Il diario come forma di dialogo con praticanti e non praticanti

Molti anni fa un caro amico che collaborava con una piccola casa editrice di Padova, avendo letto il mio diario, suggerì al giovane editore di pubblicarlo.

Io non ebbi evidentemente alcuna difficoltà a concedergli i diritti di autore, perché era ed è ancora il mio unico interesse passare il mio pensiero, nella speranza che esso contribuisca a diffondere il messaggio cristiano e a dare della religione un volto meno ritualistico possibile, bigotto e avulso dal quotidiano.

L’operazione andò in porto, se ne stamparono 2500 copie che andarono diffuse nel circuito delle librerie del nostro Paese.

La pubblicazione ebbe un certo successo tanto che ci fu un quotidiano a tiratura nazionale che ne fece una critica alquanto lusinghiera, mettendolo a confronto col diario di un altro sacerdote.

Nel passato ebbi modo di leggere, pure su un mensile, un diario di un prete, che però si muoveva ad un livello estremamente mistico, perciò adatto a conventi piuttosto che a gente normale, ma quel diario era tutt’altra cosa di quanto io sogno.

Il diario mi ha sempre offerto l’opportunità di intervenire in maniera veloce e non troppo impegnativa, aprendo un dialogo con praticanti e non praticanti, buttando ponti di intesa e di apertura, di ricerca con la gente di buona volontà che tutto sommato sogna una chiesa aperta e capace di dialogare con gli uomini veri e non con manichini cristiani.

Mi fa particolarmente felice che due giovani preti, intelligenti ed impegnati, quali sono don Gino Cicutto, parroco di S. Nicolò di Mira, e don Cristiano Bobbo di viale S. Marco, abbiano ritenuto valido questo strumento e l’abbiano adottato per i periodici delle loro comunità.

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