Da “L’INCONTRO” – 29 aprile 2018

Da L’INCONTRO” – 29 aprile 2018
settimanale della Fondazione Carpinetum

Don Fausto Bonini, con la consueta franchezza ed onestà, analizza lo scarso seguito religioso al sacramento della cresima. Franca la denuncia, però neanche don Fausto offre delle soluzioni e dei rimedi. A questo riguardo, per conto mio, penso che sia già molto positivo portare alla comunione e alla cresima quasi tutti i ragazzi della parrocchia perché comunque questa esperienza avrà un seguito. Don Fausto afferma, con un po’ di ironia, “di non delegare troppo allo Spirito Santo la soluzione di questo problema. Per me: pensiamoci, confrontiamoci, sperimentiamo, perché se è vero che nulla sarà totalmente risolto, è anche vero che prima o poi tutto è risolvibile.

Riporto pure due articoli di storia che non hanno molto a che fare con la pastorale, ma che comunque possono interessare molti lettori del periodico.

don Armando

Il punto di vista
Sarà la fine di tutto?
di don Fausto Bonini

La prima Comunione e la Cresima segnano una tappa fondamentale nella vita dei ragazzi Tuttavia è necessario riflettere su come evitare la successiva emorragia di partecipazione.

Comunioni e Cresime: inizia la stagione degli addii Aprile e maggio: tempo delle prime Comunioni e spesso anche delle Cresime. Ma soprattutto delle prime Comunioni. Tuniche bianche prese in prestito, piccoli crocifissi al collo, mani giunte, prove generali su come si prende la particola, ingresso solenne in chiesa con processione, foto, tante foto e filmati. E poi a seguire la festa con i genitori, i parenti, gli amici. Ma se vuoi partecipare alla festa, la buona educazione esige che si porti un regalo. Le prime Comunioni sono un momento magico nella crescita dei bambini. Un momento importante, atteso e desiderato. Il bello viene dopo quando quel bambino o quella bambina riceveranno il sacramento della Cresima. Quando? Nel momento che ogni sacerdote ritiene più opportuno. Alla fine delle elementari, alla fine delle medie, all’inizio delle superiori. Alla ricerca del momento più opportuno per evitare la “grande fuga”. Sì, perché purtroppo la Cresima non è più il sacramento della consapevolezza del cristiano maturo, ma il sacramento che chiude un percorso. Poi, nella maggior parte dei casi, non se ne parla più.

Il momento della scelta nel momento sbagliato?

Al tempo della presenza segue il tempo dell’addio. Tutti i sacerdoti lo sanno. Eppure si continua a fare di tutto per negare l’evidenza. Si discute sul ruolo dei padrini e delle madrine. Ci vuole un certificato di un sacerdote per poterlo fare e quasi sempre si trova il sacerdote consenziente o di manica larga. Tanto tutti sanno che il ruolo del padrino e della madrina è quello di fare un bel regalo a prescindere dal risvolto religioso. Ormai sono diventati dei riti sociali con risvolto religioso. In un libretto che prepara i ragazzi alla Cresima sta scritto giustamente che la Cresima segna un momento di passaggio in cui si dice no alla mamma e al papà, alla maestra e al professore perché “adesso vuoi essere tu a pilotare la vita. È finita l’epoca del gregario e inizia l’epoca del protagonista. E hai ragione: ne hai l’età”. Perfetto! Si dice no alla mamma, al papà, alla maestra, al professore e, il ragazzino aggiunge, anche al prete. La Cresima segna il momento del passaggio dalla pre-adolescenza all’adolescenza che tutti conosciamo come l’età dei rifiuti. Conclusione: la Cresima è collocata nel momento meno opportuno, quello del rifiuto. Soluzione? Nessuno ha la risposta in tasca, ma un po’ di riflessione su questo fenomeno del tutto naturale si potrebbe fare. No. Niente di niente. Si continua a dire ai ragazzi che la Cresima è il sacramento dell’impegno, sapendo bene che non sarà così.

