Da “L’INCONTRO” – 17 dicembre 2017

Da “L’INCONTRO” – 17 dicembre 2017
settimanale della Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi

Propongo di leggere tutto il periodico perché mi pare abbastanza interessante. Però segnalo in particolare:

Il delizioso articolo della dottoressa Federica Causin: “Natale, festa di tutti”.

L’articolo di don Sandro Vigani sul contenuto del termine “Periferie”, parola quanto mai usata dal Papa per indicare la tentazione, o forse la propensione del nostro tempo, a mettere fuori dai confini dell’attenzione umana e civile i cittadini più fragili, più indifesi, meno forti.

L’articolo di Laura Novello “mosca bianca” che parla bene dell’assistenza ospedaliera e soprattutto del pronto soccorso. La signora Laura non ha tutti i torti, perché la maggioranza delle persone si accorge spesso solamente di quello che non funziona.

don Armando

Pensieri a voce alta

Natale, la festa di tutti
di Federica Causin

“A Natale celebriamo la nascita di Gesù. Ci prepariamo ad accoglierlo e dobbiamo fare attenzione perché corriamo il rischio di concentrare tutta l’attenzione sulla festa, dimenticando il festeggiato. Come vi sentireste, se il giorno del vostro compleanno qualcuno vi dicesse che la vostra presenza non è necessaria, che si può festeggiare anche senza di voi?” Con queste parole don Corrado Cannizzaro ha spiegato ai bambini il significato dell’Avvento. Parlare ai piccoli può offrire a noi adulti un’occasione preziosa, perché per riuscire a essere semplici ed efficaci dobbiamo recuperare quell’essenziale che spesso perdiamo di vista. In effetti, che cosa sarebbe il Natale senza Gesù? A me colpisce ed emoziona ogni volta la venuta di un Dio che si fa piccolo e che non si stanca di arrivare tra noi portando con sé l’opportunità di fare nuove tutte le cose. Una presenza che sostiene, rincuora e aiuta a ripartire, anche se poi è fin troppo facile, almeno per me, disattendere i buoni propositi e dare per scontato che il Signore sia al nostro fianco. Se dovessi definire il Natale, direi che è, o meglio dovrebbe essere, una festa di tutti e per tutti e molte mani si mettono all’opera affinché sia davvero così!

Il mio pensiero corre al gruppo missionario della parrocchia Santi Apostoli di Venezia e all’associazione “Insieme per Wamba”. Due realtà in mezzo a molte altrettanto meritevoli, direte voi. Concordo, ma per me che ho avuto l’opportunità di conoscerle da vicino, sono speciali perché mi hanno ricordato che la missionarietà può avere mille forme e mille volti. Missionario è sia chi prepara la valigia e parte sia chi, rimanendo nel proprio quartiere, mette le sue capacità al servizio di un progetto. E così un gruppo di signore molto abili a ricamare, cucire e lavorare a maglia, il giorno dell’Immacolata, riempie di colori ed entusiasmo una sala della parrocchia, esponendo prodotti di ottima fattura che, ormai da qualche anno, fanno la felicità di molti miei amici e parenti. È bello sapere che il desiderio di stare insieme di queste “ragazze di ieri”, capitanate da una suora intraprendente e creativa, consente di studiare ai ragazzi di una missione in Costa d’Avorio. La solidarietà può fiorire anche da un gesto d’amicizia! Della onlus “Insieme per Wamba” ho già scritto in più di un’occasione, tuttavia non appena posso mi faccio raccontare cosa succede in quella città e nei villaggi circostanti, perché credo sia importante tenere una finestra aperta su quell’angolo di mondo, non come semplici spettatori, bensì come artefici di un sostegno che può fare la differenza. Quest’anno la chiusura delle scuole ha privato bambini e ragazzi dell’unico pasto su cui potevano contare, facendo riaffacciare lo spettro della fame mai debellata. E proprio per rispondere a questa necessità, che è ormai diventata un’emergenza, un gruppo di volontari della parrocchia di San Giorgio a Chirignago (il gruppo cuochi del “Magna&Bevi”) ha proposto al parroco don Roberto Trevisiol e all’associazione di organizzare un pranzo, aperto a tutti, per raccogliere fondi.

