Uomini di Dio ma non di Chiesa e viceversa

Invecchiando mi pare di intravedere nella vita della società la mano provvida di Dio che, con grande libertà e lucidità, si serve di persone tanto diverse per realizzare il suo progetto a favore dell’uomo.

Nelle scelte di Dio, mi pare che non sempre i ruoli più importanti Dio li affidi all’apparato ecclesiastico, e che pure il Signore non si attenga a quella distinzione tanto netta perseguita con tanta foga sia da parte degli uomini di chiesa che da parte di quelli dello stato, ma invece il Signore, con tanta disinvoltura, adoperi uomini della società civile, che si qualificano come ricercatori della verità per dare dei contributi seri e consistenti alla purificazione del mondo religioso ed altresì adoperi credenti non impegnati ufficialmente in politica per purificare la vita pubblica e soprattutto i suoi protagonisti.

Forse tutto questo si avvera a motivo di quella verità illuminante scoperta molti secoli fa da S. Agostino, che aveva fatto esperienza di “lontano” e poi di “vicino” alla chiesa, quando affermò che ci sono “uomini che la chiesa possiede e Dio non possiede e altri uomini che Dio possiede, ma che sono almeno apparentemente, estranei alla vita formalmente religiosa”. Mi sono tornate in mente queste idee poco tempo fa, quando il nostro sindaco Cacciari ai funerali di don Mario Sinigaglia, citando non Marx o Gramsci, ma due tra i mistici più noti e più sublimi: Santa Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce, affermò con le loro parole che dalla fede vera “nascono opere, opere, opere”, “la fede edifica, la fede costruisce”. E Beppe Caccia e Bettin, che si sono dichiarati discepoli di questo prete impegnato nella solidarietà, avendo compreso di dover superare i concetti di pubblico e di privato.

Forse, prima o poi, dovrò suggerire in Curia di depennare dall’annuario il nome di qualche prete e di inserire quello di qualche laico o di qualche non credente.

Da parte mia questa operazione l’ho già fatta da molto tempo!

I cento fagioli

Uno dei discorsi che ricorrono frequentemente durante le riunioni in cui i preti discutono sul come trasmettere il messaggio di Gesù alla gente del nostro tempo, che sembra sempre più allergica al discorso religioso, è quello della necessità di rievangelizzare facendo una proposta cristiana seria soprattutto agli adulti, mediante corsi di specializzazione evangelica e teologica.

E’ da molti anni che sento questa sinfonia, ma ho purtroppo l’impressione che non ci siano molti risultati positivi, anzi che capiti, come quando stavamo perdendo la guerra nell’ultimo conflitto mondiale e i bollettini affermavano che le ritirate erano fatte per ottenere migliori risultati futuri, tanto che spesso mi viene la nostalgia della pastorale dei nostri vecchi parroci che pretendevano che i bambini conoscessero bene e a memoria le formule delle principali preghiere, le definizioni delle verità cristiane contenute nel catechismo di Pio X, visitavano gli ammalati, benedivano le famiglie, facevano prediche semplici e pratiche e che stavano il più possibile accanto alla gente della loro parrocchia.

Con questa pastorale semplice sono riusciti a formare delle coscienze cristiane così solide che i loro parrocchiani vivevano e morivano rifacendosi e ricorrendo in ogni circostanza al buon Dio.

Qualche giorno fa fui chiamato a dare una benedizione ad un’anziana signora, serena e credente anche nel momento della prova. La cara e buona nonna mi raccontava che sua madre ogni sera le consegnava un sacchetto con cento fagioli e le raccomandava di non addormentarsi senza aver detto le preghiere contandole con i fagioli. Aveva, questa signora, 90 anni ma la sua fede era fresca e viva come se ne avesse avuto 10 e fosse una bambina da prima Comunione.

Penso che la concretezza, la semplicità, il ribadire con forza e costanza gli stessi concetti sia ancora il modo migliore per passare e radicare dei sani e duraturi convincimenti, come la nebulosità, la frammentarietà, l’improvvisazione e l’artificiosità producono solamente confusione e nessuna convinzione profonda.

