Avere le suore

Da “PROPOSTA” – 16 luglio 2017
periodico della parrocchia di San Giorgio di Chirignago

Seguo ogni settimana questo periodico, da un lato perché vi scrive don Roberto, mio fratello minore, che solitamente è brillante, arguto, onesto e talvolta perfino stuzzicante e divertente, e un po’ perché ritengo il periodico uno dei migliori tra quelli che si pubblicano a Mestre.

Nel numero che propongo don Roberto fa una riflessione sulle suore in parrocchia. Chirignago è una delle poche parrocchie che ha ancora le suore. Le religiose stanno scomparendo e ce lo meritiamo perché da almeno 200 anni le abbiamo confinate a svolgere in parrocchia compiti servili, insignificanti e marginali. Credo che sarà ben difficile recuperarle, però penso che è assolutamente importante, anzi necessario, rivalutare comunque la funzione della donna nella vita parrocchiale.

Una mia amica, che recentemente è stata negli Stati Uniti, mi ha riferito che le suore in parrocchia fanno quasi tutto loro. Sono convinto che con voto o senza voto, volontarie o stipendiate, sia assolutamente importante ed urgente che recuperiamo l’apporto femminile, e non solo come tappabuchi, ma pure con compiti di responsabilità.

AVERE LE SUORE

Pochi sanno o si rendono conto che la nostra parrocchia è una delle poche che hanno ancora la fortuna di avere al suo interno le Suore, e nello specifico due piccole comunità: quella della scuola materna e quella di Casa Nazaret.
La crisi delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa ha colpito come una vera e propria siccità tutta la Chiesa, ma in particolare il ramo delle religiose. Se un tempo ogni anno tante ragazze decidevano di consacrarsi a Dio per svolgere un servizio a tempo pieno per la Chiesa, oggi, in occidente, le vocazioni si misurano con il contagocce.
E come sta avvenendo per i preti, che (il caso di Don Andrea insegna) assumono la responsabilità di più parrocchie contemporaneamente, anche per le suore risulta necessario chiedere comunità e concentrarsi dove è possibile.
Ma si rende conto la comunità cristiana del dono di avere una comunità religiosa e di cosa significherebbe perderla?
Non si tratta solo di una presenza strategica che dà un valore aggiunto lì dove c’è: pensiamo a quante famiglie si sentono rassicurate dal fatto che nella scuola materna c’è, ci sono delle religiose a tempo pieno. Ma si tratta ancor di più di un segno: che cioè è possibile donarsi a Dio totalmente anche in un tempo così arido come il nostro.
Non riesco a pensare come sarebbe Casa Nazaret senza la presenza carismatica di Suor Licia; e spero che non venga mai il giorno in cui o per lettera o a voce la superiora generale delle Figlie di San Giuseppe dovesse comunicarci che non ce la fanno più a tenere aperta quella che è stata la prima casa in terraferma, dove le religiose sono arrivate più di cento anni fa. E allora che cosa si può fare? Pregare, pregare e pregare.

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La visita del Papa a due testimoni della Fede

Da “LA FESTA” – 25 giugno 2017
Settimanale delle parrocchie di San Cassiano e San Silvestro di Venezia

Per un paio di giorni la notizia della visita del Papa alle tombe di don Mazzolari e don Milani ha tenuto banco alla televisione e sulla stampa nazionale. I notiziari parrocchiali hanno bellamente ignorato questo evento che recupera la funzione del profetismo nella Chiesa e nella società.

Soltanto Papa Francesco poteva avere il coraggio di recuperare queste due splendide figure di prete che sono state letteralmente “massacrate” dall’opinione pubblica dominante nella Chiesa e nell’apparato burocratico del Vaticano. Sono convinto che si debba sviluppare una riflessione più approfondita pure nelle nostre parrocchie, per saper captare gli interventi attuali dello Spirito Santo.

Don Biancotto, prete di frontiera, ha fatto il suo piccolo tentativo. Ritengo che questo esempio vada seguito.

LA VISITA DEL PAPA A DUE TESTIMONI DELLA FEDE.

Martedì scorso, 20 giugno, Papa Francesco è andato a Bozzolo, paese in cui era parroco don Primo Mazzolari, pastore zelante del suo gregge e profeta libero, capace di opporsi ai prepotenti di turno con il linguaggio sferzante nutrito dalla Parola di Dio; poi il Papa si è recato a Barbiana, piccola pieve sui colli toscani, parrocchia di confino per un altro prete scomodo: don Lorenzo Milani. Ho letto alcuni scritti di questi due sacerdoti e devo riconoscere che sono attualissimi. Ma in questo momento mi preme dire che è facile schierarsi dalla loro parte ora che sono pienamente riabilitati, ma in quegli anni da che parte ci saremmo messi? Mi vengono in mente le parole schiette di Gesù contro i farisei: “Guai a voi che costruite i sepolcri dei profeti e i vostri padri li hanno uccisi.” (Lc 11,47). Quello di Gesù è un monito attualissimo per noi. È facile riempirsi la bocca ora, seduti comodamente, è più difficile essere attenti alla verità da qualunque parte essa venga, pagando di persona se occorre, andando contro corrente sia rispetto alla mentalità di questo tempo, sia rispetto alle correnti di pensiero all’interno della Chiesa. L’unica bussola che avevano questi due preti era la fedeltà alla Parola di Dio e al “senso” che il Popolo di Dio ha di questa Parola.
Il profeta infatti non è, secondo me, un bastian contrario o un “innovatore di mestiere”, ma un obbediente servo di Dio, della Sua Parola, della Comunità Cristiana, fino al punto da invitare quest’ultima alla conversione. Solo un attaccamento sincero e viscerale a Gesù può portare a una libertà interiore rispetto alla stima e l’incoraggiamento altrui, capace di andare anche da soli perché sorretti dalla forza di Dio. Ecco, mi affascina questa fedeltà interiore dei profeti, questa umile obbedienza a Dio, questa semplicità nel dire il Vangelo senza compromessi, questa testimonianza di vita che non ha niente a che fare con le mode e con le tendenze del tempo. Questa libertà la chiedo al Signore per me, ma anche per ciascuno di voi, perché tutti siamo consapevoli del momento attuale, con uno sguardo di Fede che ci permette di non chinare la testa di fronte a nessun potente di questo mondo, ma solo di inginocchiarci davanti a Gesù Eucaristia.

