Preoccupazioni

Ho cominciato dalle medie a sentirmi ripetere che la storia è maestra della vita”, ma essendo la storia figlia della cronaca, pure la cronaca dovrebbe insegnare qualcosa a noi, gente del nostro tempo, così dovremmo imparare anche da questa una lezione di vita.

Mi rifaccio alle notizie che due o tre volte la settimana appaiono sul Gazzettino circa le manovre che si sono cominciate a fare per individuare quelli che dovranno governare il nostro Comune. Fin subito, dopo il fallimento dell’amministrazione Orsoni, che non è caduta solamente per l’incidente di percorso del sindaco, ma soprattutto per l’incapacità di chiudere il bilancio, ho pensato che per Venezia sarebbe una vera fortuna avere il commissario ancora almeno per due tre anni, per risistemare alla meno peggio questo carrozzone che fa acqua da tutte le parti, operando di bisturi per i tagli necessari perché il Comune possa sopravvivere per rendere più efficace la burocrazia elefantiaca che è diventata ormai un peso insopportabile per la città.

Qualche tempo fa, in occasione di uno dei tanti convegni perditempo per individuare le caratteristiche del nuovo sindaco, avevo auspicato che si puntasse su un imprenditore di successo il quale fosse il più lontano possibile dai partiti politici e che amministrasse con oculatezza, saggezza e decisione la grande azienda del Comune, che come tutte le aziende ha le sue entrate, ma anche le sue uscite, ma che come tutte le aziende serie deve far quadrare il bilancio, non deve avere esuberi di personale, deve eliminare gli sprechi, le spese inutili, deve poter licenziare i fannulloni, eliminare passaggi burocratici inutili, ma soprattutto non deve essere in balia dei sindacati e dei dipendenti.

Il sindacato non può continuare ad essere pagato dall’amministrazione, ma fatto da volontari oppure stipendiato dai suoi aderenti e deve agire collaborando, non ridursi ad un organismo pagato dai cittadini perché viva per piantar grane solamente.

I primi approcci dei quali ci ha informato la stampa, vanno esattamente nel senso opposto. Sono apparsi i nomi dei vecchi personaggi che non si sono mai misurati con la vita reale, ma sono cresciuti non dico all’interno dei singoli partiti, ma al seguito di certi capetti che per ottenere il potere sono disposti a tutto, perché non sono per nulla preoccupati del bene della comunità, ma soltanto dell’affermarsi della propria fazione.

Una volta ancora non mi resta che far mia la preghiera di don Zeno Saltini il quale si rivolse al Cielo con queste parole: “Angeli dalle trombe d’argento, suonate l’accolta di tutti gli uomini di buona volontà, voi che conoscete i nomi e gli indirizzi, perché si mettano assieme per servire il Paese e per non lasciarlo ancora una volta in mano ai parolai, ai ciarlatani e ai vendivento!”.

Scoperta tardiva

Penso che la gente non si renda conto delle grandi difficoltà che un prete incontra dovendo ogni settimana “predicare” alla comunità. Se uno si accontenta di fare un fervorino in cui ripete con parole proprie il racconto della pagina del Vangelo della domenica, magari facendo qualche considerazione d’ordine morale, la cosa non è impossibile, ma se un prete sente la responsabilità di passare una verità che morda, che dia dei dubbi ad un certo perbenismo imperante nella comunità dei fedeli, se sente il dovere di far crescere il cristiano, di impregnarlo di mentalità evangelica, allora le difficoltà crescono alquanto e diventa una vera impresa offrire ogni domenica qualcosa che desti l’interesse e metta in crisi la coscienza, passando qualcosa di già saputo e di scontato.

Scendo ad un esempio: questa mattina la pagina del Vangelo da trattare era quella che, nel gergo del mondo ecclesiale, è definita comunemente “la correzione fraterna”. Gesù insegna alla comunità che non si può rimanere indifferenti agli errori dei singoli, ma si deve invece aiutare il singolo a crescere e maturare in spirito evangelico e perciò offre un metodo che presuppone che l’intervento per correggere un errore – cosa molto facile che avvenga – sia sempre animato dall’amore e l’intervento per la correzione degli sbagli altrui sia graduale e progressivo, fino a coinvolgere direttamente l’intera comunità cristiana.

Ho cominciato quindi il sermone con due premesse assai convinte. Se Cristo fa giungere questo intervento, significa che la comunità a cui esso arrivava – e nel mio caso quella che stamattina gremiva la mia chiesa prefabbricata tra i cipressi del nostro cimitero – ne ha bisogno. Cristo non parla mai a vanvera e per niente, quindi tutti, o perlomeno molti, ne hanno bisogno e quindi devono sentirsi interpellati personalmente.

Secondo: ogni cristiano, vivendo in comunità, ha delle precise responsabilità verso i membri che la compongono, quindi non può rimanere indifferente agli errori suoi, ma neppure a quelli degli altri. Egli non può e non deve disinteressarsi degli altri.

Dopo queste due premesse ho tentato di proporre la verità che m’è è parsa più importante: il Padre ha mandato suo figlio non solamente perché ci aiuti a scoprire e a percorrere il sentiero che porta in Paradiso, ma per insegnarci a vivere, a cogliere la vita appieno come una cosa bella e preziosa, come un dono straordinario.

Ho quindi speso tutte “le mie cartucce” per affermare che diventa vero discepolo di Gesù chi vive una vita positiva e felice, chi è libero, giusto, pacifico, solidale e ricco d’amore.

Se il prete non riesce a passare in maniera pregnante questo messaggio, credo che sia un fallito perché Gesù ha affermato: «Sono venuto perché abbiate la gioia e la vostra gioia sia grande!».

