Una nuova spiritualità aderente al reale

E’ da tanto che sto rimuginando un’idea, ma è talmente ardita ed informe e soprattutto è rimasta dentro al mio spirito come un grosso diamante, di cui ho coscienza del valore, ma è un diamante grezzo, non sfaccettato che ha bisogno di mani esperte e di molto impegno per farlo brillare in tutto il suo splendore.

Leggendo degli ultimi numeri di “Gente Veneta”, il periodico del Patriarcato, ho scoperto l’editoriale in cui un giornalista che non conosco, Gigi Malvolta, ha trattato l’argomento su cui sto pensando da tempo, in maniera intelligente e più esperta di quanto io sappia fare.

L’idea che mi tormenta si basa su una contestazione che vado facendo: La forma religiosa ereditata dalla tradizione, forma che ha funzionato bene da tantissimi secoli, ora mi pare superata, incapace di alimentare e tradurre i valori religiosi del cristianesimo. Mi sembra quasi che sia uno dei tanti strumenti della civiltà contadina che sono raccolti in alcuni musei sparsi un po’ ovunque nel nostro Veneto, sono strumenti ormai rozzi, superati tecnicamente, che non possono reggere minimamente alla concorrenza sia per quantità che per qualità del prodotto che essi riuscivano a lavorare.

Per noi anziani destano ancora qualche lontano e romantico ricordo legato ai tempi delle nostre prime esperienze di ragazzi, ma che per le nuove generazioni cresciute con il computer non possono destare che curiosità e compatimento.

Il titolo di suddetto editoriale è il seguente: “Una nuova spiritualità che sia aderente al reale”.

Il giornalista fa una premessa intelligente, dando per analizzato il profondo cambiamento della nostra società; “Nessuno riuscirà a farmi dire che i cambiamenti in atto nella società italiana sono una terribile sventura. Tutt’altro, sono convinto che essi siano “Parola di Dio” per noi, “segni dei tempi” che la comunità ecclesiale deve imparare a scrutare e interpretare per leggervi la volontà di Dio su se stessa e sul mondo. E da un attento discernimento su questi segni dei tempi devono derivare le linee di azione pastorale per il futuro.

La questione, però, mi sembra un’altra. Un discernimento della fede, per sua natura, esige rigorosi criteri di spiritualità ecclesiale. Una spiritualità incarnata, vitale, incisiva.

Noi siamo ancora abituati a considerare la spiritualità come qualcosa di intimistico, di personale, di interiore: restiamo piuttosto manichei in materia, ancora avvezzi a separare nettamente l’anima dal corpo, lo spirito dalla concretezza. E qualcuno riesce a scegliersi una spiritualità distaccata dal mondo, completamente separata dalla storia; una spiritualità in qualche modo alienata… e, forse, alienante.

Sono veramente felice di aver letto queste considerazioni che da molto avevo intuito come un possibile sbocco della triste situazione attuale, perché temevo di essere veramente solo a pensarla così. Avere ora il conforto dell’editoriale di Gente Veneta non vuol dire avere risolto il problema, ma almeno non sono solo a farneticare un sogno impossibile!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.