Don Antonio Biancotto

“Mestre ha la sua dignità”

da “L’INCONTRO” – 6 agosto 2017
settimanale della Fondazione Carpinetum

La redazione del settimanale mestrino più letto in città ha chiesto al prof. Roberto Stevanato, docente a Ca’Foscari e presidente del Centro di Studi Storici di Mestre, un parere sulla vessata questione della separazione di Mestre da Venezia. Il parere del professore è un po’ di parte perché da sempre egli auspica l’autonomia di Mestre, però credo che le sue argomentazioni ci possano essere utili per fare una scelta più responsabile al prossimo referendum.

“Mestre ha la sua dignità”
di Alvise Sperandio

Il presidente del Centro Studi storici Roberto Stevanato sottolinea come la terraferma abbia bisogno di riscoprire la sua storia e di costruire un futuro con le sue potenzialità

Presidente Stevanato: perché un Centro Studi storici di Mestre?
“Nell’immaginario collettivo Mestre è la città del Novecento. Chi scopre che invece ha una storia millenaria, ne resta meravigliato. Ci sono indizi su origini ancora più lontane dell’epoca romana. Adesso viviamo una città frutto degli stravolgimenti del secolo scorso, ma in realtà partiamo da molto più lontano per cui c’è tanto da studiare. Bastano poche, chiare indicazioni lavorando sulle scarse testimonianze del passato rimaste, per capire che la nostra è una comunità nata in tempi remotissimi che poi ha avuto il suo percorso di sviluppo e di crescita”.
A che punto è questo lavoro di riscoperta e consapevolezza?
“La gente sta capendo sempre di più che Mestre è città e non un’appendice di Venezia verso la quale, però, c’è ancora molto timore reverenziale. La terraferma riconosce l’eccellenza e l’unicità mondiale della città d’acqua, ma vive un po’ come il figlio che ha grandi capacità e voglia di mettersi in gioco e alla fine non riesce a crescere perché davanti a sé ha un padre di grandissima personalità e troppo autoritario”.
Perché è importante costruire un Museo della storia di Mestre?
“Perché sarebbe il punto di riferimento dove prendere atto delle proprie origini, del proprio sviluppo, delle proprie potenzialità e dei propri punti di forza che ancora non vengono valorizzati. Noi lo immaginiamo e lo proponiamo all’ex scuola De Amicis in via San Pio X che è abbandonata. Lì si potrebbero esporre tantissimi oggetti e materiali che sono custoditi a Venezia, Padova e Altino d’intesa con le Soprintendenze. Purtroppo ci viene sempre risposto che non ci sono fondi per realizzarlo: il fatto è che quando si deve mettere dei soldi a Venezia è un investimento, a Mestre sempre una spesa”.
Come sono i rapporti col Comune?
“Il Comune, oggi, è il sindaco che ha avocato a sé tutte le decisioni e tolto anche le deleghe alle Municipalità. Il modello dell’uomo solo al comando non funziona perché blocca la macchina amministrativa. Più volte ci siamo confrontati con gli assessori, ma poi i progetti si bloccano tutti finché il primo cittadino non li vaglia e mette la sua ultima parola. Anche lui, come i predecessori, non crede al Museo e per lui sostenere l’assenza di risorse è solo un pretesto”.
Cosa manca, oggi, a Mestre?
“Non c’è una cultura dell’identità cittadina. Sindaco, assessori e uffici devono rendersi conto che stanno amministrando due città diverse, Venezia e Mestre. Già trent’anni fa,assieme a Piero Bergamo, auspicavamo due progetti distinti per il centro storico e per la terraferma. Ora tutto il Comune paga le conseguenze della mancanza di un piano per l’area insulare. La prima cosa da fare sarebbe nominare due vicesindaci e dividere la competenza territoriale degli assessorati dopo aver accorpato materie simili tra loro. Così forse cadrebbero le motivazioni autonomiste che la stessa logica dell’uomo solo al comando sta alimentando”.
Cosa ne pensa del referendum separatista, se mai si dovesse votare?
“Mestre è ancora considerata periferia e questo è il motivo di fondo per cui la sua storia millenaria viene negata, come sottolineava Bergamo. La verità è che Mestre è nata come città, ma è stata ridotta a periferia. La separazione amministrativa le ridarebbe la dignità che le spetta. Il fatto che finora sia sempre stata bocciata è la ragione per cui i problemi di Mestre sono rimasti irrisolti e quelli di Venezia sono peggiorati”.

Seminare bellezza

La telefonata con cui Rita Bellini mi ha detto che desiderava donare tutte le sue opere di carattere sacro alla Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi è stata per me una sorpresa, una felice sorpresa!

Ho conosciuto questa pittrice veneziana molti anni fa, quando nella mia comunità parrocchiale organizzavo una “Biennale d’arte” sacra a tema. In una di queste, di circa una ventina di anni fa, il tema riguardava San Francesco. In quell’occasione Rita presentò un opera di grandi dimensioni sul “Cantico delle Creature”. Nella mia memoria di quell’opera è rimasto il ricordo di un canto di gioia ed ebbrezza espresso con tutti i colori forti della sua tavolozza. Più che al disegno, questa artista affidò al colore il compito di esprimere l’estasi interiore che nasceva dalle parole umili, pulite e piene di incanto del poverello di Assisi di fronte alla grande opera di Dio creatore, che ha voluto esprimere il suo amore, o meglio la sua tenerezza, nei riguardi dei Suoi figli mediante la bellezza della natura.

Questo ricordo, ormai lontano nel tempo, mi ha indotto ad accettare senza riserve il dono un po’ impegnativo perché si tratta di una cinquantina di opere di notevoli dimensioni.

Di primo acchito di fronte a questa rassegna di quadri di carattere religioso nella quale il figurativo rimane ancora quasi un pretesto, perché l’artista continua ad affidare alle tonalità il compito di cantare il mistero di Dio, m’è venuto da pensare che sarà piuttosto difficile ai miei anziani la “lettura” di questi quadri tanto lontani dalle loro esperienze artistiche, che si rifanno al manierismo abbastanza bigotto di fine Ottocento e della prima metà del Novecento, salvo poi pensare che pure loro devono imparare “la lingua” degli artisti del terzo millennio. Se non avranno la capacità di cogliere i particolari di tutte le “parole” del messaggio della pittura dei nostri giorni, sono convinto che pur nell’inconscio percepiranno il messaggio di questo Dio misterioso, però ineffabile ed ancora affettuoso con noi sue creature.