Preti in pensione

Questa mattina sono stato a San Girolamo a celebrare le nozze d’oro di uno dei collaboratori più vicini e più determinanti nella bella avventura dei Centri don Vecchi: Rolando Candiani, il figlio del famoso pittore mestrino.

La chiesa di San Girolamo una volta ancora mi ha offerto quella atmosfera sacra e serena propria di un tempio che per molti anni fu ufficiato da un vecchio prete, antico stampo, don Artemio Zordan.

Questa celebrazione voleva essere una testimonianza di riconoscenza e di affetto verso Graziella e Rolando Candiani la cui vita e storia di questi ultimi vent’anni s’è mescolata ai miei sogni e pure alle mie preoccupazioni. La vicenda dei Centri don Vecchi è stata di certo una bella vicenda, positiva e riuscita, però in realtà non è stata una passeggiata su un sentiero coperto da petali di rose, ma carico di difficoltà senza fine.

Durante la celebrazione m’hanno sempre accompagnato la testimonianza di due sacerdoti: quella di don Artemio, cappellano storico di San Girolamo, prete all’antica, però capace di educare la gioventù del suo tempo, e quella di don Fausto, prete all’avanguardia che ha condotto fino ad oggi in maniera intelligente ed innovativa la bella parrocchia del duomo di San Lorenzo.

Un tempo si faceva il prete a vita. Oggi non più: è di certo una conseguenza della mentalità, a mio giudizio non sempre positiva, del sindacato che ha indotto pure la Chiesa ad allinearsi con la società, stabilendo – per me innaturalmente – una data per uscire dal ministero pastorale attivo.

Don Artemio, il vecchio rettore di San Girolamo, che di certo non brillava come innovatore, ha cresciuto generazioni di bravi ragazzi che lo ricordano con affetto e riconoscenza, e tra questi c’era pure, stamattina, Rolando, lo sposo che rinnovava il suo patto d’amore con Graziella dopo cinquant’anni di vita in comune.

La presenza di don Fausto, che a giorni abbandona l’apostolato attivo nel duomo di San Lorenzo, mi ha riconfermato nella convinzione che l’ottemperanza pedissequa alla norma che fissa a settantacinque anni l’età della pensione dei preti, è una solenne castronata che impoverisce la Chiesa veneziana, anche perché ho l’impressione che non vi sia un progetto illuminato per recuperare queste belle potenzialità.

Io ho conosciuto don Fausto ragazzino ai Gesuati, il mio rapporto con lui è sempre stato corretto, però dialettico e sano, per cui non sono mancate pure le divergenze che per me sono un fatto non solo naturale, ma pure arricchente.

Più volte ho ribadito che don Fausto a Mestre rappresenta la punta di diamante per la pastorale. Non conosco parroco più lucido nell’impostazione della comunità cristiana, più aggiornato nel cavalcare la sensibilità dell’uomo d’oggi, più capace non solo di interpretare, ma di dar risposta ai problemi dell’uomo. Il suo “licenziamento” per limiti di età e la mancanza di un progetto lucido per utilizzare questa sua esperienza, mi pare una vera carenza della Chiesa veneziana.

Una creatura ormai matura

La vita è un’esperienza sempre nuova, anche quando si vivono gli ultimi albori della propria esistenza. Mentre per la giovinezza c’è una folla di educatori che tentano di aiutare il ragazzo e poi il giovane, a crescere, ho invece la sensazione che ci siano pochi o nessun educatore che aiuti il vecchio a vivere in maniera lucida e serena il tempo del suo vespero e del suo tramonto.

Ripeto ancora una volta che la mia cultura in ogni campo, compreso quello dell’età senile, è molto limitata. Onestamente ho letto delle bellissime preghiere, messe in bocca a preti anziani, per chiedere a Dio saggezza, serenità, coraggio, equilibrio e comprensione, alcune delle quali ho pubblicato nel mensile “Sole sul nuovo giorno” e me le rileggo con gaudio interiore e profitto. Ho pure letto qualche articolo, però ben poca cosa in rapporto alle problematiche che interessano la terza e la quarta età.

La tecnica ha inventato protesi di ogni genere per le carenze fisiche: occhiali per la vista, protesi per i denti, auricolari per l’udito, deambulatori per le gambe, pace makers per il cuore, stimolanti per altri organi, ma per quello che riguarda le patologie psicofisiche, o meglio esistenziali degli anziani, mi pare che la cultura… sia piuttosto carente e quanto mai indietro.

Io mi sto muovendo a tentoni, talvolta goffo e talvolta maldestro, in queste sabbie mobili degli ultimi tempi, delle quali non ho conoscenza. Penso sia opportuno offrire la mia testimonianza sperando di essere utile, o perlomeno donare qualche elemento di confronto per la gente della mia età, ma di certo non mi avventuro neppure di un millimetro nel campo della tecnica. Sono assolutamente rassegnato, ho abbandonato le mie armi di fronte al computer e a tutte le diavolerie connesse ad Internet. La conquista più avanzata è stata quella del telefonino, però l’unica operazione che conosco è quella di telefonare, meno però quella di ricevere tutte le telefonate.

Vorrei invece fare qualche confidenza ai miei coetanei per quanto riguarda l’impresa dei Centri don Vecchi. So bene che sono l’unico a Mestre ad averla fatta, ma sono certo che pure altre persone di altre città ne hanno fatto di simili. Ho avuto un’intuizione circa la domiciliarietà dell’anziano, ho sviluppato l’idea con l’aiuto di tanti altri concittadini e ne è venuta fuori una bella cosa (almeno io ne sono convinto, ma ne ho avuto il conforto di molti altri).