Non deleghiamo troppo allo Spirito Santo

Quante energie si sprecano in catechesi, incontri, discussioni con dei risultati molto vicini allo zero. Qualsiasi persona intelligente si porrebbe il problema del rapporto costi/risultati e studierebbe nuove strategie. So che i soliti “devoti” tireranno in ballo lo Spirito Santo. Ma anche lo Spirito Santo, che viene donato nella Cresima, ha bisogno dell’intelligenza umana. Non si può fare un dono così importante come quello della Cresima nella stagione del “grande rifiuto”. Lo scorso fine settimana oltre duemila ragazzini delle medie della nostra Diocesi sono stati in pellegrinaggio con il Patriarca ad Assisi. Una vera folla. Pellegrinaggio dell’impegno o pellegrinaggio dell’addio? Lo sapremo fra qualche mese.

Tradizioni popolari
San Marco e Liberazione
di don Sandro Vigani

Il 25 aprile, festa del Santo, le campane della cattedrale suonano a distesa. Un tempo il 24 aprile sul far della sera il Procuratore di San Marco esponeva sull’altare del Santo tutte le reliquie del tesoro della basilica, bottino di guerre con l’Oriente o di scambi commerciali. Il Doge in pompa magna accompagnato dal clero, dai canonici della basilica, dalla Signoria si recava in processione nella chiesa per i vespri solenni. Alla cerimonia partecipavano le varie Scuole, cioè le corporazioni, della città: quella dei Pittori, dei Mercanti, dei Tessitori… con le loro insegne. La cerimonia si ripeteva il mattino della festa per la Messa che durava fino a mezzogiorno: alla processione dogale partecipavano anche il nunzio papale, gli ambasciatori, la Signoria. San Marco veniva festeggiato in tutte le chiese di Venezia e anche nelle maggiori città sotto il dominio della Serenissima: in esse si ergeva sempre una stele con sopra il leone alato tanto che i veneziani venivano spesso soprannominati dagli avversari “pantaloni”, cioè “pianta leoni”.

Il grido “Viva San Marco!” divenne nel tempo l’affermazione dell’identità della Serenissima, fino alla dominazione francese (1797) e in particolare a quella austriaca (1814), che lo vietò. Il rimpianto per gli anni di libertà era espresso dal popolo con la cantilena: “Co’ San Marco comandava, se disnava e se senava; coi francesi bona zente, se disnava solamente; co’ la casa de Lorena no se disna né se sena”. Il 25 aprile a fidanzate e mogli viene donato un bòcolo (bocciolo) di rosa rossa. L’antica tradizione nasce da una leggenda. Si racconta che la figlia del Doge Orso Partecipazio (+881), Maria, avesse gli occhi così splendenti da essere soprannominata Vulcana. La giovane donna si innamorò di un umile giovinetto, Tancredi, che però non poteva sposarla a causa delle sue povere origini. Vulcana allora lo spinse a partire per la guerra contro gli infedeli al seguito di Carlo Magno: se si fosse comportato da eroe, avrebbe potuto sposarla. Tancredi si coprì di gloria, mentre i veneziani lo attendevano in patria per tributargli gli onori dovuti. Ma un brutto giorno, prima di tornare, Tancredi fu colpito a morte e si accasciò su un rosaio, macchiando con il proprio sangue un bocciolo di rosa. Prima di morire consegnò il fiore ad un messaggero che lo recò alla bella Vulcana. La donna mori di crepacuore, col boccolo di rosa insanguinato posato sul suo cuore: era il 25 aprile. Da allora si tramanda l’uso di offrire all’amata un bocciolo di rosa rossa, simbolo di eterno amore. Il 25 aprile è anche la festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Ad Eraclea (Venezia) la Messa grande veniva celebrata in piazza, attorno al monumento dei caduti, dove quattro grandi statue di bronzo che raffiguravano i simboli della patria, sostenevano l’asta altissima della bandiera. Schierate attorno al monumento, le varie associazioni di ex combattenti e di partigiani, non più divise dalla guerra, facevano memoria dei morti del paese. La banda paesana accompagnava la celebrazione con le note del Piave mormorava e l’Inno di Mameli. Alla consacrazione i gagliardetti di tutte le associazioni venivano sollevati al cielo mentre la banda suonava il Silenzio. Poi la processione, al fiume Piave sacro alla Patria, teatro della prima guerra mondiale dove, dal ponte che era stato distrutto durante il conflitto, veniva gettata una corona di alloro in ricordo dei morti di tutte le guerre, sempre sulle note delle musiche di battaglia.