Un momento di allegra convivialità che dimostra che, se una comunità decide di mobilitarsi in favore di un’altra, le distanze si annullano e la speranza si moltiplica. E allora perché non lasciarci “disturbare” più spesso dalla sofferenza altrui?

Le periferie esistenziali
di don Sandro Vigani

Continua il nostro approfondimento in vista dell’arrivo in città del Papa, Sia annunciato per il prossimo anno.

Parla molto di periferie, papa Francesco. Continua a dire con tenace insistenza che la Chiesa deve uscire, mettersi in cammino, incontrare gli “scartati”, quelli che nessun’al-tro vuole incontrare perché poveri, sporchi, ammalati… 0 forse soltanto perché con la loro presenza silenziosa danno fastidio: sono un dito puntato verso chi sta bene, un pugno sullo stomaco verso quanti anche nella comunità cristiana non sanno nemmeno cosa siano le periferie perché non ci sono mai stati o da tempo ne hanno smarrito l’indirizzo. Parla di periferie esistenziali. Gli fa paura una Chiesa chiusa in se stessa, autoreferenziale, che non sa andare dove c’è sofferenza, sangue versato, miseria economica ed intellettuale. Gli fa paura una Chiesa mondana, che si ritrae timorosa o presuntuosa di fronte al mistero del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza. Parla delle periferie, papa Francesco…

Dove è sicuro che Dio ha tirato su la sua casa. Le sue parole stupiscono, a volte scandalizzano o provocano

reazioni piene di sussiego, spesso destano interrogativi. C’è chi, anche nella Chiesa, si volta dall’altra parte e vorrebbe insegnare al Papa il suo mestiere; chi è certo che l’insistenza di Francesco nasca dalla sua appartenenza alla Chiesa dell’America Latina, dove le periferie ci sono davvero e sono fatte da bidonville sterminate: Bergoglio sbaglia bersaglio, dicono, confonde il mondo e la Chiesa con la sua terra d’origine. C’è chi lo accusa di fare del pauperismo un po’ ideologico. C’è, infine, chi si domanda cosa intenda veramente papa Francesco con la parola “periferie”. Per queste persone credo possa essere illuminante l’intervista che il Papa ha dato alla rivista di una bidonville argentina, Villa La Carcova, nel dipartimento di Leon Suàrez, un mucchio di case spuntate cinquant’anni fa attorno all’ultima stazione della ferrovia che portava a Buenos Aires. La rivista è La Carcova News, gestita da ragazzi, e le domande sono state raccolte dai ragazzi. Gli chiedono cosa intenda per “periferie”. Risponde: “Quando parlo di periferia, parlo di confini.

Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. Una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato”. La periferia non è soltanto una faccenda geografica, dice il Papa: è prima di tutto una questione di punto di vista. Occorre decentrasi per guardare la realtà in profondità se si vuole coglierne il cuore. Chi sta in se stesso, chi è chiuso, finisce per riflettere il mondo nello specchio delle proprie idee ed emozioni. Finisce per guardare se stesso! Perciò uscire e andare nelle periferie, non vuol dire soltanto andare tra gli ultimi, tra quelli che la città scarta come rifiuti e getta negli immondezzai della storia.

Certo, l’incontro con loro è in un certo senso privilegiato, perché ci proietta immediatamente al di fuori di noi stessi. Di fronte a loro non è possibile barare: ci fanno fare verità. Ci fanno cambiare la prospettiva con la quale accogliere la vita. Ci fanno incontrare Dio, perché Lui abita tra chi è stato abbandonato dagli uomini. Ma periferie sono anche le case dei ricchi, che hanno fatto del possesso un idolo. Periferie sono le folle di giovanissimi ai quali il mondo occidentale toglie ogni punto di riferimento e senso di appartenenza. Sono quelli che oggi perdono il lavoro e con esso la speranza. È la Chiesa, quando si fa autoreferenziale e pretende un Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire. Le periferie sono accanto a noi, nella nostra città e comunità cristiana, nella nostra casa, dentro di noi. Per incontrarle e in esse incontrare il Cristo, occorre mettersi dall’altra parte, cambiare prospettiva, vestire gli abiti, condividere il cuore, di chi vive in qualunque periferia del corpo e dell’anima. (3/continua)