I primi quattro Centri sono nati “a mia immagine e somiglianza”; mi sono arrabattato, ho spinto, sono sceso a qualche compromesso, però sono quelli che ho sognato. Per quanto riguarda il quinto, quello degli Arzeroni, le cose sono andate un po’ diversamente; ho di certo tentato di dare il mio contributo, ma la forma non è la mia, ma di altri.

Sto avvertendo quanto mi costa voler collaborare, pur cosciente di essere superato, di non dover premere più di tanto, di dovermi fidare dell’intelligenza e delle scelte altrui.

Passare da protagonisti a osservatori benevoli e positivi, m’è costata la fatica di Sisifo.

Il culto dei morti

Non ho la stoffa né la cultura per disquisire su come la civiltà di un popolo sia strettamente legata al culto dei morti. Però, da semplice “untorello” per merito di qualche nozione che ci viene dalle antiche necropoli, dalla storia greco-romana, da quella biblica o da quella cristiana, documentata dalle catacombe, posseggo una sufficiente documentazione per poter dire qualcosa su questo argomento. Per non parlare poi della seppur modesta frequentazione dei cimiteri monumentali delle nostre antiche città, o di quella ai più recenti cimiteri che la riforma Napoleonica ha voluto cinti di mura e collocati all’esterno dei centri abitati, ma più ancora sulla visita ai piccoli cimiteri del nostro Tirolo, tutti raccolti attorno alle chiese, così ricchi di poesia e di umanità.

Se poi mi rifaccio alle mie esperienze personali che mi vedono testimone dell’evoluzione degli ultimi sessant’anni di pratica sacerdotale a Mestre, mi posso permettere di affermare con sicurezza che c’è stato un affievolirsi costante del culto dei morti a Mestre.

Negli anni sessanta partivamo dal Duomo di San Lorenzo per accompagnare a piedi la salma in cimitero, con la croce che apriva il corteo funebre, seguito normalmente da dieci, quindici corone, con le botteghe che calavano le serrande al passar del corteo, la gente che si fermava, si toglieva il cappello e si faceva il segno della croce.

Per il giorno dei santi e dei morti già all’imboccatura di via Spalti, accanto alla chiesa del Ricovero, c’era una tal folla che si faceva tanta fatica a procedere.

In mezzo secolo quasi tutto è cambiato: trasporti rapidi con due tre automobili al seguito, chiese semideserte, pochi fiori, assenza assoluta di abiti da lutto e di lacrime. Tutto è assolutamente veloce, quasi il funerale sia una scomoda incombenza da risolvere comunque e al più presto.

Pure la visita alle tombe dei propri cari è diventata piuttosto rara ed imperano i fiori di plastica che si e no sono cambiati una volta all’anno in occasione dei “morti”.

Eppure sono convinto che il culto dei morti aiuti ad aver una visione più realistica della vita, le dia più giusto valore, soprattutto aiuti l’uomo a recuperare i messaggi di coloro che ci hanno preceduto e faccia sentire l’uomo meno solo, sentendo che può rifarsi sull’aiuto di chi è scomparso solo fisicamente, ma su cui può ancora contare. Il pensiero cristiano aiuta ad inquadrare il mistero della vita e della morte.

Ogni volta che, rifacendomi alla fede, affermo con convinzione che in fondo alla strada “c’è qualcuno che ti aspetta” o, meglio ancora “lassù c’è qualcuno che ti ama”, ho la sensazione che i fedeli, che in questo modo cerco di far riflettere sul grande dono della fede, tirino un sospiro di sollievo.

L’apostolato

Mi pare che nella Chiesa il primo punto del fronte che ha ceduto sia quello delle missioni. Il motivo che aggrava questo cedimento è che quel settore del fronte era tenuto dai corpi più forti, generosi e motivati, ossia dai missionari.

Ho sempre pensato ai missionari come ai volontari più generosi ed ardimentosi, quelli che hanno preso seriamente il monito di Gesù: “Andate, predicate l’Evangelo di Dio e battezzate nel nome del Signore!”. Ho sempre pensato ai missionari come a un corpo di élite, come all’avanguardia cristiana, gli arditi della Chiesa che sono capaci di passare la frontiera e portare il messaggio di Gesù in terre lontane. I missionari che ho incontrato nella mia lunga vita mi sono sempre sembrati i cristiani più belli, per la loro generosità, il loro coraggio e la loro capacità di lasciare la propria terra per portare il messaggio di Gesù a creature che vivevano “nelle tenebre”.

Ricordo che quando ero ragazzino si stampava una collana di brevi volumi di color giallo nei quali si raccontavano le stupende avventure dei missionari che vivevano nei paesi più abbandonati del mondo. Quanto mi hanno entusiasmato e fatto sognare quei racconti! Quando poi veniva in seminario qualche missionario a parlarci della loro vita, l’entusiasmo andava alle stelle.

Poi pian piano tutto si rabbuiò, si cominciò a discutere sull’opportunità del proselitismo, si cominciò a preoccuparsi, anche giustamente, di dover rispettare le tradizioni, la cultura di quei popoli, ci si preoccupò di non imporre, sotto il pretesto missionario, il tipo di civiltà occidentale, e cose del genere.

Non è che gli ordini religiosi abbiano chiuso con l’esperienza missionaria, però mi pare che non ci sia più quel fermento, quell’entusiasmo verso le missioni e i missionari che un tempo erano presenti nelle parrocchie.

Ricordo che una quarantina di anni fa in parrocchia aiutavamo un’anziana missionaria più che ottantenne che avevamo denominato “la vecchierella di Dio”, che ci parlava con tale entusiasmo della sua gente di terra d’Africa, dei battezzandi, dei suoi poveri, che veramente destava un interesse quanto mai vivo tra i miei parrocchiani. Oggi questo non capita di certo.

