Un dolce castigo

Ho già confessato che nel mio subconscio mi ero quasi risentito col Signore perché ci aveva fatto mancare la nostra meravigliosa primavera, riducendoci alla stregua dei paesi nordici il cui cielo è sempre cupo e piovigginoso, l’atmosfera fredda e il sole quasi sempre latitante e quando appare in cielo è malinconico ed imbronciato. Mi sembrava che il buon Dio ci avesse privato di un qualcosa che ci era dovuto.

In fondo sentivo, anche se non volevo ammetterlo, che noi abitanti di questa terra benedetta non abbiamo alcun titolo per pretendere un cielo azzurro, un sole tiepido e luminoso, prati verdi e fioriti, e per di più non volevo confessare che tutte le cattiverie della nostra gente dovrebbero riservarci un tempo molto più brutto, più amaro di quello che abbiamo avuto in questa stagione deludente e grigia.

Senonchè in questi ultimi giorni è scoppiata improvvisamente primavera. Il buon Dio pare che mi rimproveri, non con delle solenni legnate e con giorni tristi e nebbiosi, ma con la ritrovata bellezza delle stagioni e dei tempi migliori.

Il grande prato a ponente del don Vecchi è tutto d’oro, una distesa continua e sorridente di fiori gialli trapunti da una miriade di margherite, i rami dei salici si sono ricoperti di un verde fresco e leggiadro e nel prato a levante chiazze di azzurro, fiammate di forsizie ed una tempesta di arbusti che sembrano rivestiti di una trine bianca. C’è un’ebbrezza una dolcezza tutto attorno che accarezza gli occhi e il cuore.

Il dolce “castigo di Dio” per il mio egoismo e la mia diffidenza mi fa arrossire e nel contempo benedire il Signore.

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