Sono sempre stato dell’idea che la bellezza è capace di salvare perché essa rimane e rimarrà sempre voce e messaggio del Signore. Ora abbiamo allestito una mostra presso la nostra galleria San Valentino di Marghera con le opere più significative, augurandomi poi di trovare la possibilità nel prossimo don Vecchi 7 di dedicare alle opere di Rita Bellini una mostra permanente, che si aggiungerà a quella di Vittorio Felisati, di Umberto Ilfiore e di Toni Rota.

Per ora non mi resta che ringraziare questa cara pittrice, che continua a seminare a larghe mani la bellezza nella nostra città ed ad additarla all’ammirazione e alla gratitudine dei nostri concittadini.

Uno sguardo sulla settimana

Da “COMUNITA’ E SERVIZIO” – 6 agosto 2017
settimanale della parrocchia di San Giuseppe di viale San Marco

Alessandro Seno, giornalista dalla penna facile, sul settimanale della sua comunità tiene una rubrica fissa che ha come titolo “Uno sguardo sulla settimana” e meriterebbe di essere sempre letta perché mette a fuoco argomenti di attualità letti da un’angolatura di buon senso e soprattutto in linea col pensiero che si rifà al sentire cristiano.

In questo intervento il Seno inquadra in maniera quanto mai saggia il problema della penuria d’acqua – problema che, a suo dire, potrebbe e dovrebbe essere affrontato con maggiore decisione – e quello del voltagabbana dei parlamentari, un altro dei bubboni del mondo della politica italiana. Credo che leggere l’articolo, scritto con senno e moderazione, sia quanto mai gradevole.

UNO SGUARDO SULLA SETTIMANA
a cura di Alessandro Seno

Vogliamo “immergerci ” nel problema siccità? Oppure scriviamo sul termine tutto italiano di “Trasformismo ” applicato però ai deputati italiani? Sono due argomenti che mi hanno colpito questa settimana, purtroppo in negativo.
Non si può non soffermarsi sul gravissimo problema di mancanza di piogge che sta colpendo la nostra penisola; è una situazione difficile ma non imprevista, del resto che il clima sia cambiato lo riscontriamo oramai da svariati anni e, come ampiamente predetto, muterà ancor di più nei prossimi decenni – alla faccia di chi si è “sfilato ” dagli accordi di Parigi..,- e sicuramente non in meglio!
Se a questo ci aggiungiamo il nostro folle consumo idrico, la media nazionale è di 245 litri al giorno A TESTA, capite bene che dobbiamo correre ai ripari al più presto. E il primo “guasto” che dobbiamo riparare è quello delle condutture che approvvigionano le città, basterebbe una manutenzione precisa e funzionale degli impianti idrici per garantire il 30% in più sui rubinetti della penisola e addirittura il 44% su quelli della capitale.
Mi chiedo come mai questi interventi si facciano sempre quando esplode il caso e non preventivamente ma se così fosse non ci sarebbe neanche l’emergenza e allora di cosa si parlerebbe sui giornali o al bar? Forse del malcostume tutto nazionale del cambio di casacca? E non mi riferisco al trasferimento di questo o quel calciatore, ma del voltabandiera che i politici eletti dal popolo a guida del paese in un determinato partito finiscano poi la legislatura in un altro che spesso, sta dalla parte opposta a quello di provenienza. Ma come? lo ho votato Mario Rossi per le sue idee di sinistra sulle pensioni e adesso me lo ritrovo a destra dove sullo stesso argomento la pensano esattamente all’opposto! Vi sembra normale?
Naturalmente questa malsana pratica coinvolge tutti i partiti e quello sopra esposto è solo un esempio; vi basti riflettere su questi nudi dati: dall’inizio della legislatura ad oggi hanno cambiato schieramento ben 501 parlamentari, un TERZO di quelli eletti! Un TERZO! Il 33%! Ognuno è libero di fare le proprie scelte e di sbagliare ma un detto popolare recita che “Chi sbaglia paga” mentre qui a pagare sono solo gli italiani, visto che questi personaggi stanno bellamente sulle loro nuove sedie e continuano regolarmente a percepire stipendi e quant’altro. Decidi di cambiare partito? Ti dimetti dalla carica di deputato e la prossima legislatura ti ricandidi con i nuovi colori! Purtroppo questo non si può fare poiché mancherebbe il numero legale di parlamentari ma allora dovresti “blindare” gli eletti che per tutto il periodo nel quale sono in carica non possono cambiare schieramento.
L’Italia, paese baciato da svariati mari, si ritrova così ad avere una situazione paradossale: bagnata nei suoi contorni ma asciutta, quasi arsa, all’interno e poi invasa dai profughi, non solo quelli che fuggono giustamente da guerre e carestie ma anche da quelli che, all’interno, vogliono sempre salire sulla nave… dei vincitori politici!

Campi, campi, campi

Da “PROPOSTA” – 9 luglio 2017
settimanale della parrocchia di San Giorgio di Chirignago

Don Andrea è un giovane prete (si fa per dire, perché ormai ha 45 anni) che a ferragosto ha lasciato la parrocchia di Chirignago per reggerne tre a Venezia, anche se in tutte tre contano meno anime della metà di quella di Chirignago.

Don Andrea, con legittimo orgoglio, presenta “i campi” tenuti durante questa estate. C’è di che meravigliarci e complimentarci!

Pubblico questa pagina perché tutti i preti, e soprattutto quelli più giovani, sappiano che anche oggi è possibile fare, durante le ferie, una pastorale, soprattutto giovanile, quanto mai intensa e numerosa. Leggere per credere!

CAMPI, CAMPI, CAMPI

Come tutti sanno Testate della nostra comunità è caratte¬rizzata dai campi estivi, anzi, precisiamo, da 9 campi estivi! E sono:
– giugno: Campo giovani a Caracoi
– luglio: Campeggi a Caoria (TN)
1-12: Campeggio Medie
12-20 A.C.G.
30-31 Esploratori scout
– agosto:_ 30 luglìo- 6 agosto – ACR_a Caracoi
30 luglio- 6 agosto: Campo Mobile Noviziato
7-13 Campo Mobile Clan da Bologna a Firenze
13- 20 Vacanze di Branco a Caracoi
20- 22 Campo Chierichetti a Caracoi