Un altro settore della frontiera cristiana che mi pare sia in grave sofferenza, è quello dell'”apostolato”. Quando ero ragazzino e facevo parte degli aspiranti dell’Azione Cattolica, i miei sacerdoti ed educatori non facevano che parlare del dovere di “conquistare” i compagni sbandati e lontani dalla Chiesa. Crescendo poi, leggendo l'”Adesso” di don Mazzolari, mi nacque nel cuore l’assillo di preoccuparmi e farmi carico degli “ultimi”, e tra questi non c’erano solo i poveri e gli infelici, ma anche coloro che s’erano allontanati da Dio. Mi è sempre rimasto nell’animo il dovere e pure il bisogno di far giungere la proposta cristiana anche ai “lontani”.

Ora la Chiesa parla, sì, della nuova evangelizzazione, ma mi sembra un discorso accademico e fuori dalla vita reale.

Il testamento

La Chiesa prescrive ai parroci di far testamento. Nel 1971, quando sono diventato parroco di Carpenedo, il vicario generale della diocesi me l’ha ricordato ed io, da parroco neofita, l’ho fatto, anche se non avevo assolutamente nulla di cui disporre e da lasciare.

Più volte ho scritto delle condizioni di assoluta indigenza in cui mi trovai quando mi chiesero, nei tempi turbolenti della contestazione, di prendere in mano il timone di una comunità che nel settantuno si trovava nell’occhio del ciclone. Ho pure scritto che il giorno dopo l’ingresso in parrocchia una commissione di giovani mi venne a chiedere di sospendere la messa festiva delle dieci per fare un’assemblea pubblica per dibattere i problemi della chiesa.

Il mio trasloco fu quanto mai spartano, caricai le poche e povere masserizie dell’appartamentino della “signorina” Rita, che accettò di diventare la mia governante, sul vecchio furgoncino della San Vincenzo ed arredammo alla meglio un paio di stanze della canonica.

Comunque la curia è più furba di quanto non sembri: mi fece sottoscrivere una polizza con “La Cattolica” per assicurarsi di venire al coperto di eventuali danni al patrimonio che avessi provocato.

Uscito dalla parrocchia una decina di anni fa, dopo 35 anni da parroco, sentii di dover rivedere il mio testamento perché avevo delle responsabilità verso chi mi aveva aiutato e s’era fidato di me. La vita però corre veloce e le situazioni cambiano più velocemente ancora, quindi un paio di giorni fa, pur con qualche disagio, ho tirato fuori la cartellina blu su cui c’è scritto “Testamento”.

Ho riletto il testo, che dieci anni fa ho vergato, con un certo disagio ed una certa trepidazione e ho compreso che, a parte l’introduzione – allora c’era un po’ l’abitudine di fare “un testamento spirituale” – i contenuti erano davvero superati. A quel tempo avevo il progetto del “Samaritano”, la casa per ospitare i famigliari dei degenti dei pazienti dei nostri ospedali, progetto che era soprattutto legato a quello del direttore della ULSS, dottor Padovan, che sognava il Centro Protonico per curare i tumori, ma sopra al quale Zaja aveva messo una pietra tombale (mentre proprio stamattina ho letto che nella regione a statuto speciale di Trento ne è stato inaugurato uno che servirà solamente ai trentini).

Mi avvio verso gli ottantasei anni, di acciacchi ne ho avuto più di uno ed avverto quindi lucidamente che è giunto il tempo di prepararsi per partire. Con questo non è che io voglia mettermi in poltrona, ma desidero lasciare le cose in ordine. Ho quindi riletto il testamento, l’ho adeguato alla nuova situazione e, una volta ancora, ho pensato di aiutare gli anziani in difficoltà. Il nuovo clima della Chiesa, la nuova sensibilità entrata nella coscienza dei cristiani circa il bene e il male, circa quello che ci aspetta, mi hanno rasserenato alquanto per cui ho pensato alle ultime cose con molta serenità.

Scrivo tutto questo perché spero che questa testimonianza di fiducia nel buon Dio possa aiutare anche il mio prossimo.

Il medico e il prete

Ho già ripetuto più volte che almeno i tre quarti della mia attività di prete sono costituiti attualmente dal suffragio cristiano: anniversari, commemorazioni, funerali. Anche quando commento il Vangelo nei giorni feriali e in quelli festivi, celebrando in una chiesa le cui pareti confinano col campo ove attualmente si seppelliscono i morti e dalle cui finestre si vedono campi di croci, qualsiasi argomento io debba trattare, rimango sempre condizionato dall’ubicazione della mia “cattedrale tra i cipressi”.

Qualche giorno fa ho celebrato il commiato cristiano di un vecchio medico di Mestre del quale era abbastanza noto, se non l’ateismo, almeno un notevole scetticismo riguardo la Chiesa e la fede. Questo fatto mi ha condizionato abbastanza, tanto che mi sembravano poco adatti gli schemi a cui spesso sono costretto a rifarmi. La morte e l’aldilà presentano purtroppo fatalmente le stesso problematiche, motivo per cui non c’è molto spazio ideale sul quale impostare il discorso.

Mentre mi arrovellavo, non tanto per trovare immagini ed argomenti con i quali far bella figura, ma per approfittare dell’occasione per fare una catechesi efficace ai molti presenti che appartenevano al mondo della sanità, emerse dalla mia memoria un vecchio ricordo di molti anni fa che quasi mi si impose e mi costrinse a riflettere su quello che un medico ed un prete rappresentano nella vita e nella società.

