conoscerlo, primo perché siamo rimasti insieme poco più di una mezza giornata, secondo perché tra un letto e l’altro esce dalla parete una tenda linda a cannocchiale che divide la stanza in due parti e ti garantisce una privacy quasi completa.

Col secondo però le cose sono andate un po’ meglio anche se la notevole sordità del compagno e quella parziale mia, non hanno reso facile il dialogo.

Il collega era un vecchietto arzillo di 87 anni, mi pare, con un figlio ingegnere ed una figlia affezionatissima al papà che l’ha seguito in quei giorni con tanto amore.

Credo di non fargli torto raccontando la sua storia perché lo faccio solamente per ammirazione.

Richiamato in guerra, il 9 settembre 1943, si trovò la caserma circondata dai tedeschi, i quali lo spedirono in carro bestiame, in cui non riuscivano neanche a sedersi, nella Germania del nord. Pesava 75 chili quando fu internato in un lager e quando fu liberato dai russi, poco più di 30.

Tornato a casa nell’ottobre del ’45, fu assunto alla Sava di Marghera ove lavorò per ben 40 anni; messo in pensione lavorò altri 20 anni “in nero” per costruirsi la casa e far studiare il figlio ingegnere.

Fece il muratore, curò i giardini ed ogni altro lavoro che gli capitava, comperandosi un lotto di 500 metri di terra e costruendovi una casetta ove vive felicemente, con la moglie, curando l’orto, leggendo il Gazzettino, in un rapporto affettuoso e caro con la moglie, figli e nipoti.

Se avessi stima nelle onorificenze chiederei a Napolitano perlomeno il titolo di commendatore per questo cittadino e se fossi il titolare del ministero del lavoro, gli concederei la croce al merito per i 40 anni di lavoro in bianco e più ancora per i 20 in nero.

Questi sono i cittadini probi a cui dobbiamo rispetto e riconoscenza altro che i tanti fannulloni dell’Alitalia e dei relativi sindacati che sono la vergogna del nostro Paese!

Liana Foletto

Alla messa che celebro nell’ospedale all’Angelo non c’è mai tanta gente, specie durante la settimana, ma mentre quando celebro in cimitero debbo leggermi le letture perché nessuno si offre a farlo, in ospedale c’è sempre qualcuno che si alza e s’accosta al leggio.

Stamattina, mentre me ne stavo un po’ assorto, ho sentito un timbro di voce che mi pareva di ricordare. Diedi una sbirciata e scorsi una signora di mezza età in vestaglia, con i capelli un po’ arruffati ed un braccio in gesso. Conclusi di non conoscerla. Durante la predica più di una volta cercai con lo sguardo, ora che mi stava di fronte, la lettrice dalla dizione perfetta che aveva proclamato la Parola del Signore in maniera egregia. Accanto a lei c’era seduto un signore che riconobbi subito perché per molti anni aveva fatto il contabile della San Vincenzo.

Finalmente compresi che la signora ospite dell’ortopedia, era Liana Foletto, la splendida creatura che ha donato voce alla liturgia, cuore ai poveri, sensibilità alla musica e al canto.

In un baleno si accavallarono nella mia mente tanti fotogrammi, precisi che mi fecero riaffiorare la memoria di tante vicende vissute assieme.

Liana per anni ed anni si era impegnata con la casa di Riposo di via Spalti, alla mensa dei poveri di Ca’ Letizia, per anni questa donna ha animato la liturgia ai Cappuccini per non averlo potuto fare nella sua comunità per un parroco impossibile. Liana ogni anno mi donava voce e cuore nel tessuto de “Il Quaresimale” la paraliturgia vespertina delle domeniche in preparazione alla Pasqua.

Terminata la messa l’incontro è stato quanto mai caldo, affettuoso e cordiale; due vecchi amici, due commilitoni di tante battaglie sul campo della carità.

Ora io sono vecchio e lei quasi, ma mi fa felice di averla incontrata ancora una volta in prima linea!

Il gallo che mi fa la predica al mattino

Di natura sono un uomo metodico, mi pare che l’osservare un orario sia quasi un mettermi in un binario per giungere nei tempi esatti ai vari appuntamenti della mia vita di vecchio prete in pensione.