Non male. Ma cosa non sono i campi? Non sono vacanze né per i preti, né per gli educatori, né per i ragazzi: viene tutto programmato da mesi con cura e passione, si cercano posti belli per il soggiorno, per la route di una settimana o la gita di un giorno; si inventano attività accattivanti, si esplora il territorio che ci ospita per goderne le ricchezze. Si fa cultura educando a godere le bellezze del creato e dell’ingegno umano.. Non sono grest o “colonie”: il numero massimo è di 40- 50 persone. Si vive e si costruisce famiglia, comunità. Durante il campo si creano e si rafforzano le amicizie che ti faranno vivere la vita comunitaria dell’anno pastorale in modo diverso. Alla fine del campo ci si conosce tutti e ci si abbraccia tra le lacrime tutti per la fine dell’esperienza. Si educa alla comunione.
Non sono “resort”. Ogni ragazzo e ogni gruppo di ragazzi contribuiscono con molteplici servizi allo svolgimento dell’esperienza, tenendo l’ordine in tenda, lavando le pentole, tenendo puliti i bagni e i luoghi comuni, preparando la messa o la serata attorno al fuoco. Si educa al servizio.
Non sono campus: quello che li caratterizza di più è l’esperienza intensa ma originale di fede che si vive al campo. La preghiera o la messa immersi nella natura magari sotto la cappellina costruita con amore da don Roberto. La mezza giornata di silenzio nel vivere il cosiddetto Deserto, un incontro con il Signore. La possibilità della confessione (finché ci sarà un prete, poi….) ne fanno uno di momenti più forti di incontro e di intimità con Gesù. Si educa alla fede.
Saranno i miei ultimi campi a Chirignago. Tutto ciò mi mancherà “a sbrega”!.
In questi 13 anni ho fatto solo 5 giorni di vacanza vera e propria con un caro amico; e tre o quattro giri di due giorni con qualche nostro giovane in montagna. I campi erano le mie ferie e penso di non aver potuto desiderare ferie più belle, appaganti e spensierate di queste. Certo c’era la responsabilità dei ragazzi che i genitori ti affidano, ma una volta programmato tutto e divisi bene i compiti il gioco era fatto. Spero davvero che a Chirignago questa tradizione continui sempre per il bene di tutti, dei piccoli, delle famiglie, degli educatori, dei cuochi e.. del prete!

don Andrea Longhin

“La Festa” bollettino dell’unità pastorale San Cassiano e San Silvestro di Venezia

Da poco tempo “ho scoperto” il periodico di queste due piccole parrocchie contigue, il cui parroco è don Antonio Biancotto.

Questo sacerdote l’ho incontrato a Mestre quando ero assistente della San Vincenzo. Il patriarca me l’aveva dato come aiuto perché a quel tempo la San Vincenzo stava crescendo in numero di volontari e di iniziative. A dire la verità non mi aveva fatto una gran bella impressione; mi sembrava timido, riservato, timoroso e perfino troppo ecclesiastico. Senonché, con mia sorpresa e felicità, ne è venuto fuori un prete intraprendente, convinto e soprattutto in ricerca e aperto alla sperimentazione.

Attualmente è parroco di due parrocchie, si cura dei carcerati di Santa Maria Maggiore, segue l’adorazione perpetua a San Silvestro e soprattutto è interessato ai tentativi di promuovere forme di evangelizzazione per strada. A me pare un prete convinto della validità del Vangelo. Questo non è poco per un prete, oggi!

Sul numero del 23 luglio del periodico delle due parrocchie don Antonio dedica un articoletto alla campagna acquisti nelle grandi squadre di calcio. Egli appare sbigottito, sorpreso dagli stipendi colossali di questi giocolieri del pallone e timidamente propone qualche soluzione.

Io credo che questo discorso vada affrontato in maniera veramente seria perché esso costituisce una grave ingiustizia, un disordine sociale, un insulto ignobile a tutti gli operai che con mestieri più gravosi ed impegnativi portano a casa 1300-1500 euro al mese. Un governo che permetta e non prenda in mano in maniera seria queste disuguaglianze non è assolutamente degno della sua funzione.

LA CAMPAGNA ACQUISTI DELLE GRANDI SQUADRE

Lo sport è una dimensione importante della vita, legata alla conservazione della salute. A questo valore si aggiunge poi quello del divertimento, ma alcuni sport stanno diventando sempre dì più professioni ricchissime, vedi soprattutto calcio e basket.

Personalmente apprezzo il calcio ed una squadra in particolare, ma tutto l’interesse economico che ci sta dietro mi turba sempre di più. Gli ingaggi, gli stipendi dei giocatori, le pubblicità, rendono straricche persone per le quali solo giocare e divertirsi è già una ricompensa. Se a questo poi aggiungiamo la corruzione di alcuni responsabili nazionali (vedi federcalcio spagnola), tutto risulta assai stridente. Non so come si potrà sanare l’ambiente sportivo ma il problema diventa sempre più grave. Si tratta di aumentare le tasse di chi prende troppi soldi? Oppure porre dei tetti, in modo che nessuno stipendio diventi esagerato.

II fatto è che questo mercato libero e senza regole rischia di rovinare anche l’aspetto sportivo che è il più importante.

Don Antonio

Al presidente Trump

Da “L’INCONTRO” – 6 agosto 2017
settimanale della Fondazione Carpinetum

La signora Laura Novello, che da decenni offre i suoi interventi sulla stampa di carattere parrocchiale, è una donna deliziosa e quanto mai arguta, capace di passare i suoi giudizi, anche severi, attraverso una prosa sorniona e sempre piacevolissima.

Recentemente ha scritto una “lettera a Trump”, il presidente degli Stati Uniti, che vale la pena di essere letta, dicendogli quanto si merita.

Non credo che questa lettera arriverà a quest’uomo che ci toglie la pace e che offre il volto più deludente ed arretrato d’America. Il mio contributo per ridimensionare questo signore è il desiderio di dare una chiave di lettura ai miei concittadini sulle prese di posizione di quest’uomo pieno di sé e pericoloso non solamente per gli americani ma per il mondo intero.