Tanto che la proposta dei cento fagioli pare sia ancora più produttiva di tante preghiere spontanee che non fan altro che proiettare all’esterno la confusione interiore.

Don Marcello prete della mia infanzia

Nella mia parrocchia dell’infanzia c’era un vecchio prete, don Marcello, che è rimasto cappellano per tutta la vita.

Quando io lo conobbi era già anziano; la gente gli voleva bene perché adempiva con regolarità a tutti i compiti che un tempo si ritenevano propri di un prete: dir messa, far catechismo, accompagnare i morti al camposanto, ma c’era l’opinione diffusa che non avesse grandi capacità per cui non lo proponevano a parroco. Viveva con due donne anziane che in paese erano soprannominate “le signorine della posta” perché gestivano da una eternità l’ufficio postale. Visse una vita tranquilla ed è sepolto nella parte vecchia del nostro cimitero.

Credo che solamente gli ultra ottantenni lo ricordino ancora.

Di questo vecchio prete ricordo due tipi di prediche che erano il suo cavallo di battaglia e su cui ritornava quasi ogni domenica: “ gli dei falsi e bugiardi” e “la pecorella smarrita”.

Ho pensato a don Marcello come anticipatore dei nuovi tempi, leggendo quest’ultima pagina del Vangelo durante la messa che ho celebrato in cimitero.

Chi ci pensa oggi alla pecorella smarrita, quando l’ovile è pieno di buchi per cui i fedeli se ne vanno comodamente, quando una che decide di entrare, come il vice direttore del Corriere, si è quasi imbarazzati nel riceverlo, quando i pastori passano l’intera giornata a coccolare le quattro pecore vecchiotte che non saprebbero scappare anche se lo volessero.

Caro don Marcello! Stai diventando, almeno per me, che ti credevo sorpassato, un punto di riferimento nell’impegno pastorale.

In ricordo di don Mario Sinigaglia

Soltanto da poco tempo sono venuto a sapere che don Mario Sinigaglia era seriamente ammalato. Avevo pensato, pochi giorni fa, di fargli sapere che gli ero vicino e per promettergli la preghiera.

Stavo cercando di sapere la gravità della malattia e dove si trovasse, perché le notizie che avevo ricevuto erano molto vaghe. Se non che, la signorina Rita, che una volta terminato il suo servizio di tuttofare nella parrocchia di Carpenedo, sta donando le sue residue energie a don Paolo, il giovane sacerdote, che è sovra occupato, con due parrocchiette, gli scout, la scuola e il gruppo vocazionale, che ora è più informata sulle vicende della chiesa veneziana, mi ha telefonato una sera che don Mario era morto.
Ne fui profondamente addolorato.

Non eravamo amici nel senso stretto della parola, ma ci stimavamo alquanto. C’era tra di noi un comune denominatore che passava attraverso la convinzione primo che la fede che non si incarna nella solidarietà si riduce a sogno, illusione e forse evasione dalla realtà della vita, secondo che oggi l’annuncio evangelico passa attraverso la carta stampata, la radio, la televisione e i mezzi di comunicazione di massa. Don Mario ed io abbiamo fatto percorsi ed esperienze diverse, lui operò sempre al centro della chiesa veneziana, io nei suoi suburbi, lui era un diplomatico che raggiungeva i suoi obiettivi attraverso i contatti diplomatici, io il barricadiero che ha sempre preferito la denuncia e la pressione popolare. Comunque qualche obiettivo lo abbiamo raggiunto ambedue, qualche altro progetto e rimasto all’orizzonte. Sempre siamo rimasti soli e senza seguito, però gli ideali e le tensioni sono rimaste integre e forti in ambedue.

Sono molto addolorato della morte di don Mario; ora mi sento più solo anche se non ci parlavamo quasi mai, ed ognuno tirava con fatica la sua carretta.

Spero tanto che chi gli è successo porti avanti il sogno di don Mario, del secondo hospice da farsi a villa Elena, perché i nostri concittadini possano morire in un luogo dignitoso, con accanto i propri cari.

