Da “L’INCONTRO” – 11 marzo 2018

Da L’INCONTRO”11 marzo 2018
settimanale della Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi

Il tema monografico della rivista riguarda questa settimana la terza età, la vecchiaia e il futuro. Gli articoli mi paiono tutti interessanti, motivo per cui ne auspico la lettura.

C’ è poi un servizio quanto mai importante sulla Associazione culturale Padre Kolbe che opera nella parrocchia di via Aleardi. Il giornalista Luca Bagnoli ha fatto un’intervista ad Alexandru Iacob su padre Francesco Ruffato, il frate francescano che ha fondato l’associazione e che per molti anni, prima di essere trasferito a Padova, è stato uno dei maggiori fautori della cultura di ispirazione cristiana a Mestre.

E’ pure interessante, da un punto di vista della tradizione, l’articolo di don Sandro Vigani sulle prediche della Quaresima e quello del dottor Barizza sulla storia della chiesa di San Rocco.

don Armando

Mondo volontariato

La fede culturale
di Luca Bagnoli

Colloquio con Alexandru lacob membro del Consiglio direttivo del Centro culturale Kolbe.

Chi è Massimiliano Maria Kolbe?
“Un giornalista, un conduttore radiofonico, un presbitero devoto alla Vergine Madre. Deportato ad Auschwitz, offrì la sua vita per salvare quella di un padre di famiglia. Santo per i cristiani, “giusto” per gli ebrei, era solito ripetere “la prossima volta tutto andrà meglio”.

Kolbe fu personaggio eclettico. I primi vagiti del Centro culturale furono accolti con entusiasmo dalla comunità ebraica e valdese. È un approccio multidisciplinare che ha trovato continuità?
“Decisamente sì. La domenica ospitiamo evangelici, islamici, induisti. Siamo aperti a diverse etnie, come quella filippina, moldava, srilankese. La “festa della lingua madre” ha riunito ucraini, rumeni, bangladesi, tutti insieme alla presenza del responsabile del Servizio Immigrazione del Comune”.

Padre Francesco Ruffato, fondatore del Centro, scrive che la prima opera di fede deve essere la sua inculturazione. Perché un contenuto di fede dovrebbe necessitare di cultura? “Perché la fede non è solamente il rapporto con Dio, ma è il rapporto tra noi e gli altri, il cui collegamento deve essere la conoscenza. Devo però ammettere che il Centro Kolbe sta smarrendo la parte spirituale.”

Come a dire che in questo abbraccio la cultura rischia di emarginare la fede?
“Sì, ci vorrebbe più equilibrio. Stiamo lavorando ad alcuni progetti, come The Potter’s House, una biblioteca cristiana multilingue con possibilità di consegna a domicilio”.

Il Centro Kolbe sorge durante gli anni di piombo, con l’intento di trasformare la cultura in strumento di riconciliazione, in questi giorni le tensioni di quella stagione sembrano riemergere…
“Siamo una realtà quasi unica nel territorio. Abbiamo dunque una grande responsabilità rispetto a questa urgenza sociale. Dobbiamo essere più consapevoli della nostra storia e del ruolo ricoperto per 40 anni”.

In attesa di intervistarla ero seduto in auto e nel giro di cinque minuti due persone hanno bussato al finestrino chiedendomi denaro: avrei dovuto dire loro di “farsi un panino con la Divina Commedia”?
“Comprendo le difficoltà, ma non sono d’accordo sul chiedere e sul concedere l’elemosina per strada. Le realtà di assistenza ufficiali esistono. Sopperire a questi problemi in modo alternativo significa sottrarsi alle regole. Qui tentiamo di prevenire la situazione disagiata considerando la cultura non come fine, ma come mezzo per arricchire la vita. Le persone dovrebbero accogliere la nostra opera consumandola insieme a noi. Ad ogni modo a Natale abbiamo aperto la sala e offerto il pranzo ai poveri”.

All’epoca Padre Ruffato temeva che la Chiesa, dopo aver mal compreso i lavoratori, perdesse i giovani. Oggi le parrocchie si sono svuotate…
“lo non riscontro questo dato. Nelle chiese ortodosse ed evangeliche ci sono moltissimi giovani. La parrocchia del Sacro Cuore è frequentatissima. Ammetto una diminuzione del numero dei fedeli, ma come fenomeno mondiale”.

Quali strumenti potrebbero facilitare la vostra azione per la città?
“Il Centro non nasce per essere aiutato, ma per aiutare, come fece il numero 16670 di Auschwitz, che all’ufficiale nazista poco prima dell’iniezione mortale di acido fenico disse: “Lei non ha capito nulla della vita, l’odio non serve a niente, solo l’amore crea. Ave Maria”.

