Il culto dei morti

Non ho la stoffa né la cultura per disquisire su come la civiltà di un popolo sia strettamente legata al culto dei morti. Però, da semplice “untorello” per merito di qualche nozione che ci viene dalle antiche necropoli, dalla storia greco-romana, da quella biblica o da quella cristiana, documentata dalle catacombe, posseggo una sufficiente documentazione per poter dire qualcosa su questo argomento. Per non parlare poi della seppur modesta frequentazione dei cimiteri monumentali delle nostre antiche città, o di quella ai più recenti cimiteri che la riforma Napoleonica ha voluto cinti di mura e collocati all’esterno dei centri abitati, ma più ancora sulla visita ai piccoli cimiteri del nostro Tirolo, tutti raccolti attorno alle chiese, così ricchi di poesia e di umanità.

Se poi mi rifaccio alle mie esperienze personali che mi vedono testimone dell’evoluzione degli ultimi sessant’anni di pratica sacerdotale a Mestre, mi posso permettere di affermare con sicurezza che c’è stato un affievolirsi costante del culto dei morti a Mestre.

Negli anni sessanta partivamo dal Duomo di San Lorenzo per accompagnare a piedi la salma in cimitero, con la croce che apriva il corteo funebre, seguito normalmente da dieci, quindici corone, con le botteghe che calavano le serrande al passar del corteo, la gente che si fermava, si toglieva il cappello e si faceva il segno della croce.

Per il giorno dei santi e dei morti già all’imboccatura di via Spalti, accanto alla chiesa del Ricovero, c’era una tal folla che si faceva tanta fatica a procedere.

In mezzo secolo quasi tutto è cambiato: trasporti rapidi con due tre automobili al seguito, chiese semideserte, pochi fiori, assenza assoluta di abiti da lutto e di lacrime. Tutto è assolutamente veloce, quasi il funerale sia una scomoda incombenza da risolvere comunque e al più presto.

Pure la visita alle tombe dei propri cari è diventata piuttosto rara ed imperano i fiori di plastica che si e no sono cambiati una volta all’anno in occasione dei “morti”.

Eppure sono convinto che il culto dei morti aiuti ad aver una visione più realistica della vita, le dia più giusto valore, soprattutto aiuti l’uomo a recuperare i messaggi di coloro che ci hanno preceduto e faccia sentire l’uomo meno solo, sentendo che può rifarsi sull’aiuto di chi è scomparso solo fisicamente, ma su cui può ancora contare. Il pensiero cristiano aiuta ad inquadrare il mistero della vita e della morte.

Ogni volta che, rifacendomi alla fede, affermo con convinzione che in fondo alla strada “c’è qualcuno che ti aspetta” o, meglio ancora “lassù c’è qualcuno che ti ama”, ho la sensazione che i fedeli, che in questo modo cerco di far riflettere sul grande dono della fede, tirino un sospiro di sollievo.

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