La testimonianza

Il ricovero all’ospedale
di Laura Novello

Finalmente è tornata a casa. I ragazzi dell’ambulanza ce l’hanno riconsegnata, nel freddo di questa mattina, ben avvolta nella sua vestaglia e ben “impacchettata” in vari strati di coperte. L’hanno sistemata sulla sedia montascale con la delicatezza con cui si maneggia un gingillo di vetro di Murano o una creatura appena nata. “Contenta signora? Siamo a casa!, Adesso vedrà che va tutto bene!”, l’hanno rassicurata mentre la mettevano a riposare. E, prima di salutarla, un bacio, come alla loro nonna. “Perché proprio a me?”, diceva quindici giorni orsono quando un’altra ambulanza, quella del 118, l’aveva prelevata con urgenza da casa. “Perché?”. L’infermiera strinse la sua mano fra le sue, le accarezzò i capelli e disse quella frase così bella, così dolce, che lei non potrà più dimenticare: “Chi siamo noi per giudicare? Noi possiamo solo accogliere. E quando non capiamo, dobbiamo affidarci alla fede. Non abbia paura, pianga cara, se ha voglia di piangere. Si sfoghi, non abbia vergogna, le lacrime fanno bene”. Dell’Angelo c’è chi parla bene e chi parla male. Noi del personale dell’Angelo non possiamo che dire bene. Quel giorno, quando siamo arrivati al Pronto soccorso, ricordo un’attenzione immediata e scrupolosa. Poi furono lunghe ore, perché tanti eravamo: malati, feriti, parenti in apprensione, in un trambusto di lettighe che andavano e venivano. Sofferenza, pianto, stanchezza in attesa di un referto, di una decisione, di un letto.

Tutti di corsa, senza un attimo di respiro, camici bianchi, camici verdi, portantini, infermieri, medici, sempre tutti gentili e disponibili.

E finalmente il ricovero. Di questi quindici giorni all’ospedale a lei, a me, resterà, aldilà della immobilità e della sofferenza, una somma di ricordi: l’andirivieni del personale per le pulizie (“Può uscire per favore?”), degli infermieri addetti ai medicinali, del cambio lenzuola (“Le dispiace aspettare fuori?”), degli addetti al menù (“Ma siamo in albergo?”), degli addetti al pranzo (“Guardi che scotta!”) e soprattutto delle scrupolose visite dei medici (“Vuole accomodarsi par favore?”). Fra una “visita” e l’altra, dialoghi, lunghi ricordi di famiglia, progetti per il rientro. E poi gli ascensori, il bar, le macchinette del caffè, i panorami dall’alto, attraverso gli immensi finestroni, sulle nostre Prealpi imbiancate, il meraviglioso giardino, il giovane pianista fra le piante tropicali ai piedi dello scalone, la preghiera alla Madonna nella chiesetta dell’ospedale, dove l’animo si rilassa e si acquieta. Certo anche il malato deve fare la sua parte: portare pazienza, tanta pazienza e ancora pazienza. Anche per questo suo merito, la nostra paziente ha avuto tanti sorrisi, tanto amore e i più bei complimenti: “Per noi è una gioia avere un’ammalata come lei!”. Un’avventura dolorosa, come dolorosi sono tutti i ricoveri all’ospedale, dove lo spavento, l’apprensione, l’allontanamento dai tuoi cari, dalle tue cose, fanno correre il cuore e crescere l’angoscia.

Adesso siamo a casa. Non resta che affidarci alla volontà di Dio e aspettare con pazienza il recupero. Un grande grazie riconoscente va a tutto il personale del reparto di Geriatria dell’ospedale dell’Angelo.

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