Un giorno molto lontano stavo uscendo dalla cappellina ottocentesca su cui sbocca la vecchia entrata del camposanto, quando incontrai il dottor Caprioglio, il padre del famoso architetto di Mestre, Gianni, e del medico di oculistica, Giancarlo. Probabilmente aveva fatto una visita alla tomba di sua moglie. Conoscevo bene questo pediatra appunto perché padre dei due ragazzini che avevo incontrato a San Lorenzo più di mezzo secolo fa e che sono diventati, col passare degli anni, due ottimi professionisti. Credo che questo dottore abbia curato, assieme al dottor Montesanto, i bambini di tutta Mestre. Era una persona semplice, buona e veramente credente.

Incontrandomi appunto sul vialetto, scambiammo qualche parola di circostanza, quando lui mi disse: «Fortunato lei, don Armando! Vede, nonostante tutti i miei sforzi, i miei pazienti finiscono prima o poi per morire, ed io finisco per essere sconfitto, mentre lei risulta sempre vincitore perché i suoi pazienti prima o poi ottengono la vita nuova e migliore che lei va insegnando.»

Anche il famoso Camus, nel suo splendido romanzo “La peste”, tratta lo stesso argomento; infatti nel racconto sono coprotagonisti il prete e il medico nella città assediata dal morbo letale. In realtà Camus, tutto sommato, da non credente ha uno sguardo di simpatia per il laico, pur lasciando intravedere che l’alternativa all’opera e al messaggio del medico, rimane il sacerdote.

Questo ricordo m’ha fatto bene perché senza boria e, meno ancora, euforia, ho pensato che il buon Dio mi ha assegnato la parte del vincente.

Il “portafoglio clienti”

In passato ho sempre inviato al mio vescovo i periodici della parrocchia, non certo per farmi bello della sua vitalità, che mi costava alquanto, ma perché mi sembrava giusto che il superiore venisse a conoscenza di quello che pensava uno dei suoi sacerdoti e di quello che avveniva in una delle tante comunità della Chiesa di San Marco della quale egli era primo responsabile.

Il cardinale Angelo Scola, appena entrato a Venezia, leggendo l’organigramma della parrocchia che ogni anno viene pubblicato nella rivista mensile Carpinetum, rimase incuriosito e dopo pochi mesi dalla sua presenza in diocesi, mi chiese di fare una “visita privata” alla parrocchia. Venne, vide e si rallegrò alquanto della complessità e dell’articolazione della vita parrocchiale.

Non molti mesi dopo fece anche una visita pastorale, in maniera ufficiale, alla nostra comunità. Celebrò nella chiesa, naturalmente assai gremita, e dopo la celebrazione lo invitammo nella Sala dei 300, presso il Centro don Vecchi, ove il gruppo “Insieme” preparò un rinfresco coi fiocchi.

In quell’occasione il Patriarca superò se stesso, si offrì a tutti, colloquiò con i responsabili di tutti i gruppi facendosi fotografare assieme ai componenti di ognuno di essi.

Ora sento il dovere di giustificare questo discorso. Al Centro ho riempito un armadio di tutte le pubblicazioni che ho fatto durante i trentacinque anni in cui sono stato parroco a Carpenedo e ogni tanto, specie quando sono più stanco o quando avverto più nostalgia per la vita in parrocchia, tanto più variegata e vivace di quella che conduco ora al “don Vecchi”, mi capita di estrarre qualche volume a caso in cui sono state raccolte queste pubblicazioni e mi lascio andare ai ricordi del passato, ricordi di realtà che mi sono quanto mai costate, ma che ora mi ritornano alla memoria avvolte in una cornice di nostalgia e di dolcezza.

Qualche giorno fa ho estratto un volume nel quale sono raccolti i numeri di un paio di anni della rivista ufficiale della parrocchia, il mensile Carpinetum, in cui è documentato fotograficamente questo incontro col Patriarca nella Sala dei Trecento. Da un lato mi ha destato commozione e nostalgia il volto di tanti collaboratori cari e generosi – quella sera col Patriarca ce n’erano quasi quattrocento – e dall’altro lato mi è stato di molto conforto l’aver lasciato al mio successore un “portafoglio clienti” assai consistente. Non so se chi è venuto dopo di me sia riuscito a farne di nuovi, so purtroppo che più di qualcuno dei vecchi si è perduto.

Nozze in villa

Nota: come le altre, questa riflessione risale a svariate settimane fa.

Essendo titolare della chiesa del cimitero di Mestre, mi capita piuttosto raramente di “celebrare delle nozze”. In verità in questi ultimi dieci anni, da quando faccio il prete da pensionato, mi è capitato perfino due volte di celebrare, una volta le nozze d’argento ed un’altra i trent’anni di matrimonio, di una coppia di sposi. In tutti e due i casi si è trattato di fedeli abbastanza originali, piuttosto anticonformisti e non timorosi della jella. Ben s’intende l’ho fatto durante due messe normali, senza banchetti rossi e senza la marcia nuziale di Mendelssohn.

Di matrimoni normali ne celebro ormai due, tre all’anno, e sempre si tratta di qualcuno dei miei ragazzi o figli di giovani che ho sposato quaranta, cinquant’anni fa.

Quindi per me ora celebrare un matrimonio è un avvenimento molto raro, tanto che mi emoziona alquanto.

Un tempo, specie una ventina di anni fa, ne celebravo perfino una novantina all’anno, ma ora forse si raggiunge questo numero soltanto sommando quelli di tutte le parrocchie di Mestre.

Essendo di natura un po’ romantica, m’ero fatto una certa fama, per cui la richiesta mi veniva anche da giovani fuori parrocchia, con grande stizza dei relativi parroci che non solo per i matrimoni, ma pure per il catechismo, i battesimi, le messe ed altro, mi consideravano poco rispettoso dei confini e dei loro “diritti”.