La scheda
Il Centro Culturale Kolbe nasce nel 1976, quando padre Francesco Ruffato decide di coniugare il pensiero cristiano con la cultura contemporanea, ispirandosi all’esempio di Massimiliano Maria Kolbe, martire del campo di concentramento di Auschwitz. Ha sede in via Aleardi nella sala con 200 posti a sedere che ospita amatori e professionisti, offrendo stagioni teatrali, concerti, proiezioni cinematografiche, convegni, conferenze, workshop, presentazioni di libri, aperitivi, incontri di formazione permanente e corsi, come quello di cultura del giornalismo della scuola Arturo Chiodi. La compagnia Gruppo Teatro Ricerca, la polifonica Benedetto Marcello e il coro Kolbe Children Choir, sono le realtà artistiche residenti. Il Centro pubblica volumi, opere teatrali, musicali e un dvd con le più belle fiabe sulla città di Venezia. Contatti: via Aleardi 156, tel. 0415314717, www.centrokolbemestre.it.

Tradizioni popolari

Le prediche in Quaresima
di don Sandro Vigani

A scandire il tempo della Quaresima c’erano un tempo i Quaresimali, prediche giornaliere o settimanali fatte in chiesa da predicatori chiamati appunto Quaresimalisti. Gli argomenti affrontati nella predicazione riguardavano sostanzialmente l’Inferno, il peccato, la morte, il giudizio finale, le anime del Purgatorio, la confessione per i pentiti…. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (+1787), vescovo di Sant’Agata dei Goti, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore e Dottore della Chiesa nel Settecento, vuole Quaresimalisti con uno stile chiaro e veramente utile al popolo, perché certi predicatori “s’imparano certe prediche, e le vanno recitando; e se la carta cade, la scienza è svanita”.

La lunghezza dei Quaresimali
Sant’Alfondo diceva: “Come vuole profittare il popolo, se alcuni non capiscono essi medesimi ciò che dicono? Lo stipendio, che si dà a questi predicatori è tutto sangue de’ poveri. Se il popolo non è per ricavar profitto, è un torto che se li fa; ed è tenuto alla restituzione il Predicatore, che se li riceve, ed il Sindaco che lo paga”. Caratterista peculiare dei Quaresimali era la loro lunghezza. Ci chiediamo, noi uomini moderni, che fatichiamo a dare la nostra attenzione a prediche che durino più di una decina di minuti, come facessero un tempo i nostri avi a star seduti in chiesa, al freddo, ad ascoltare il Quaresimalista di turno che con voce stentorea parlava e si sbracciava dal pulpito collocato in mezzo alla chiesa, cercando di incutere nell’uditorio, soprattutto in Quaresima, un sacro timore di Dio. Dobbiamo cercare di entrare nello spirito delle epoche passate, quando non c’era televisione, non c’erano Internet e radio e l’analfabetismo, fino ai primi decenni dello scorso secolo, era diffusissimo. La lettura dei libri era riservata ad un piccola élite di persone e gli unici svaghi della gente consistevano nel far filò in stalla, riscaldata dal fiato delle bestie. La gente perciò aspettava il Quaresimale come un importante momento di distrazione. In un certo senso, mi si passi l’immagine, per i contadini ascoltare il Quaresimalista era come andare al cinema. Per questo motivo, più il Quaresimalista era bravo a toccare le emozioni, a far leva sui sentimenti con immagini forti, fossero anche capaci di risvegliare antiche paure; insomma, più era attore, più la gente accorreva alle sue prediche. Paradossalmente l’apprezzamento della gente verso il predicatore era direttamente proporzionale alla severità e all’asprezza della sua predica. E nel ritorno a casa, durante il quale si percorreva la strada a piedi a volte facendo anche più chilometri perché le case erano sparse nella campagna, l’oggetto delle conversazione era proprio il contenuto del Quaresimale. Una volta tornato, chi vi aveva partecipato si premurava di raccontare a chi era rimasto. Naturalmente i ricordi riportavano le parole più forti e incisive del Quaresimalista, quelle più gravi e perciò facili da memorizzare, che naturalmente ciascuno ricordava a modo suo. Così alla fine per bocca della gente il Quaresimale si trasformava, prendeva le proprie strade colorite e perfino pittoresche, spesso lontane dalle intenzioni di chi l’aveva pronunciato.

I Quaresimali a Venezia
A Venezia si tenevano Quaresimali in ben trentasette chiese, a partire dalla basilica di San Marco dove partecipavano alla predicazione lo stesso Doge, la Signoria e gli ambasciatori della Repubblica. Gli oratori, per poter parlare, dovevano ricevere il benestare del Tribunale del Sant’uffizio e avere le caratteristiche adatte. Non potevano, ad esempio, dar sfoggio di vanità durante il loro ufficio, come decretava il patriarca Morosini nel 1651. Celebri le prediche del frate Cappuccino Marco D’Aviano tenute nella chiesa di San Cassiano nel 1684, dopo che papa Innocenzo XI gli aveva affidato il compito di ricostituire la Lega Santa delle nazioni cristiane contro l’espansione degli Ottomani. Al frate venivano attribuite capacità taumaturgiche per aver guarito il duca Carlo V di Lorena, perciò durante la sua predicazione si assistette ad un considerevole aumento delle elemosine causato dalla folla che andava ad ascoltarlo.

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