La sveglia suona alle 5,45, pulizie personali, rifacimento del letto, recita del breviario, breve meditazione, colazione e alla 7,30 ingresso nella mia cattedrale ancora dormiente tra i vecchi cipressi.

Ora alle 5,40 è ancora buio. Il grande campo prospiciente al mio terrazzino se ne sta sdraiato, muto ed incolore. Al mattino però non c’è solamente la coltre scura che copre linee e colori, che con l’aurora si ravvivano, ma si avvertono suoni e rumori che durante la giornata non mi capita mai di avvertire.

Si sente dalla bretella dell’autostrada di via Martiri della Libertà, un brontolio sordo e costante delle macchine e dei camion sempre in movimento. Ogni tanto sovrasta questo rumore cupo lo sferragliare del treno della ferrovia che passa abbastanza rapido, ma soprattutto aspetto con trepida attesa il canto del gallo di una piccola fattoria che ha qualche campo coltivato vicino al don Vecchi.

Deve essere un piccolo gallo perché il suo canto giunge flebile, ma ben distinto.

Da più di cinquant’anni non sento il cantare del gallo che nella mia infanzia era tanto gradito, gioioso e familiare.

Ogni mattina il canto del gallo mi fa pensare al tradimento di Pietro col rimprovero di Gesù, ma soprattutto, penso con preoccupazione, durante il nuovo giorno, di non essere capace di dare una testimonianza coerente, coraggiosa e limpida della mia fiducia della parola di Cristo.

Il gallo del mattino mi turba, mi stimola in maniera più efficace dei salmi e delle riflessioni del libro di meditazione.

Spero tanto che la padrona di casa non finisca di tirare il collo al gallo che mi fa la predica al mattino!

La chiesa veneziana e l’ospedale dell’Angelo

Nota: don Armando ha scritto questa riflessione prima che don Robert Skrzypczak fosse chiamato a curare in forma permanente la chiesa e l’assistenza ai malati nel nuovo ospedale.

Ieri ho sentito il bisogno di tessere l’elogio del nuovo ospedale e dello staff che lo ha progettato, delle imprese che hanno realizzato la grande opera, che non ho difficoltà a definire storica, di chi ne ha organizzato il finanziamento e l’esecuzione.

Da quanto ho sentito, si vuol fare dell’Angelo un ospedale di eccellenza e perciò, pian piano, si assumeranno professionisti di primo piano.

Come cittadino, almeno per una volta, sono soddisfatto.

L’ospedale però è destinato al recupero fisico, e perché no, anche spirituale dell’uomo.

L’ospedale dovrebbe essere destinato al recupero e al restauro di tutto l’uomo, almeno di quanto è umanamente possibile.

Affermato tutto questo, deve quindi operare all’interno di questa poliedrica struttura, uno staff di operatori religiosi di eccellenza per cogliere il momento favorevole per una proposta religiosa quanto mai seria ed attenta del momento propizio per riordinare lo spirito, per recuperare la coscienza del bisogno di Dio, per incentivare la consapevolezza del dono della vita, per ringraziare, chiedere perdono al Signore, e per rilanciare il desiderio di vivere la proposta cristiana in maniera degna e coerente.

La società ha offerto a Mestre una struttura meravigliosa, temo però che la chiesa veneziana stia contribuendo per quanto la riguarda, in maniera assolutamente inadeguata e carente.

Pur essendo le porte dell’ospedale spalancate, la chiesa non sta dando un volto riconoscibile, vivo efficiente a Cristo Gesù nel nuovo ospedale.

Ci sono, pare delle speranze, finora però la risposta a questa attesa è assolutamente manchevole.

So che a qualcuno o a molti dispiacerà questa mia affermazione però credo sia un dovere che questo vecchio prete diventi coscienza critica e dica apertamente che il nuovo ospedale esige molto di più e di meglio dalla chiesa veneziana, ed aggiungo che, volendolo questo è assolutamente possibile!

Il Vespero

Avevo pensato come titolo del volume che raccoglie “il diario” del 2007: “Prima del tramonto”

Avevo scelto questo titolo riferendomi ai guai fisici per nulla debellati e che mi lasciano costantemente in uno stato di precarietà psicologica ed esistenziale.