Al presidente Trump
di Laura Novello

Caro signor Trump, lo so che in questo momento ce l’hanno tutti con te e non vorrei infierire anch’io ma, se permetti, vorrei anch’io dire la mia perché c’è qualcosa nel tuo operato che non mi convince o, per dirla tutta, c’è parecchio che non mi va giù. Sai, signor Trump, che io ogni giorno aspetto con ansia di sentire le tue “prodezze” e non vedo l’ora di veder comparire la tua testona color pannocchia e la cravattina rossa. D’istinto mi ritrovo a imitare le tue trumpiane pose ammiccanti: il capo reclinato, gli occhietti socchiusi, lo sguardo in tralice, la bocca a “bocciolo di rosa”, le dita della mano – pollice e indice uniti – che mi ricordano le ombre cinesi di quando eravamo bambini e proiettavamo “il cerbiatto” sul muro. Allora, presidente, forse dobbiamo credere che sei davvero semplicemente un uomo eccentrico, un po’ ingenuo, un po’ superficiale che ogni tanto spara delle grosse stupidaggini. O, più coerentemente, forse dovremmo convincerci che tu sei un incosciente egoista uomo d’affari legato a filo doppio, per interessi personali, con le grosse compagnie petrolifere e i fornitori di armi. Non ti dicono niente i grandi cambiamenti di clima, il caldo bestiale di questa estate, gli incendi che distruggono il patrimonio boschivo, lo scioglimento dei ghiacci, lo sgretolarsi della terra alternato ai violenti nubifragi e alle alluvioni? Non ti interessa il futuro di questa umanità che già per due terzi sta morendo di fame e di sete? Devo dire anch’io, caro Trump, che gli americani – purtroppo per loro – si sono scelti il presidente che si meritano. Chi ti ha votato appartiene, come te, ad una classe di “eletti” che non si degna di occuparsi del sociale e della sorte della povera gente, quella che ha mandato i suoi figli a morire per la libertà di altri popoli, in particolare per noi europei. Dopo le tante promesse non mantenute, le gaffe, gli intrallazzi dei tuoi famigliari, auguriamoci almeno che la classe meno abbiente abbia ragione nella causa sulle leggi della sanità. Mi pare di averti detto tutto. Facci un pensierino sopra e salutami la tua bella signora che mi sembra alquanto imbarazzata al tuo fianco e che, ti giuro, non ho motivo di invidiare.

“Messaggio” della confraternita San Cristoforo e della Misericordia di Venezia

Ricevo, per interessamento di non so chi, il trimestrale che si occupa di forme di solidarietà ma anche di onoranze ai defunti. L’aspetto di questo opuscolo sa un po’ di ottocento, però i contenuti sono positivi e quanto mai edificanti.

Questa vecchia confraternita, che veste alla maniera delle antiche “scuole” di Venezia, che sono antesignane delle vecchie corporazioni o degli attuali sindacati, pur mantenendo un linguaggio e degli aspetti del passato, ha saputo rinnovarsi nei contenuti ed offrire ai concittadini dei “servizi” quanto mai attuali ed efficienti.

Oggi si parla giustamente e con ammirazione degli ambulatori aperti a Marghera dall’ente “Emergency”, però l’attività sociale e assistenziale della nostra confraternita di San Giacometto non è certo meno valida e attuale.

Pubblico due pagine di questo periodico perché chi vive a Mestre ma anche chi ha conoscenti da queste parti sia informato sui servizi offerti.

NEWS sodalizio

I MEDICI DELLA MISERICORDIA DI VENEZIA OFFRONO VISITE SPECIALISTICHE GRATUITE ANCHE A PENSIONATI VENEZIANI IN DIFFICOLTA’ ECONOMICHE ELIMINANDO TEMPI LUNGHISSIMI DI ATTESA.

E’ noto che la città di Venezia, pur essendo prevalentemente una città ricca per le attività turisti-che e l’attività del terziario, presenta sacche di povertà che le istituzioni pubbliche e di volontariato stentano a controllare dal punto di vista sanitario, d’altra parte è elevato il numero di anziani con pensioni minime che non riescono ad accedere ai servizi sanitari specialistici per vari motivi, uno dei quali è principalmente il tempo di attesa tra prenotazione ed esecuzione della visita. Pertanto, il gruppo di Medici Volontari dell’Ambulatorio di San Giacometto. costituito per lo più da medici specialisti o polispecialisti è disponibile ad offrire consulenze specialistiche per i casi di pazienti veneziani o in difficoltà economica.

L’aiuto offerto potrà, per il momento, essere dato per le seguenti specialità:

Cardiologia

Endocrinologia

Gastroenterologia

Geriatria

Ginecologia

Malattie infettive

Medicina interna

Neurologia

Otorinolaringoiatria

Pediatria

Reumatologia

Urologia

Il servizio di consulenza sarà organizzato come segue: le visite dovranno essere prenotate tele-fonando alla segreteria della Misericordia e verranno eseguite nell’ambulatorio sito a S. Giacometto concordando data ed ora. Casi di pazienti particolari, valutati caso per caso, potranno essere visitati nell’ambiente del paziente stesso.

NON E’ NECESSARIO PRESENTARE DICHIARAZIONE DEI REDDITI O ALTRA DOCUMENTAZIONE COMPROVANTE CHE UNA PERSONA NON E’ RICCA !!! ORMAI “POVERI” SIAMO UN PO’ TUTTI !!!

NEWS sezioni interne

Sezione “ARCOBALENO Consuntivo 2° Trimestre 2017

A – DIVISIONE PEDIATRICA – OSPEDALE CIVILE DI VENEZIA

Assistenza ai bambini in divisione pediatrica ore n. 160

Assistenza per Emergenze ore n. 20

B – CASA CIRCONDARIALE FEMMINILE – GIUDECCA

Intrattenimento con i bambini delle detenute ore n. 60

C – CASA FAMIGLIA AURORA

Assistenza ai bambini ore n. 105

D – ISTITUTO PROV. S.M. DELLA PIETÀ

Assistenza ai bambini in comunità ore n. 105

Sezione “FILO D’ARGENTO” Consuntivo 2° Trimestre 2017

A – PUNTO DI ASCOLTO presenze n.217

1. Richieste di informazioni, assistenza e compagnia n.241

2. Telefonate effettuate per comunicazioni e compagnia n.507

B – SERVIZI EFFETTUATI

1. Assistenza e compagnia a domicilio n.175

2. Spese a domicilio n. 46

3. Accompagnamento a visite mediche n. 42

4. Espletamento pratiche amministrative n. 57

C – ATTIVITÀ PRESSO STRUTTURE PUBBLICHE

1. Ospedale Civile – vari reparti presenze n.606

2. Fatebenefratelli: R.S.A. presenze n.100

3. Fatebenefratelli: Hospice presenze n.49

4. Case di Riposo presenze n.177

AMBULATORIO Consuntivo 2° Trimestre 2017

Visite ambulatoriali generiche n. 30

Richiesta visite specialistiche n. 5

Richiesta esami radiologici n. 10

SERVIZIO DI CONSULENZA PSICOLOGICA su appuntamento presso l’AMBULATORIO, telefonando al mattino al 041.5224745.