Ora faranno, a don Mario, gli elogi di rito, io però preferirei che accettassero a cuore aperto la sua eredità ideale e la portassero avanti, perché don Mario ha custodito con fatica ed amore “i tesori” della chiesa di Venezia.

Una bella chiesa al Villaggio S. Marco

E’ morta qualche settimana fa la sorella della mia vecchia governante, una cara donna più che novantenne che si è spenta dolcemente, in umiltà e silenzio circondata dall’affetto dei suoi figli. Mi è parso doveroso esprime il cordoglio e la mia profonda riconoscenza verso chi mi è stato accanto per ben 35 anni, nonostante la mia intransigenza nel chiedere tutto e più di tutto a chi mi offrì la sua collaborazione. Sono andato quindi nella chiesa di S. Giuseppe in viale S. Marco, chiesa che fu per molti anni quella di don Gino, il più fedele e il più vicino, come indirizzo pastorale, dei parecchi cappellani con cui sono vissuto in canonica a Carpenedo.

Sono arrivato per tempo come è mio costume, così ho avuto modo di osservare questa chiesa nata col villaggio S. Marco, credo quasi mezzo secolo fa.
Ne fui veramente ammirato.

La chiesa non ha pretese architettoniche, ma si rifà alle basiliche romane, sobrie, essenziali nelle linee, ordinate e silenti strutturalmente. Su questo impianto si sovrappone l’animo e lo stile di don Cristiano, il suo giovane parroco. Tutto lucido profumato di pulizia, di ordine e di buon gusto.

Questa chiesa periferica, può darsi che non sia frequentatissima, ma sono certo che si presenterebbe così anche se fosse affollata cento volte al giorno.

Arrivò don Cristiano, magro ed abbronzato per essere stato in montagna con i suoi ragazzi, la vacanza dei preti credenti, camice lungo con un gran pizzo, la pianeta preconciliare, una omelia preparata e linda. Una giovane signora ha letto con proprietà i brani della Scrittura, ed un volontario, facente funzione di sagrestano, collaborò col canto e col servizio. Chiesa e cristiani, puliti e seri. Buttai poi lo sguardo sulla parete di fondo, e scorsi come a Torcello la grande tela di Joos, il pittore triestino, mio amico, che dipinse con vera passione “Il giudizio sull’amore”, forse la più grande tela, ma comunque la più artisticamente pregevole, esistente nelle chiese di Mestre.

Provai un pizzico di orgoglio e di commozione. Il Joos del sacro è nato attorno al Cenacolo artistico de “La cella”, la galleria del Campanile di Carpenedo.

Mi parve che la mia antica concezione, che l’ umanesimo cristiano, non si esaurisce nel culto o nel catechismo, ma investe tutto l’uomo e ciò deve trovare riscontro anche nella pastorale, abbia attecchito, seppur timidamente, nella nostra città.

La nostra soluzione ai mali del mondo d’oggi

Nota: pubblichiamo questo articolo a varie settimane di distanza dal fatto che riporta per tutelare le persone coinvolte.

Oggi ho celebrato il funerale di una giovane donna che avevo conosciuto durante il commiato a suo fratello una ventina di giorni fa.

Non ha retto alla solitudine e al dolore per la morte precoce del fratello, con cui viveva in profonda simbiosi e pur dimorando in una “torre” della Cita in cui abitano centinaia di famiglie, per depressione e solitudine si è buttata dal 13° piano.

L’avevo notata, questa donna, perchè durante il mio sermone era intervenuta a favore del fratello che diceva fosse una cara persona, cosa su cui mi trovavo perfettamente d’accordo.

Pur non conoscendo il defunto avevo avuto la sensazione che si era fatto voler bene per la sua generosità e il suo impegno verso gli altri.

Ieri una ragazza che conosco fin da bambina, è venuta al don Vecchi sconvolta e piangente. Una sua amica le aveva telefonato di notte dicendole concitata che l’avrebbe fatta finita e mentre lei tentava di dissuaderla, ha premuto il grilletto della pistola di ordinanza, faceva infatti la guardia giurata.