Già nel passato avevo tentato, per quanto ciò sia possibile, di prepararmi bene al transito, poi invece i sintomi sono risultati segnali di una falsa partenza e perciò sono ritornato ai blocchi.

Ogni tanto mi pare di sentire i segni dei “tempi nuovi”, e ad ottant’anni è più che facile sentire questi ammonimenti che però non sono mai veramente chiari, ma invece rimangono sempre problematici. Ora, pur rimanendo, come sempre, l’orizzonte un po’ rannuvolato, ho la sensazione di poter sperare d’avere ancora un po’ di tempo a disposizione e perciò ho deciso di riservarmi il titolo che avevo pensato per un eventuale domani e di ripiegare su uno che mi offra la possibilità di poterlo usare semmai un’altra volta.

Stando così le cose ho deciso che il nuovo volume porterà come titolo “Il Vespero”, rimane tutto sommato la cornice temporale, però mi offre la possibilità di poter utilizzare un po’ di spazio ulteriore.

Strana cosa leggere le registrazioni di fatti, sensazioni, sogni, realizzazioni recenti, che però mi sembrano ormai lontani nel tempo.

Ci sono cose che, rileggendo la loro registrazione a così poca distanza, non vorrei aver detto, pensato e fatto ed altre che desidererei aver fatto meglio e con più intensità.

Sto capendo che la vita bisogna viverla con più sapienza, con più lungimiranza e con più responsabilità.

Spero di aver ancora un po’ di tempo, e gestire meglio il tempo che mi sarà donato!

“Chi è in mare naviga e chi è a terra critica!”

Questo tempo, a livello pastorale, è caratterizzato dal “servizio” che mi sono offerto di compiere nel nuovo ospedale.

Sto vivendo degli stati d’animo che tento di analizzare, ma che non sempre mi è facile definire.

La struttura dell’ospedale dell’Angelo è veramente stupenda. Non credo di avere aggettivi adeguati per apprezzare l’architetto che l’ha progettato, le maestranze che l’hanno realizzato in così poco tempo ed il manager che ha messo assieme così tanti e diversi finanziatori, e portato avanti una organizzazione così complessa ed impegnativa a livello di progettazione, di esecuzione e di finanziamento.

Quando leggo sui giornali le critiche, talvolta aspre, per presunte o vere carenze, per qualche disagio o per qualche difficoltà provo un senso di indignazione.

Sono gli inetti e gli incapaci che solitamente diventano critici provetti.

Ricordo che una trentina di anni fa scrissi un articolo mordace affermando, che come un tempo si mettevano le lapidi su certi edifici pubblici con i nomi dei benefattori che avevano concorso nell’edificazione dell’opera, così auspicavo che nel vecchio Umberto I° si apponesse una lapide con i nomi dei politici ed amministratori, di tutti coloro che avevano concorso a vanificare il progetto di un nuovo e più adeguato ospedale.

L’ospedale dell’Angelo è veramente superbo, è collocato in un paesaggio che presto diverrà da sogno e solamente a pochi giorni dall’inaugurazione è estremamente efficiente.

Le critiche sono ingiuste, ignobili, e frutto di menti inette.

Monsignor Vecchi, più propenso a fare che a parlare, diceva citando un proverbio marinaro “Chi è in mare naviga e chi è a terra critica!”

Una volta tanto che possiamo essere orgogliosi di qualche nostro amministratore e di una qualche struttura degna, apprezziamola e non diventiamo meschini a cercare le pulci!

Voglio ricordare le cose come le ho lasciate

Tra la posta ho trovato, con lieta sorpresa, una cartolina proveniente dalla Malga dei Faggi di Gosaldo, la casa di montagna della mia vecchia parrocchia.

Rita, la proverbiale “governante”, che con l’uscita dal servizio attivo in canonica, come l’Araba Fenice è risorta dalle ceneri a vita nuova.

Nonostante la sua veneranda età si è trovata un nuovo servizio nella parrocchia di S. Nicolò dei Mendicoli a Venezia e fa, non solo la spola tra il don Vecchi e la nuova canonica del giovane parroco don Paolo, ma accompagna i ragazzi in montagna e vive e partecipa alla loro avventura estiva.