I nostri protagonisti: Danilo

In quest’ultimo tempo mi è venuto in mente di parlare ai miei amici di chi sono i protagonisti della nostra splendida impresa e del “miracolo” a livello solidale che si è avverato in questi ultimi vent’anni. Di certo è riconosciuto un po’ da tutti il fatto che i Centri don Vecchi siano il fiore all’occhiello di Mestre, ma magari non tutti sanno che il “polo solidale” è cresciuto in simbiosi e non è meno importante e prezioso. “Il miracolo” dei magazzini a favore dei poveri, ossia quel complesso tanto efficiente di attività solidale, che non teme confronti almeno nel Triveneto, rappresenta pure qualcosa di miracoloso. Una delle componenti più importanti di questa attività in favore del prossimo sono i magazzini San Martino, il più grande ipermercato non soltanto di Mestre, di indumenti nuovi e usati per i cittadini non abbienti. Oggi vorrei presentarvi il ritratto del fondatore e del manager indiscusso di questo enorme ipermercato del tessile. L’autore di questo complesso quanto mai efficiente ed originale si chiama Danilo Bagaggia. Questo capitano d’industria, che s’è formato presso la grande azienda dei fratelli Coin, pur venendo dalla gavetta, ha percorso con tenacia e capacità tutta la strada arrivando fino ai più alti livelli. Noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo “rubare” all’azienda in cui è cresciuto a livello professionale per farne il promotore dei nostri magazzini. Il signor Danilo, che ha i suoi settantanni, portati molto bene, è partito nella sua nobile impresa nel 2002 e in quindici anni ha costituito il suo “impero” beneficiando di tutte le esperienze che s’è fatto dai Coin e applicando le leggi di mercato con assoluta decisione e rigore. Attualmente la sua e nostra “azienda” copre un’area di circa ottocento metri quadrati, s’avvale di una forza lavoro di 110 volontari, ai quali è richiesta una risposta lavorativa, che qualsiasi azienda del settore esige dai propri dipendenti.

Nei magazzini San Martino ognuno ha la sua mansione, ognuno svolge la sua attività in maniera diligente, deve trattare la “clientela” nella maniera più cortese e appropriata. Non sono ammesse assenze ingiustificate e ognuno deve comportarsi come e meglio che se fosse a libro paga. Quando si apre il “negozio” tutto deve essere perfettamente in ordine. Con questa efficienza pure gli utili a livello morale sono molto lusinghieri. Un giorno il signor Bagaggia, che è diventato da tempo amico carissimo e collaboratore preziosissimo, mi ha confidato: “Per tutta la vita ho sognato di avere una mia azienda, senza purtroppo riuscirci, ora però, che sono in pensione, ho la soddisfazione di aver creato e di dirigere il primo e il più grande ipermercato solidale del tessile, almeno di tutto il Nordest”. Il mio maestro monsignor Valentino Vecchi mi diceva che la vera ricchezza di un Paese è costituita dai capitani d’industria: mi pare che nel suo campo, con Danilo, Mestre e la carità abbiano la fortuna di averne uno, di grande capacità e valore!

Affrontare la vita: come?

Da “COMUNITA’ E SERVIZIO” – 11 giugno 2017
della parrocchia San Giuseppe di viale San Marco

Questo periodico che, a mio modesto parere, è uno dei più significativi della città per ricerca religiosa e per riflessione pastorale, riporta nella copertina di ogni numero, accanto ad una grande foto, un articolo di spalla, un intervento del parroco, don Natalino Bonazza. Questi interventi sono sempre degni di pensiero, documentati ed incisivi.

Nell’articolo che segnalo c’è una breve riflessione sulla dissociazione che spesso si registra tra la fede e la prassi di vita del cristiano di oggi. Avendone la possibilità, ritengo opportuno suggerire una lettura frequente del periodico e in specie del “fondo” del parroco relativo.

AFFRONTARE LA VITA: COME?
di don Natalino Bonazza

Da qualche tempo mi porto dentro il ricordo di una conversazione, nella quale ci si confrontava sul rapporto con il Signore. In concreto è stato chiesto a dei giovani: e voi pregate? qual è la vostra esperienza di preghiera? Mi ha colpito la risposta di un ragazzo, che in sostanza diceva: finché posso affronto la vita in modo razionale e quando proprio non ce la faccio, allora mi metto a pregare. Da come altri annuivano, sembrava un’affermazione in cui molti si riconoscevano. Questo modo di porsi fa riflettere. Avverto il rischio di irrilevanza e quasi di estraneità che oggi ha una fede senza reale incisività e confinata agli estremi. E’ proprio vero quanto il Concilio richiamava: «la dissociazione, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo» (GS 43). Mi chiedo che cosa occorre fare o fare meglio per superare tale dissociazione. Certo, occorre mettersi in gioco in prima persona, perché questo è più che mai tempo di testimoni. Ma, trattandosi di uno “tra i più gravi errori” del nostro tempo, bisogna pure correggerlo sul piano culturale e quindi andare controcorrente rispetto al pensiero mainstream. Caro amico, l’anticonformismo vero oggi consiste nel conoscere i contenuti fondamentali della fede cristiana, saper dire le buone ragioni del credere nel Dio di Gesù Cristo e scoprirne la capacità sapienziale. Così puoi affrontare fino in fondo la vita.

 

I nostri protagonisti: Teresa

I nostri protagonisti: Teresa

Ho la sensazione che mentre tutti a Mestre hanno sentito parlare dei Centri don Vecchi, e credo pure che la stragrande maggioranza ne abbia una buona opinione, purtroppo invece pochissimi vi abbiano messo piede e quasi nessuno conosca il “meccanismo” umano che ci fa vivere e fa vivere bene. Quindi non vorrei mai che questa realtà, che credo rappresenti uno degli aspetti innovativi e migliori nella nostra Città, possa ridursi a una nozione o a una icona, per quanto apprezzata, ma appesa a un chiodo della galleria dei ritratti delle componenti della nostra città. Per questo motivo ho deciso di cercare di diffondere i “meccanismi” segreti che sorreggono questo “miracolo” sociale.