Ora per me celebrare le nozze è un avvenimento particolare. Questo pomeriggio ho sposato due ragazzi in una cornice da favola. Lo sposo, avvocato di grido, non solamente è cresciuto nella mia comunità, ma avevo pure celebrato le nozze dei suoi genitori, mentre la sposa, pure lei avocato affermata, appartiene anche lei ad una famiglia cui sono legato da molti anni da rapporti di amicizia e d’affetto.

Questi ragazzi, nonostante abbiano superato i trent’anni, sono rimasti legati alla tradizione e quindi non han voluto solamente le nozze all’altare, preparandosi seriamente alla celebrazione di questo sacramento, ma han pure desiderato una cornice romantica scegliendo per il sacro rito la bella villa dei conti Marcello-Franchin sul Terraglio. La chiesetta, restaurata di recente e veramente deliziosa, posta accanto alla villa padronale, è immersa in un enorme parco di prato verde e di alberi secolari. La cornice era un po’ mondana perché il centinaio di invitati apparteneva alla medio borghesia, comunque non ha per nulla sommerso il clima spirituale della celebrazione.

Io sono per natura per le cose sobrie, però confesso che m’ha fatto piacere e m’ha commosso questo rito sentito e vissuto con estrema serietà, nonostante la cornice romantica. Non capita spesso di ritrovare atmosfere così care e cariche di sentimento e di tradizione.

Le sorprese di Dio

Non so se sia un fenomeno tipico della vecchiaia, oppure sia un qualcosa che fa parte della nostra natura e della nostra vita, il fatto che un discorso, un evento che hai vissuto e sperimentato tante volte, ti appaia sotto una luce diversa e ti offra un bellissimo frutto che non hai mai colto fino a quel momento.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere durante la santa messa, un episodio arcinoto dell’Antico Testamento. Narra infatti la Bibbia che un certo Naam, abitante della Siria e funzionario di alto livello, fu colpito dalla lebbra. Un ebreo suggerì allora al suo re di mandarlo in Israele ove c’era un profeta che lo poteva guarire. Ci andò, accompagnato da grossi doni da fare al profeta. Questi, dopo qualche precisazione, gli disse che Dio lo poteva guarire, ma che comunque lui ne era solamente un suo strumento. Infine però gli prescrisse di bagnarsi per sette volte nelle acque del fiume Giordano.

A me sono sempre sembrati strani questi tipi particolari di ritualità, comunque a Naam parve che la prescrizione di Eliseo fosse fin troppo semplice, scontata e perfino banale perché si era immaginato che l’intervento del profeta dovesse essere più complesso. Stava quindi per andarsene senza essere guarito. Fortunatamente per Naam un servo “gli apre gli occhi” e lo incoraggia a provare questa soluzione e la guarigione arriva.

Tantissime volte in passato avevo letto questa storia un po’ strana, come una dei tanti strani eventi e comportamenti dell’Antico Testamento. Ma questa volta “si sono aperti anche a me gli occhi” e m’è parso di scoprire in questo evento una grande verità di cui devo sempre tener conto. Quante volte crediamo di non ricevere il bene da Dio solamente perché Egli non arriva sotto la forma che noi ci aspettavamo. Da sempre mi è stato insegnato che il cuore della fede è fidarsi sempre e comunque di Dio, qualsiasi sia il modo col quale Egli voglia aiutarmi. Mentre sarei anch’io portato a vedere e ringraziare il Signore solamente quando mi si presenta secondo i miei schemi mentali e secondo le mie convinzioni.

Il popolo ebraico aveva come forte e unica speranza l’avvento del Messia e quando il Messia finalmente arrivò, non lo riconobbe e non lo accolse perché non si era presentato secondo le sue logiche e il suo modo di attendere.

Gli interventi di Dio, sia che Egli li presenti con benevolenza, o viceversa, sono sempre a mio favore perché Dio rimane sempre fedele alla sua promessa. E’ intelligente e saggio chi è sempre pronto ad aprire la mente e il cuore al bene, qualsiasi sia la forma con la quale Egli li offra, fosse perfino la malattia e la morte.

Il gap pastorale

Che il mondo giri più rapidamente che in passato è certamente un dato incontrovertibile. Io sono ancora sufficientemente lucido da capire che sono fuori corso ormai da molti anni.

Un paio di anni fa è venuta da me una nipote intelligente e preparata che lavora in un’azienda importante, mentre io stavo impaginando “L’Incontro”.

Ho detto certamente ai lettori che la catena di montaggio del nostro periodico è assai complessa, lenta e laboriosa. Ma che molto dipenda da me forse non l’ho fatto per la vergogna di mostrare quanto io sia “arretrato”.

Le cose vanno così: io scrivo i testi a mano con la biro, la signora Laura li corregge ed inserisce in computer, suor Teresa li traduce in striscioline pari ad una colonna ed io ancora ritaglio le striscioline, le incollo su fogli già predisposti, uguali alle pagine del giornale. Quindi i tecnici esperti riportano il tutto nel computer e preparano le pagine perché possano esser stampate.

Torno alla nipote che, vedendomi fare questa operazione, mi disse sorpresa: «Ma zio, perché non fai tutto questo direttamente col computer? Risparmieresti tanto tempo!» Ho capito che aveva perfettamente ragione, ma soprattutto ho capito che sono assolutamente superato e soprattutto in arretrato perché non so usare il computer, cosa che oggi è assolutamente imperdonabile.

La tecnica, la scienza e pure il pensiero e la cultura oggi procedono velocissime. Tutti criticano l’Italia perché non investe di più sulla ricerca, sull’aggiornamento e perciò si trova in arretrato, non regge al mercato e risulta terribilmente superata.