La cartolina, che ho fatto stampare più di 20 anni fa, riporta un gruppo di ragazzini che gioca sotto la croce che abbiamo piantato sul prato per ricordare Paolo Vesnaver, lo scout morto tragicamente tantissimi anni fa e che in quei prati aveva vissuto giorni spensierati e felici.

Quanti ricordi, quanta nostalgia ha suscitato nel mio animo questa cartolina un po’ ingiallita, testimone di tempi andati!

Tutti mi dicono che la casa in montagna della parrocchia è tenuta bene, continua la sua funzione di offrire ricordi felici alle nuove generazioni di bambini, la cosa mi fa tanto felice perché mi testimonia che non ho faticato invano. Non altrettanto qualcuno mi riferisce di Villa Flangini, la casa asolana per gli anziani.

Io voglio ricordare strutture, persone ed atmosfere belle ed efficienti come le ho lasciate, il resto non mi appartiene e non ne sono più responsabile.

Io sto con la minoranza della minoranza…

Un mio collega, avendo letto una pagina in cui ho espresso un certo gaudio sociale perché il popolo italiano ha dato un calcio sul sedere all’estrema sinistra, massimalista e nostalgica di un progetto fallito sotto ogni punto di vista, ha pensato che io provassi almeno eguale gaudio per la vittoria di Berlusconi, verso cui egli esprime disprezzo e rifiuto.

Quando capitano queste cose io provo un enorme imbarazzo e veramente non so come uscirne.

Nell’arco politico esistente non ho ancora trovato chi a livello di indirizzo sociale, di coerenza personale, di saggezza e di sano realismo interpreti le mie posizioni ideali e perciò quando mi pare che qualcuno passi il limite del lecito, mi viene di tentare di dargli una sonora ”legnata”.

Con ciò non mi sento nè di destra nè di sinistra, nè di centro, nè con le fazioni che annacquano qualcuna di queste tendenze, che sia dalla parte dei poveri, degli oppressi, dei senza parola, mi pare scontato. Lo sono per nascita, per istinto, per coerenza religiosa, per scelta personale, infatti nella vita sono sempre con la minoranza della minoranza e le legnate ideali le ho sempre prese sia dall’una che dall’altra parte ieri ed anche oggi.

Speravo, ed in verità lo spero ancora, che la vita che ho fatto, gli obiettivi su cui mi sono impegnato, la decisione di condividere la fine degli ultimi della nostra città dovrebbe essere una garanzia. Certo avrei potuto far meglio, però anch’io ho dei limiti che non sono stato capace di superare perciò resto ammirato quando uno riesce a far meglio di me.

Un tempo di raccolta gioiosa

C’è una frase della Bibbia che in certi momenti amari della mia vita mi ha donato conforto, sollievo e speranza: “C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia”.

In questa frase sembra siano due i protagonisti degli eventi amari e di quelli lieti. Però credo che la sentenza biblica si possa interpretare come riguardante la stessa persona in momenti diversi.

Nel lontano 1971, in un momento di devastante contestazione mi trovai a diventar parroco in un momento veramente burrascoso in cui sembrava pressoché impossibile tenere la rotta voluta dentro un uragano così scatenato.

Pensai subito che dovevo crearmi uno strumento per poter comunicare con tutte le componenti della comunità per non essere travolto da quelle più irrequiete e più radicali. Creai “Lettera aperta” il settimanale che portava come sottotitolo: “Circolare settimanale del parroco” in modo che nessuno potesse pretendere di prendere in mano il “megafono”. Così fu.

I giovani più esagitati tentarono più volte di far diventare il foglio come veicolo del pensiero della comunità, che poi in realtà avrebbe veicolato solamente il loro pensiero malato. Tenni duro, ed ebbi ragione.

Nacque poi sulla stessa linea il periodico “Carpinetum” e all’interno di questo la rubrica “Il diario del parroco” che mi permise di parlare in maniera sciolta, non troppo impegnata, usando tutte le corde: dal sentimento all’humor, alla poesia o al patetico.

Rimasi solo, ma potei comunicare e raggiungere tutti.

