Da “COMUNITÀ PARROCCHIALE SS.TRINITA” – 15 aprile 2018

Da “COMUNITÀ PARROCCHIALE SS.TRINITA” – 15 aprile 2018
settimanale della parrocchia omonima di via Terraglio

Don Angelo affronta il problema del fine vita, affermando che la legislazione del nostro Paese è fondamentalmente orientata a proteggere la vita. Aggiunge però che in Italia s’è formata una corrente di pensiero che afferma che solamente l’individuo ha diritto di decidere sul suo fine vita. Don Angelo, afferma che per i credenti questo problema non si pone perché per essi la vita è un dono di Dio del quale solo Lui può disporre. La parte finale dell’articolo è dedicata all’accanimento terapeutico che non può essere ritenuto un dovere per il cristiano. Comunque vale la pena di leggere tutto l’articolo perché è quanto mai articolato e preciso.

Mi paiono pure interessanti i due “Caro don Angelo”, il primo sulla differenza tra destra e sinistra e il secondo su Facebook e WhatsApp.

Ritengo che sia opportuno leggere questi due interventi per poter prendere posizione nei loro riguardi e per non accettarli come qualcosa di ineluttabile.

don Armando

Domenica 15 aprile 2018
terza di Pasqua

Questo nostro tempo
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art.32 della Costituzione Italiana). La discussione di questi giorni, intorno alla punibilità o meno nei confronti di chi aiuta al suicidio, fa emergere ancora una volta un tema delicato che si è tentato nella scorsa legislatura di disciplinare attraverso il cosiddetto biotestamento. In quest’ultimo scorcio poi il tema è diventato impellente per il fatto che la posizione radicale, come da tradizione, ha favorito la scelta del suicidio assistito in terra svizzera. La Costituzione italiana guarda alla vita in senso positivo: la vita umana va difesa in ogni caso e la salute di ciascuno è un diritto non solo per il singolo ma anche per l’intera società. Si avverte nel sottofondo del dettato costituzionale un’ondata di positività nei confronti della vita, quella fisica, a cui si annette necessariamente il bene della psiche, dello spirito. I Costituenti non sono entrati in merito di un eventuale diritto a morire; allora la tensione era verso la vita dopo la prova terribile della dittatura e della guerra con milioni di morti. L’esperienza di morte aveva indotto i Costituenti a imporre allo Stato la necessità di salvaguardare ad ogni costo la vita di ciascuno al punto da indicare ai Governi di provvedere di tasca pubblica nei confronti di coloro che non sono in grado di sostenere le spese per la propria salute; e questo torna a favore dell’intera comunità. A proibire poi in modo chiaro e definitivo la collaborazione al suicidio in Italia ci sono degli articoli espliciti del codice penale. Staremo a vedere quale sarà la risposta della Corte costituzionale in merito al quesito posto dal tribunale di Milano su questo tema. E tuttavia occorre dire che qui ci possono essere due vie; si tratta del modo di concepire la vita: ciascuno è padrone assoluto della propria vita o esiste un Altro che è il Signore della vita e della morte? Ci sono argomenti umani e razionali per difendere la vita ma in fondo la discriminante sta nella visione di fede o meno della vita. Certamente non siamo padroni del nascere poiché è un dato di fatto che ci troviamo ad esistere ed un po’ alla volta acquisiamo consapevolezza di questo esistere e gradatamente ci impadroniamo dell’esercizio della libertà nel gestire la vita nell’alone della libertà. Ma siamo padroni del morire? Certamente il credente, che vede nella vita un dono, risponde di no perché della vita come della morte.

il Signore in senso pieno è solo Dio. Ovviamente il non credente risolverà il dilemma a propria scelta, sempre però in linea con le leggi dello Stato. Occorre peraltro riconoscere con chiarezza che in questo campo la morale della Chiesa nel suo complesso, ed in particolare nei vertici, è andata maturando nella valutazione dell’intervento umano in merito alla morte. L’aver distinto l’impegno per la vita dall’accanimento terapeutico oggi fa sì che di fronte all’ineluttabilità della morte a causa della gravità della malattia e al limite dei mezzi terapeutici si ritenga opportuno non insistere nel mantenimento di una vita puramente vegetale. La morte rimane un mistero, è il grande interrogativo della vita; la fede in Cristo, Signore anche della morte; è un aiuto non da poco di fronte a questo grande tema.

Caro don Angelo,
mi sono chiesto quale differenza ci sia tra destra e sinistra in Italia. L’origine dei termini è ottocentesca e deriva dalla collocazione parlamentare; si trattava di due diverse, e molto spesso opposte, visioni politiche. In particolare i governi dì destra si rifacevano alla visione liberale, o liberistica, nel settore finanziario ed economico, mentre i governi di sinistra tendevano attraverso una tassazione graduata a pareggiare i conti sia pubblici che privati tra persone ricche e persone povere. Ovviamente questo è detto in modo grossolano, ma in buona sostanza destra e sinistra si sono andati evolvendo così negli Stati democratici europei ed americani. Tuttavia in Italia c’è un particolare che non ci può sfuggire: qui da noi la sinistra ha una caratteristica propria e cioè non sopporta che ci sia un capo; appena appare un capo che organizza, coordina, propone gli si spara addosso fino a farlo cadere. E’ stato sempre così per cui la sinistra ha difficoltà ad andare al governo perché con questa mentalità di sparare sul capo rimane necessariamente minoritaria. La destra invece la pensa molto diversamente poiché vede nel capo una realtà carismatica al punto da idolatrarla. Forse destra e sinistra ancora per poco, almeno in Italia, si salvano solo per questa differenza capitale.

(Argia Forgia)

Caro Don Angelo,
le elezioni sono passate e possiamo parlare d’altro. Adesso all’ordine del giorno c’è il problema Facebook. Non ho mai avuto un profilo e non sono avvezzo a elargire like di qua e di là, esercizio che, dicono, sia divenuto indispensabile quanto l’aria che (chi ne è schiavo) respira. Ora, se le proprie foto anche intime, le indicazioni su cosa si fa e non si fa, su dove si va e con chi sono immesse nel tritacarne digitale con inaudita prodigalità, proprio non riesco a capire dove sta il problema se si scopre che qualcuno fa uso (buono o cattivo, non importa) di dati così gratuitamente messi a disposizione da miliardi di persone. Ammetto di usare Whatsapp – che pure dicono sia un social network – ma per mandare messaggi e solo a chi intendo indirizzarli, tenendo accuratamente fuori il resto del mondo. E se qualcuno catturasse i metadati ad essi relativi proprio non riesco a immaginare quale uso potrebbe farne e quale dispiacere potrebbe darmi. Ma se continuiamo a rinunciare esplicitamente alla nostra privacy trovo paradossale lamentarsi di chi sbircia quello che manifestamente vogliamo far vedere. E poi la massima del “video meliora proboque…” ormai la sanno tutti, o credevano davvero che Facebook ne fosse immune? Insisto a dire che Facebook, Twitter, Instagram e tutte le altre simili amenità digitali non hanno certo concorso a migliorare il mondo.

(Simone Carraro)

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