L’annuncio della morte dell’amica l’è giunto nel cuore della notte mediante il rumore infernale dello sparo.

Questa è la società, il mondo, che si sono emancipati dai tabù del cristianesimo ed hanno raggiunto, secondo i radicali e non solo loro, un livello di una nuova e migliore civiltà.

A noi credenti tocca il compito di raccogliere i cocci dei valori che, politici, pseudo scienziati e pseudo uomini di cultura, stanno promuovendo con zelo degno di miglior causa.

Le crociate non sono più di moda, però è tempo e forse anche troppo tardi, di affermare in maniera chiara e senza sfumature che il messaggio cristiano è l’unica soluzione ai mali infiniti del mondo d’oggi.

Il tenore di vita dei sacerdoti di oggi

In campo sacerdotale un tempo si parlava frequentemente del ruolo del prete nella società tenendo sempre ben distinto il mestiere, la professione dalla missione del ministro di Dio.

La gente, specie quella poco di chiesa, tentava di sottolineare con acrimonia, che il prete faceva il suo mestiere curando i suoi interessi, mentre i sacerdoti ribadivano con forza che la loro era una missione e se anche, come ogni essere umano, aveva bisogno di qualche compenso per vivere, però le motivazioni profonde che sorreggevano il loro ministero erano dettate da motivazioni ideali.

Sempre nel passato i preti più zelanti facevano loro il motto di S. Giovanni Bosco, motto mutuato da una errata interpretazione della Bibbia “Dammi le anime che il resto non mi interessa”. Ora penso che questa impostazione impostazione mentale sia pressoché tutta crollata e in questo crollo abbia travolto basso e alto clero.

Il basso clero perché la inquadratura impiegatizia e sindacale è meno impegnativa e l’alto clero probabilmente, meno legato con la base, non riesce più a proporre a livello pratico ai propri sacerdoti un tenore di vita e quindi si rassegna ai discorsi ideali.

Questo ha purtroppo i suoi risvolti concreti nel popolo di Dio: le chiese sono chiuse per molte ore del giorno, l’attività pastorale chiude a giugno per riaprire a fine settembre, la parrocchia si riduce al 10-15% dei battezzati, mentre l’80-90% restante vive e muore con nel cuore i lontani ricordi del catechismo.

Tutti in ferie, anche le parrocchie!

“Le ferie” sono diventate un termine quasi magico, una specie di mistero arcano a cui si deve aderire ad ogni costo. In verità tutto questo non è una novità, già il nostro Carlo Goldoni parlava nella sua Venezia, in via di dissoluzione e verso il declino “Le smanie della villeggiatura”.

Ai tempi della Serenissima “le smanie” riguardavano però solamente la nobiltà e la ricca borghesia, da un paio di decenni il fenomeno ha interessato il ceto impiegatizio, gli operai specializzati, le famiglie con doppio stipendio. Ora il fenomeno è generalizzato e solamente i poveri diavoli pare siano immuni da questa frenesia collettiva che si accoda sempre più numerosa al “flauto magico” che costringe le masse a debiti, a condizioni di vita scomode, a code autostradali interminabili, per subirsi “i paradisi artificiali” di folle accaldate, ammassate nelle spiagge, nelle città d’arte incapaci e non attrezzate tecnicamente ad accogliere una popolazione che spesso decuplica quella normale.

Pazienza, così va la vita!

Quello che però mi stupisce, mi interpella e mi mette in crisi è che il fenomeno ferie ha investito anche la chiesa e il clero.

Con fine giugno la pastorale chiude i battenti, le messe sono dimezzate, le canoniche si chiudono lasciando aperte solo le segreterie telefoniche che con voci di rito ripetono le solite bugie di comodo.

I preti debbono andare comunque in ferie e ci vanno anche se sono soli, se hanno parrocchie numerose e problemi pastorali drammatici ed infiniti.

Di tutto questo nessuno si meraviglia, nessuno ne parla. Se prendo la parola per stupirmi, sono certo che mi dicono “è vecchio e fuori tempo!”