Don Gino Cicutto, che mi fu accanto per molti anni, capì la validità della soluzione e nella sua parrocchia di Mira la tradusse con “Gli appunti di don Gino” e adopera attualmente questo strumento in maniera disinvolta ed efficace. Ora mi capita di scoprire che anche un altro giovane prete, don Cristiano Bobbo, adotta la soluzione con un titolo pure diverso: “I giorni del prete” nel suo periodico “Comunità e servizio” con gli stessi risultati positivi.

Il mio pare ormai tempo di raccolta gioiosa; la ricerca, la fatica non è andata perduta, ma sta germogliando non appena trova intelligenza e buona volontà!

Una testimonianza edificante all’ospedale

Mi sono reso disponibile, prima e dopo la messa dell’Angelo, di amministrare i sacramenti della penitenza, dell’Eucarestia e dell’Unzione agli ammalati o per dare una parola di conforto o di una benedizione a qualche paziente che ne avesse fatto richiesta.

La suoretta dell’ospedale mi aveva chiesto l’altro giorno di dare gli “olii santi”, come si diceva un tempo, ad una anziana signora che era degente in un determinato reparto.

Appena smesse le vesti liturgiche dopo la celebrazione, stavo prendendo il vasetto dell’olio santo, allorchè due signori, piuttosto preoccupati, mi chiesero di andare subito a dare una benedizione alla loro mamma che, a loro dire, stava per morire.

Dissi che non appena avessi evaso la richiesta precedente sarei andato immediatamente da loro. Mi parvero preoccupati per questo ritardo ed insistettero perché andassi subito dalla loro mamma. Se non che pian piano capii che la loro pressante richiesta e quella della suora riguardavano la stessa paziente.

Andai con sollecitudine e di buon grado. In una stanzetta linda, appartata, che si affacciava sui prati verdi, in cui è immerso l’ospedale, c’era una cara nonnetta, accanto a lei due figli affettuosi, una nuora ed un nipote. Dissi due parole di preparazione prossima, ma non ce n’era bisogno perché lei era pronta e tutti gli altri partecipi al sacro rito, quasi desiderosi che io purificassi e vestissi a festa la loro mamma perché potesse presentarsi pulita, in ordine e bella al cospetto di Dio. Rimasi tanto edificato per la fede di questa cara donna e per quella che aveva trasmessa ai suoi cari, tanto che le domandai che mi tenesse un posto per me lassù accanto a Dio.

Mi sorrise e mi benedisse. Forse ora ha già messo un giornale nella sedia accanto alla sua perché questo povero vecchio prete non debba stare a lungo in piedi ad attendere.

“Il cristianesimo se non diventa solidarietà si riduce ad aria fritta!”

Il dottor Marco Doria, docente universitario a Ca’ Foscari e consigliere di amministrazione della Fondazione Carpinetum, che attualmente gestisce i centri don Vecchi e i progetti solidali in fase di realizzazione, oggi mi ha presentato lo studente di Economia e Commercio che ha vinto una borsa di studio per una tesi di laurea sulla dottrina sociale ed economica che sottintende questa struttura residenziale per la terza età.

Il laureando, residente a Marghera, figlio o nipote di esuli Giuliano Dalmati, è un giovane sveglio ed intelligente che ha colto la palla al balzo di aver subito una tesi, un tutor nel dottor Doria che lo guiderà, un argomento attuale ed interessante, ed infine una gratificazione economica che gli permetterà di sostenere le spese e di aver pure un introito economico con cui affrontare i primi tempi per cercare un lavoro.

Io sono felice che l’università studi e dia un supporto scientifico a quella che per me è stata un’intuizione nata dal condividere le esperienze e i drammi amari degli anziani.

Abbiamo passato assieme a questo studente e al dottor Doria un’oretta di conversazione cordiale in cui ho tentato di puntualizzare le motivazioni di fondo, che attingono a principi di fede e quindi ho illustrato le mediazioni intermedie che hanno tradotto gradatamente in scelte sociali, strutturali ed organizzative il progetto nato da questi principi religiosi.

Mi pareva di essere tornato ai tempi di scuola in cui il professore di storia monsignor Altan, tipo intelligente, ma originale, quando incominciò a parlarci della riforma protestante distinse le cause remote da quelle prossime. Le cause remote della riforma, secondo lui, risalivano al peccato di Adamo ed Eva!