Oggi tenterò di descrivere il volto e il cuore del personaggio che dirige ad anima l’ultimo nato della Fondazione Carpinetum, il don Vecchi sei, il centro destinato ai disabili, ai coniugi separati e alle famiglie in forte difficoltà esistenziale. La vita non è facile in questo centro, perché ospita una sessantina di persone che per i ben pensanti rappresentano il frutto amaro della nostra società irrequieta, e con pochi punti di riferimento sicuri. La persona che è la responsabile si chiama Teresa, una giovane donna, che ha fatto un serio percorso di volontariato in un paese del sud d’Italia, e che poi le irrequiete norme che regolano il mondo della scuola ha deposto come una naufraga nella nostra Città. Questa concittadina acquisita da una dozzina di anni esercita la professione di maestra e dedica tutto il tempo libero e tutta la sua ricchezza umana alle persone che sono giunte bisognose, dopo peripezie difficili, nelle nostre strutture: gente di tutte le età, di tutte le esperienze, scelte solamente per il denominatore comune del bisogno. Teresa spesso è costretta a nascondere la tenerezza e il suo amore di donna sotto “l’armatura” della decisione, della capacità di imporsi e di far osservare le regole, indispensabili per poter vivere in comunità. Qualcuno dice che è perfino troppo forte e decisa, mentre io sono convinto che ella deve spesso imporsi la decisione per tenere il timone di questa comunità per nulla omogenea e per nulla facile da condurre. Spesso provo tanta tenerezza per una creatura che non sempre può lasciarsi andare a una naturale amabilità e dolcezza per una donna e debba assumere posizioni più rigide perché la vita scorra ordinata e serena.

Talvolta però, vedendo quanta è la amabilità con cui si lascia andare verso i bambini, ma pure con quanta comprensione tratti le giovani mamme provate dalla vita, o giovani uomini che arrancano sotto il peso di fallimenti familiari o lavorativi, provo per lei comprensione, ed ammirazione, stima e bisogno di esserle accanto perché non si senta sola di fronte a drammi umani veramente dolorosi. Sono convinto che sia giusto e doveroso che la nostra città sia cosciente che non ci sono solo tra noi donne effimere e deludenti, ma che a Mestre si possono incontrare pure creature forti, generose come Teresa che scelgono di spendere il meglio di sé, della propria giovinezza e del proprio cuore per chi, pur non conoscendolo, scopre che ha bisogno di essere incoraggiato, sorretto e amato.

L’acqua, i politici e i gabbiani

Leggo volentieri il periodico della parrocchia di San Giuseppe in Viale san Marco a Mestre. Questa settimana desidero segnalare due articoli: il primo di Alessandro Seno che ogni settimana tiene una rubrica di attualità, intelligente e scorrevole. Questa settimana tratta il problema dell’acqua ed apprendo che lo spreco di questa preziosa risorsa sta, oltre ad un uso personale senza controllo, ad una mancata manutenzione delle condutture da parte di comuni e regioni che discutono su questioni di lana caprina e sciupano denaro a piene mani.

Nella seconda parte dell’articolo scopro che il 33 percento dei nostri parlamentari, cioè ben 501 onorevoli, ha cambiato casacca e partito in questa legislatura. Mi domando: la persona che ho votato perché ritenevo più vicina alle mie idee, quale tesi sta portando avanti ora?

Il secondo articolo, “Il gabbiano di Rovigno”, a firma R.Z., è una rilettura in chiave attuale della pagina del Vangelo “guardate gli uccelli dell’aria….”. A mio parere una pagina serena e riposante che costituisce un prezioso invito alla saggezza.

UNO SGUARDO SULLA SETTIMANA
a cura di Alessandro Seno
Vogliamo “immergerci” nel problema siccità? Oppure scriviamo sul termine tutto italiano di “Trasformismo” applicato però ai deputati italiani? Sono due argomenti che mi hanno colpito questa settimana, purtroppo in negativo.
Non si può non soffermarsi sul gravissimo problema di mancanza di piogge che sta colpendo la nostra penisola; è una situazione difficile ma non imprevista, del resto che il clima sia cambiato lo riscontriamo oramai da svariati anni e, come ampiamente predetto, muterà ancor di più nei prossimi decenni – alla faccia di chi si è “sfilato” dagli accordi di Parigi… – e sicuramente non in meglio!
Se a questo ci aggiungiamo il nostro folle consumo idrico, la media nazionale è di 245 litri al giorno A TESTA, capite bene che dobbiamo correre ai ripari al più presto. E il primo “guasto” che dobbiamo riparare è quello delle condutture che approvvigionano le città, basterebbe una manutenzione precisa e funzionale degli impianti idrici per garantire il 30% in più sui rubinetti della penisola e addirittura il 44% su quelli della capitale.
Mi chiedo come mai questi interventi si facciano sempre quando esplode il caso e non preventivamente ma se così fosse non ci sarebbe neanche l’emergenza e allora di cosa si parlerebbe sui giornali o al bar?
Forse de! malcostume tutto nazionale de! cambio di casacca? E non mi riferisco al trasferimento di questo o quel calciatore, ma del voltabandiera che i politici eletti dal popolo a guida del paese in un determinato partito finiscano poi la legislatura in un altro che spesso, sta dalla parte opposta a quello di provenienza.
Ma come? Io ho votato Mario Rossi per le sue idee di sinistra sulle pensioni e adesso me lo ritrovo a destra dove sullo stesso argomento la pensano esattamente all’opposto! Vi sembra normale?
Naturalmente questa malsana pratica coinvolge tutti i partiti e quello sopra esposto è solo un esempio; vi basti riflettere su questi nudi dati: dall `inizio della legislatura ad oggi hanno cambiato schieramento ben 501 parlamentari, un TERZO di quelli eletti! Un TERZO! Il 33% ! Ognuno è libero di fare le proprie scelte e di sbagliare ma un detto popolare recita che “Chi sbaglia paga” mentre qui a pagare sono solo gli italiani, visto che questi personaggi stanno bellamente sulle loro nuove sedie e continuano regolarmente a percepire stipendi e quant `altro.
Decidi di cambiare partito? Ti di metti dalla carica di deputato e la prossima legislatura ti ricandidi con i nuovi colori! Purtroppo questo non si può fare poiché mancherebbe il numero legale di parlamentari ma allora dovresti “blindare” gli eletti che per tutto il periodo nel quale sono in carica non possono cambiare schieramento.
L `Italia, paese baciato da svariati mari, si ritrova così ad avere una situazione paradossale: bagnata nei suoi contorni ma asciutta, quasi arsa, all’interno e poi invasa dai profughi, non solo quelli che fuggono giustamente da guerre e carestie ma anche da quelli che, all’interno vogliono sempre salire sulla nave… dei vincitori politici!