Se questo discorso è purtroppo vero per me, lo è ancor di più per quanto riguarda l’aggiornamento e lo sviluppo della pastorale per le parrocchie. In questo settore siamo ancora all’età della pietra. Sono poche le persone intelligenti che hanno colto che questo gap ci danneggia in maniera irrimediabile col passare del tempo.

Ritorno alla lettura del volume sulla vita di monsignor Valentino Vecchi di cui ho parlato nel diario dei giorni scorsi. Ho letto questa mattina che nel progetto che monsignore venticinque anni fa ha presentato al patriarca Urbani, lui prevedeva fra l’altro l’apertura di una piccola tipografia per la stampa dei cosiddetti “bollettini parrocchiali”, ove ogni parroco poteva disporre di uno spazio specifico per le attività della sua parrocchia, mentre altri sacerdoti e laici qualificati avrebbero, in maniera competente, fatto un discorso di formazione e di nuova evangelizzazione.

Questa operazione avrebbe offerto periodici personalizzati alla propria comunità specifica e, oltretutto, con discorsi seri e ben fatti. Se poi ogni parrocchia avesse mandato ogni settimana il periodico ad ogni famiglia, il discorso sulla nuova evangelizzazione avrebbe cominciato ad essere un discorso serio. Il progetto non è andato in porto. Ora, se ogni parrocchia continuerà a produrre bollettini parrocchiali vuoti e deludenti, i discorsi sulla nuova proposta del messaggio di Gesù rimarranno una assoluta chimera.

“Fa’ ch’io veda!”

Già ormai da un paio d’anni mi sembrava che l’impianto di amplificazione sonora della mia chiesa del cimitero non funzionasse a dovere. Chiamai una ditta specializzata nel settore il cui esperto mi disse che si dovevano aggiungere altri due altoparlanti a metà chiesa. Lo feci. Furono aggiunti gli altoparlanti, ma la cosa non cambiò affatto. Chiamai un’altra ditta: mi dissero che doveva essere rifatto l’intero impianto perché per loro certe soluzioni moderne peggiorano piuttosto che migliorare l’ascolto. Non adottai questo suggerimento semplicemente perché era molto costoso. Infine chiamai un tecnico che conoscevo e stimavo molto perché, ai tempi di Radiocarpini, mi offrì delle soluzioni ottimali.

Si impegnò a fondo e riuscì a migliorare l’ascolto, ma a me pareva sempre che la mia voce, pur amplificata, risultasse cupa, incolore e sorda. Il guaio poi non era solamente quello di aver la sensazione che quell’impianto storpiasse la mia voce, ma mi rendeva anche più difficile e faticoso il parlare.

Sennonché qualcuno a cui chiedevo spesso di ripetermi il discorso perché io, non riuscendo a capirlo, pensavo che parlasse troppo piano e male, mi suggerì di sottopormi ad un esame audiometrico. Venne la sorpresa: nell’orecchio destro avevo un deficit del 50% e in quello sinistro del 75%. Mi prescrissero gli auricolari. La soluzione mi risultò poco gradita, da un lato per il costo di quattromiladuecento euro, e dall’altro per la sensazione di avere un corpo estraneo e di esser sempre in procinto di perdere questi auricolari. Tornato però dal medico, m’è parso che, per uno strano portento, la mia voce ai microfoni risultasse nitida, calda, quasi che l’impianto fosse migliorato del mille per cento.

Allora capii che l’inghippo non veniva dall’impianto, ma dal fatto che sono diventato sordo!

Una decina di anni fa mi capitò la stessa cosa per gli occhi. Una volta messomi gli occhiali, finalmente mi parve cambiato il cielo, la natura e le persone: tutto più luminoso e smagliante nei contorni e nei colori.

Qualche mattina fa mi è capitato di meditare su questo brano che trascrivo, che mi pare mi suggerisca di farmi fare una visita da parte di un padre spirituale o, meglio ancora, da Gesù stesso, perché ho paura che non sia il mondo e la vita che sono diventati più brutti, ma sia io invece a non riuscire a percepirla nel modo giusto.

Se qualcuno si trovasse nella medesima situazione, gli suggerisco di leggere il pezzo che trascrivo; può darsi che io e lui riusciamo finalmente a guardare la vita nel modo giusto.

Era primavera e con mia sorella volevamo vedere lo sbocciare dei fiori selvatici, uno spettacolo speciale di quella zona. Era una mattina di sole, ma la campagna era di un monotono grigio-verde. Mia sorella disse scherzosa: “I fiori più belli sono laggiù”. Guardai avanti: ancora niente. Ad un tratto fermò l’auto e invertì la direzione di marcia. Rimasi senza fiato! Davanti a noi c’era una distesa a perdita d’occhio di margherite arancioni, bianche e gialle. “Ci sono sempre state!” spiegò lei “ma sono come i girasoli. Chiudono la corolla di notte o col brutto tempo e quando splende il sole si girano verso la sua luce. Guidando fin qui potevamo vedere solo la parte grigia dietro la corolla”. Prima ero come cieco, ora posso vedere! Ho paragonato quest’esperienza al miracolo di Gesù, quando ridava la vista ai ciechi. Spesso vediamo solo gli aspetti monotoni o negativi della vita, andiamo da Gesù! Lasciamo che sia Lui a guidare il nostro cambio di direzione!

Evoluzione o involuzione pastorale?

Quando è uscito il volume di Paolo Fusco sulla vita e le opere di monsignor Valentino Vecchi e qualcuno me ne ha regalato una copia, vi diedi un’occhiata assai sfuggevole pensando “con lui sono vissuto così tanti anni, prima da studente e poi da cappellano, che non dovrei avere proprio nulla da scoprire di nuovo”. Così misi da parte il volume riproponendomi di leggerlo quando fossi stato un po’ più libero.