Credo che avesse ragione.

Traducendo, nel caso del don Vecchi, sono convinto che la causa remota sia la mia profonda ed assoluta convinzione che il cristianesimo se non diventa solidarietà si riduce ad aria fritta!

Da questa convinzione con infinite mediazioni si è arrivati pian piano al don Vecchi. Quindi se togli questo principio crolla tutto!

Una “collisione” evitata

In questi giorni ho temuto di entrare in collisione con la San Vincenzo, movimento in cui ho militato per alcuni decenni e da cui non mi sono mai idealmente staccato.

In genere quando mi pare di aver terminato un’esperienza, volto pagina, non perché rifiuto o rinneghi il passato, ma solamente perché l’esperienza successiva che sposo, mi assorbe totalmente per cui non mi pare di aver più tempo per quella che ho lasciato.

Così è avvenuto per la San Vincenzo.

Una quindicina di anni fa mi è parso di non riuscire più a dare quel contributo che ritenevo doveroso, per cui ho lasciato, dedicandomi più liberamente sempre alla carità, però seguendo il mio intuito, le mie esigenze interiori, perseguendo obiettivi che io ritenevo più impellenti e più bisognosi di persone che vi dedicassero attenzione ed impegno.

Con questo ho seguito, sempre discretamente a da lontano, il servizio che questo movimento continua ad offrire alle frange più indifese della nostra popolazione.

La San Vincenzo da qualche anno è entrata in ospedale con un centinaio di volontari per svolgere un’opera di supporto e di testimonianza cristiana.

Per una serie di circostanze e di carenze di assistenza religiosa anch’io, seppur vecchio, sono rientrato in servizio attivo in qualità di richiamato.

Una delle prime urgenze che ho avvertito fu quella della comunicazione e della formazione religiosa e senza pensarci troppo ho, per la seconda volta, dato vita ad un foglio settimanale, essendomi stato erroneamente detto che, il primo a cui avevo pensato tanti anni fa “Il coraggio” è stato chiuso.

Le cose non stanno così, il foglio precedente era solamente “dormiente”.

Chiarito l’equivoco, troveremo certamente modo di arricchire l’iniziativa in maniera tale che la presenza e la testimonianza cristiana sia più viva ed efficace all’interno dell’Angelo.

Sono stanco di una religiosità compassata…

Ho sempre tenuta ben stretta la razionalità anche quando ragiono o mi occupo di fatti o discorsi che riguardano la fede.

Io sono ben legato all’affermazione: “Credo ut intelligam ed intelligo ut credam” credo per capire più a fondo e meglio e cerco motivazioni razionali perché facciano da supporto alla mia fede e la rendano credibile per chi mi sta accanto.

Però non ho mai disdegnato di dare un giusto rilievo anche alle sensazioni, ai sentimenti emotivi che accompagnano e talvolta avvolgono i fatti di fede.

Come ho confessato più volte adopero, per la mia meditazione mattutina, un libretto edito dalla congregazione metodista di Genova, una delle tante chiese nate dal movimento protestante, particolarmente diffusa negli Stati Uniti d’America, ma diffusa in tutto il mondo.

La paginetta quotidiana parte da qualche riga del nuovo o vecchio testamento ed è commentata da uno dei tanti fedeli aderenti ad una piccola comunità cristiana sparsa nel mondo, che fa capo a questa chiesa protestante.

Sono quasi sempre riflessioni ingenue, che si rifanno a delle esperienze personali, quasi a commento, supporto e prove della validità del dato biblico. Talvolta sono centrate, talvolta un po’ tirate, ma sempre fresche, candide, luminose e soprattutto illuminate dalla fede che fa brillare come il prato verde illuminato dalla rugiada mattutina.

Mi pare di avvertire, sempre più, che la fede ha bisogno per esprimersi, per farsi sentire vera e convinta, anche di questa freschezza, di questo candore e di questo entusiasmo che sa quasi di estasi e letizia interiore. Sono stanco di una religiosità compassata quasi preoccupata di non avere il consenso degli uomini e dei ben pensanti. Sono anzi sempre più convinto che la fede deve esprimersi con l’incontro di chi è veramente innamorato.