IL GABBIANO DI ROVIGNO
Da alcuni anni trascorriamo qualche giorno di vacanza a Rovigno, la bella località balneare della Croazia.
Ogni anno torniamo a posizionarci con sedie e lettini negli stessi posti e anche loro sempre lì, chi in piedi su uno scoglio, chi a cullarsi sull’onda, chi a svolazzare da un posto all’altro. Sono sempre loro, i “Gabbiani di Rovigno”, sono belli, sani, con le piume gonfie e pulite e a guardarli, sono anche sereni e tranquilli.
Ritroviamo anche “Jonatan”, un nome di fantasia che abbiamo dato ad un gabbiano facilmente riconoscibile per un problemino ad una zampa. Quasi per scherzo ci scappa una simpatica considerazione “questi gabbiani fanno proprio una bella vita”: sono in vacanza tutto l’anno, si alzano quando vogliono, vanno a dormire quando e dove gli pare, a pranzo e a cena mangiano pesce fresco e quando vogliono assaggiare qualcosa di diverso, fanno una passeggiata tra i bagnanti che danno loro anche il dessert.
Sono semplicemente liberi.
All’ improvviso scatta istintivamente il confronto con la nostra vita.
Io per poter fare questa settimana di ferie ho dovuto compilare 5 mesi prima il famoso “piano ferie”, e trascorrere quei mesi con l’ansia che un problema improvviso possa far revocare questi cinque agognati giorni di vacanza.
Inevitabile poi allargare il confronto alla vita quotidiana, alla sveglia che suona implacabile tutte le mattine, al lavoro fino sera, agli straordinari, al capo… al tempo libero che non c’è! Un pensiero va ai giovani, alle loro difficoltà per trovare un lavoro stabile, a farsi una famiglia, la casa e una volta rattoppata una soluzione, la necessità di dover lavorare entrambi per sopravvivere al muto e alle necessità personali.
Per non parlare dei problemi nel caso volessero avere un bambino. Dove lasciarlo mentre loro non ci sono, la ricerca di un asilo, la ricerca di una sistemazione alternativa quando gli asili chiudono, i centri estivi, il mal di pancia, il pediatra, il tutto da coordinare con le spese al supermercato, la pulizia della casa, il bucato, il cambio turno improvviso.
Vivono talmente sotto pressione che qualcuno arriva a dimenticarsi il figlio in macchina.
Ancora per un po’ potranno avere un supporto dai nonni ma attenti giovani, tra qualche anno la categoria nonni non esisterà più.
Con il meccanismo perverso dello spostamento in avanti dell’età pensionabile in conseguenza dell’ allungamento dell’aspettativa di vita, i vecchi più fortunati passeranno direttamente dal lavoro all’ospizio, per gli altri la fine arriverà ancora prima. Si sono inventati anche gli ipermercati sempre aperti, così anche in quelle poche ore di stacco obbligato che potevamo avere, adesso siamo veicolati agli acquisti anche durante le feste e, cosa più grave, costringendo al lavoro perpetuo i giovani che non sanno a chi lasciare i bambini.
Non c’è tregua, e questi sono solo alcuni dei condizionamenti a cui siamo sottoposti tutti i giorni.
Per farla breve, ci stiamo imponendo uno stile di vita opprimente che ci tiene sotto pressione all’inverosimile rasentando il masochismo.
Però in questa analisi c’è qualcosa che non torna, una conclusione così sfavorevole sulla qualità della vita è in antitesi col fatto che noi siamo gli esseri più intelligenti, i più progrediti, i più civilizzati del pianeta.
Nel frattempo vedo Jonatan venire verso di me con la sua personale andatura zoppicante, è tranquillo e ha un aspetto riposato, si ferma, mi guarda intensamente con i suoi occhi grandi e tondi, sembra abbozzare un sorriso e capisco cosa mi vuole dire:
“che allocchi che siete voi umani”.
R.Z.

Marghera “vizia”

Gli anziani che risiedono presso i Centri don Vecchi non solo sono i più fortunati di tutta la città, ma pure i più “viziati”. I responsabili di quello di Marghera, signori Mariateresa e Luciano Ceolotto, a nome dei 60 residenti in via Carrara, ringraziano pubblicamente i gestori della pasticceria Milady perché più volte alla settimana mandano loro le goloserie di loro produzione. Nonostante le recriminazioni dei relativi medici preoccupati per la glicemia, mangiano quanto mai volentieri e semmai sanno che comunque sono in cammino verso il paradiso.

La Fondazione Carpinetum si unisce agli anziani residenti nel Centro don Vecchi di Marghera per ringraziare i cittadini delle numerose offerte, dei lasciti testamentari e non ultimo di questi gesti gentili che ci fanno sentire al centro dell’attenzione dell’intera città.

Onore alla memoria

Da circa un anno e mezzo è tornata alla casa del Padre la concittadina Annamaria Malvestio, che ha seguito sempre con tanta attenzione e generosità lo sviluppo dei Centri don Vecchi e mi ha accompagnato con stima ed affetto nella realizzazione del progetto di offrire agli anziani in disagio economico un alloggio decoroso e funzionale a costi accessibili anche per chi gode solamente della pensione sociale.

La signora Annamaria ha suggellato questa collaborazione anche dopo la sua morte, disponendo che una parte del suo notevole patrimonio fosse destinata ad una decina di strutture solidali, tra i quali c’è stata pure la Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi. Proprio in questi giorni s’è concluso l’iter testamentario che ha portato nelle casse della Fondazione circa 80 mila euro.

Porto a conoscenza della cittadinanza questo evento perché Mestre possa onorare i suoi cittadini più saggi ed altruisti e si venga a sapere che lo sviluppo pressoché “miracoloso” dei nostri centri è dovuto in parte notevole a questi lasciti testamentari che hanno permesso che in circa vent’anni la nostra città potesse fruire di più di quattrocento alloggi quanto mai degni e signorili per gli anziani meno abbienti, i quali a motivo di questa generosità possono vivere serenamente la loro vecchiaia in ambienti protetti e soprattutto alla portata anche di chi dispone di poco.

Segnalo pure questa scelta tanto meritoria perché sia di esempio e sprono a tutti coloro che dispongono di qualche bene e che non hanno doveri verso parenti diretti affinché tengano conto di questa scelta così meritoria e socialmente utile.

Segnalo pure alla cittadinanza l’impegno e la bravura con i quali l’avvocato Ugo Ticozzi, tanto affezionato alla Fondazione Carpinetum, ha portato a termine questa eredità, che ha presentato dei passaggi quanto mai impegnativi.

Una volta ancora tocco con mano che se gli obbiettivi sono nobili e condivisibili e quando tutti i membri della comunità lavorano per il bene comune è possibile realizzare opere notevoli. Questa ultima eredità sta spronando il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum a sognare con maggiore concretezza e realismo il Centro don Vecchi sette da costruire agli Arzeroni, località in cui dispone di una superficie idonea e di un permesso a costruire da parte del Comune.