Il volume è uscito nel 2001, era il tempo in cui avevo presentato le dimissioni da parroco come esige il codice di diritto canonico. Poi ci fu un tiramolla perché il Patriarca e il suo vicario insistevano perché rimanessi ancora qualche anno avendo difficoltà a sostituirmi. Io allora ero pressato da due pensieri altrettanto gravi e angosciosi. Da una parte temevo che una comunità così complessa ed articolata finisse per implodere ed io dover assistere allo sfascio di una realtà che avevo tanto amato e per la quale mi ero veramente spremuto tutto. Dall’altra parte, essendo sempre stato un prete estremamente attento all’evoluzione così rapida del nostro tempo, temevo pure di non aver più la lucidità per interpretare i tempi nuovi e quindi di darne una risposta adeguata.

Comunque, nel trasloco da una “villa veneta” di parecchie centinaia di metri quadri, ad un quartierino di appena 49 metri, dovetti liberarmi di tutto quello che non mi era essenziale. Per i libri non potevo disporre che di un modesto armadio e perciò dovetti liberarmi di una biblioteca raccolta in cinquant’anni di vita e tra i tanti volumi ci fu anche quello sul mio vecchio maestro.

Me ne dispiacque, ma fortunatamente, proprio in questo ultimo tempo, me n’è stata donata un’altra copia che sto leggendo avidamente e con estremo interesse. In questi giorni sto rivedendo e pure scoprendo una documentazione di cui non ero in possesso e di cui non ero a conoscenza, circa il progetto pastorale cittadino che monsignor Vecchi propose al patriarca Urbani. Allora non se ne fece nulla perché Venezia, in tutte le sue articolazioni, ha sempre considerato Mestre come “una città di campagna” – come dicono, con un certo sussiego e sicumera i veneziani – ma ora sto constatando che c’è una involuzione ed una regressione veramente da far spavento da un punto di vista pastorale.

Il progetto di monsignor Vecchi, a più di un quarto di secolo, appare semplicemente avveniristico, mentre ora non solo non c’è progetto, ma neppure gli elementi base per poterlo sognare in futuro. Sto dicendomi: “Dove sono andati a finire l’AIMC, i Maestri cattolici, la Fuci, i Cappellani del lavoro, il Centro sportivo italiano, l’Associazione imprenditori, l’Azione Cattolica e tante altre realtà? Mi pare di dover constatare, con tanta amarezza, una involuzione quanto mai preoccupante.

Carità e solidarietà

Nota: come le altre, questa riflessione risale a svariate settimane fa.

L’altro ieri mi ha telefonato una giornalista de “La Nuova” per avere un parere sull’intervento sui questuanti del giovane parroco di Carpenedo, don Gianni Antoniazzi. Quello dei poveri è sempre stato un problema, ma ora con l’invasione dei poveri della Romania, della Moldavia, dell’Albania e di qualche altra nazione che se la passa male, il problema è diventato ancora più grave.

Per primo ha dato fiato alle trombe per segnalare il disagio che “l’azienda dei poveri” sta creando in città, don Fausto Bonini, il parroco dimissionario del duomo di San Lorenzo, denunciando l’invadenza e la prepotenza di questi giovani mendicanti che di certo fanno parte di un’organizzazione che li sfrutta. Ora sono pressoché scomparsi i poveri di casa nostra, rappresentati da persone minorate o in grave disagio mentale che la nostra società disinvolta, efficiente e spietata ha abbandonato sulla strada come “rifiuti di uomo”. Mentre è subentrato il “sindacato” dei poveri, organizzato, espertissimo in tutte le forme di mendicità che dall’insistenza giunge al ricatto e ad una certa “violenza”.

La stampa ha raccolto la presa di posizione, abbastanza insolita per un prete, e ne ha fatto oggetto di interesse pubblico. L’amministrazione comunale ha fatto le solite dichiarazioni fasulle e per nulla efficaci, e tutto continua come prima.

Il Comune, come sempre, se ne frega, specie ora che non ha più un sindaco. I vigili (mi dicono che Venezia abbia un esercito di quattrocento agenti) sono “impegnati” nei loro uffici e non gradiscono questo compito fastidioso che li costringe a lasciare le loro scrivanie e a stare per strada.

Come dicevo, il parroco di Carpenedo è intervenuto sul Gazzettino; la presa di posizione è rimbalzata da una pagina all’altra, ma penso che questi “poveri” abbiano capito che questi interventi assomigliano alle “grida” di manzoniana memoria, anche se non sanno che cosa siano “le grida”.

Dunque i giornalisti della “Nuova”, in costante ricerca di notizie, mi hanno telefonato, sapendo che sono uno dei pochi preti che tenta di avere idee piuttosto chiare e poi ha il coraggio di dirle pubblicamente.

Per quanto mi riguarda, mi rifaccio ancora una volta al pensiero di don Vecchi, mio maestro, che mi diceva: «Armando, se fai la carità ad un povero fai bene, se però questi soldi li destini ad una struttura per i poveri, ne aiuti molti e per molti anni, ma soprattutto risolvi i loro problemi». Non dimentico però il parere di una “Piccola sorella di Gesù” che, con discrezione, mi ricordava che anche un piccolo gesto è sempre un gesto di cortesia e di fraternità e perciò qualche spicciolo lo do ancora. Questo però lo faccio avendo alle spalle quattro associazioni di volontariato che ogni giorno dispensano vestiti, mobili, generi alimentari, frutta e verdura e che in un anno compiono quasi quarantamila interventi.

Non so però se le parrocchie e il Comune hanno un retroterra così solidale che conforti le loro coscienze.