Una prigione fatta di norme

Ogni volta che mi imbatto in quella famosa frase del Vangelo: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato è fatto per l’uomo” ho quasi un sussulto di gioia e di ebbrezza spirituale. Non è infrequente che questa sentenza solenne di Cristo appaia nella liturgia eucaristica. Tutto quello che sa di costrizione è sempre qualcosa che istintivamente rifiuto, mentre nella società, nella chiesa e nella comunità c’è sempre gente propensa a metter norme, a sancire leggi e a farlo come se fossero precetti assoluti, irrevocabili, definitivi, la cui trasgressione costituisce colpa, dolo, peccato! Adoro questo Cristo che afferma che tutte le norme, non solo teoricamente devono tendere al bene della società, ma pure concretamente debbono essere a servizio dell’uomo e quando non lo sono possono essere evase, superate senza angosce e turbamento interiore perchè praticamente finiscono per venire meno alla loro funzione sostanziale per cui sono state poste. Questa verità l’avevano pure recepita perfino i romani quando nel loro ordinamento giuridico avevano sentenziato che l’impero assoluto della legge diventava un’ingiuria certa contro l’uomo.

Qualche giorno fa leggevo una riflessione di Gandhi il quale affermava che la società idealmente migliore è la più vicina all’anarchia, ossia all’abolizione di ogni legge perché l’uomo onesto, saggio e buono dovrebbe comprendere da solo che non può fare quello che danneggia l’altro, senza bisogno di leggi sanzionatorie di pena a questo riguardo!

Capisco che questa è una splendida utopia, alla quale bisogna tendere, pur riconoscendo la fragilità, la debolezza e l’egoismo umano. Però una società in cui l’uomo è avviluppato da una ragnatela asfissiante di norme è invece una condanna certa a vivere in una prigione minacciosa e disumana pur senza sbarre alle finestre e chiavi alle porte!

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