Da “UNA COMUNITÀ SULLA VIA DI SAN PAOLO” – 18 marzo 2018

Da UNA COMUNITÀ SULLA VIA DI SAN PAOLO – 18 marzo 2018
settimanale della parrocchia di San Paolo di via Stuparich

Di particolare c’è da segnalare una lunga relazione che un componente del Gruppo Famiglie di questa parrocchia fa di un ritiro nella comunità monastica di Marango.

Credo sia importante segnalarlo perché anche altri gruppi potrebbero utilizzare questo luogo di spiritualità per momenti di riflessione religiosa, sempre disponibile all’accoglienza e ad una proposta religiosa qualificata.

don Armando

VISITA AL MONASTERO DI MARANGO:
INCONTRO CON LA MEDITAZIONE DI D. ALBERTO VIANELLO

Quale fede nella sofferenza? A partire dalla parola di Dio, riflettiamo insieme sulla possibile esperienza del Signore e se la Fede ci può aiutare quando sperimentiamo la fragilità della nostra costituzione umana.

In una giornata di pioggia, sorella MarìaPina con un grande sorriso ci dice “Togliti il cappotto” e “il caffè è pronto”. Così siamo stati accolti domenica scorsali marzo al Monastero di Marango, nella campagna di Caorle, dove vive una piccola comunità monastica nata dall’iniziativa del prete Diocesano Don Giorgio Scatto e composta oltre che da fratelli e sorelle anche da alcuni piccoli. La Comunità, chiamata anche Piccola famiglia della Risurrezione, pratica largamente l’accoglienza vissuta nella più assoluta gratuità e nell’assenza di giudizio nei confronti delle persone che bussano alla porta del monastero. Un’accoglienza che abbiamo ritrovato amplificata durante una bellissima Liturgia, che ha coinvolto direttamente anche noi della Comunità di San Paolo nell’Offertorio, nella lettura della Parola, nello scambio della Pace a tutti i presenti, a sottolineare che siamo tutti fratelli e dobbiamo sentirci, a Marango, a casa. In trentacinque siamo partiti da Mestre. Siamo andati far visita al Monastero per pregare e riflettere assieme al monaco Don Alberto Vianello su di un tema difficile, intimo e doloroso ma che tutti conosciamo: la sofferenza. Chi di noi non è stato toccato dalla sofferenza? Cosa può aggiungere o togliere la fede alla nostra piccola o grande sofferenza? “Quale fede nella sofferenza?” è il titolo dato al nostro incontro da Don Alberto che ricordando la sua esperienza personale di sofferenza, la perdita di molti familiari quando era ancora ventenne, ci dice: “…non mi sono mai sentito solo: l’aiuto degli altri mi ha fatto cogliere una presenza che mi sosteneva… ” “… pensavo che se la morte è la fine di tutto allora la vita è una grande presa in giro e non ha alcun senso” per poi concludere il racconto con “..credo in Gesù perché mi promette la Resurrezione e mi fa ricongiungere con i miei cari.” Don Alberto è molto chiaro in questo: la fede non ha la pretesa di togliere la sofferenza, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che ci avvicini di più a Dio. La fede aiuta a vivere la sofferenza. Mai nella Bibbia si dice che Dio mandi le sofferenze, oppure che “si serva” di esse per far capire qualcosa all’uomo patisce Lui, purché non patiscano i suoi figli: questo è il senso della croce di Gesù “…ai funerali io mi rifiuto di dire la frase: – il Signore l’ha chiamato a sé- perché Dio non decreta la morte di nessuno: la morte è entrata per invidia del diavolo ” e prosegue: ” ..Dio è tutto e solo bene, è amore e vita che splende e non è in grado in nessun modo di concepire qualcosa di negativo..”, “..Dio ci è Padre e anche Madre: quali sono i genitori che vorrebbero la sofferenza dei propri figli? “. Anche Gesù non ha mai dato valore positivo al dolore: libera un uomo da uno spirito impuro, guarisce la suocera di Pietro, guarisce un malato di lebbra. Ed è sul brano del Vangelo dove Gesù guarisce un paralitico portatogli da quattro accompagnatori (Me 2,1-12) che Don Alberto ci porta con la sua riflessione: “Gli accompagnatori che portano il peso del malato e che scoperchiano il tetto mostrano un atteggiamento di grande forza e carità..” per poi aggiungere “..portare ha anche un altro significato ovvero intercedere, creare un rapporto tra il malato e Dio” a sottolineare che è “nella vicinanza con gli altri che ritroviamo il Signore” e come dirà più avanti “…la cosa più importante con le persone sofferenti è il contatto personale, farle sentire che in quel momento si è del tutto per loro e non con il pensiero rivolto alle prossime cose da fare”. E la guarigione? “E’ nella frase che Gesù dice al paralitico – Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati- che Gesù spiega il legame tra salvezza e guarigione” spiega Don Alberto ad indicare che il perdono è esperienza diretta con il Signore, di comunione aperta con Lui. “La guarigione è segno di questo perdono, di questa guarigione più profonda che è la guarigione interiore, la salvezza, perché di guarigione interiore si tratta e non di guarigione esteriore, il benessere fisico” per poi applicare la sua riflessione anche alla pratica quotidiana “..nei nostri giorni ciò che conta invece è la guarigione esteriore, il benessere del fisico. Ciò che doveva essere un mezzo, è diventato il fine. Il benessere del corpo, la guarigione esteriore sono diventati il fine perché la malattia e la morte sono viste come sconfitte personali e sono di scandalo. Il benessere del rapporto con il Signore è messo a servizio del benessere fisico: ci sono sessantenni-settantenni che vogliono apparire come ventenni e genitori che assumono atteggiamenti dei figli adolescenti e così facendo non permettono ai ragazzi di crescere, di diventare adulti..”. Seduti a cerchio nella sala, ascoltavamo attenti il fluire delle parole di Don Alberto. Vicino a lui, Paolo un medico che frequenta molto la comunità e che opera con i malati terminali. Paolo è stato invitato al nostro gruppo per portare la sua testimonianza. Prima di aprirci timidamente anche alle nostre testimonianze, tutte diverse ma tutte autentiche, un’ultima riflessione del monaco che ci aveva guidato fino a quel momento: “Gesù, rispetto ai due ladroni, è morto subito perché Lui aveva donato la vita prima che si compisse la morte”. “Se noi facciamo della nostra vita un dono, la morte non diventa la protagonista. Chi è ripiegato su sé stesso vede nella morte la fine di tutto. Il donarsi agli altri è una morte continua che diventa vita”.

a cura di Gruppo Famiglie della Parrocchia

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