La nostra storia
La torre perduta
di Sergio Barizza

La storia della demolizione della torre di Belfredo, porta di accesso al CasteInuovo di Mestre per quanti provenivano dal Terraglio e dalla Castellana, può icasticamente segnare l’inizio di quello che nel Novecento fu chiamato ‘Il sacco di Mestre’: tonnellate di cemento rovesciate su un fragile tessuto urbano tanto da deturparne definitivamente il volto. Ha scritto lo storico francese Jacques Le Goff: “Se è vero che c’è stata una forza d’inerzia del patrimonio, di cui hanno usufruito le mura per sopravvivere, si è avuto anche un modernismo delle città, un vandalismo urbano che ha imposto la sparizione di vestigia sentite come qualcosa di arcaico. La demolizione delle mura si colloca al centro delle metamorfosi, materiali e simboliche, della città moderna e contemporanea”.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando la crescita economica e demografica spingeva Mestre a divenire una città, quegli avanzi rovinosi di mura, quella porta che “strozzava” la strada di accesso al centro furono visti come un orpello, un residuato inutile e non redditizio in un’area che la crescita di una città moderna doveva saper sfruttare in termini economicamente ben più consistenti sul piano dell’edilizia patrimoniale e a vantaggio di un miglioramento della circolazione con l’allargamento della strada stessa. Il 20 gennaio 1875 giungeva in Municipio a Mestre una lettera dei proprietari della torre in cui, dopo aver fatto presente che la situazione dello stabile era talmente rovinosa da non poter indurre a un progetto di restauro, chiedevano se non ci fosse alcun ostacolo, nel caso si presentasse l’occasione, di demolirla per ricavarne un utile. Nei mesi successivi si sprecarono appelli per la salvaguardia ed elucubrazioni più o meno dotte circa l’importanza della salvaguardia di un monumento che tutti ritenevano storico.

Non, però, la Commissione per la Conservazione dei Monumenti secondo la quale non c’erano invece motivi per “costringere il proprietario della torre di Belfredo a rinunciare alla vendita della torre stessa per essere poi demolita allo scopo di ritrar vantaggio dal materiale ricavabile”, precisando puntigliosamente che “la deliberazione fu principalmente motivata per non essere provata l’importanza storica od anche artistica della torre stessa così da poter limitare il diritto di proprietà nel suo legittimo proprietario, né tampoco di proporre allo stato l’acquisto della torre medesima”. Tutto questo avveniva dopo appena cinque anni da quando una preoccupata nota del Ministero dell’Interno aveva invitato anche i più piccoli comuni del regno d’Italia a non alienare o distruggere non solo “gli edifizi antichi ma anche gli avanzi di essi”. Insomma, nella piccola Mestre di bottegai, barcaioli, carrettieri e piccoli artigiani non ci poteva essere nulla degno di rilevanza storica. E così, circa un anno e mezzo dopo la prima lettera, il 21 agosto 1876, al Municipio di Mestre ne giunse un’altra in cui si comunicava di aver già cominciato a demolire i muri interni della torre e che si concedevano 24 ore di tempo per fermare la totale demolizione in cambio di lire 7.000. Naturalmente la somma non si trovò e i proprietari poterono tranquillamente ricavare il desiderato guadagno. E pure il Comune ebbe il suo vantaggio perché poté allargare la strada che, prima della strettoia della torre, si chiamava “via Bandiera e Moro”, in precedenza “borgo dei Tedeschi”, e dopo “via Palazzo”: da allora si sarebbe chiamata “via Torre Belfredo” a perpetuo ricordo della torre perduta. (13/continua)

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