Da “COMUNITA’ E SERVIZIO” – 5 novembre 2017

Da “COMUNITA’ E SERVIZIO” – 5 novembre 2017
settimanale della parrocchia di San Giuseppe di viale San Marco

Don Natalino, il parroco, mette il dito sulla piaga delle collaborazioni pastorali che arrischiano di rimanere a livello formale se non si accresce lo slancio e il coraggio di andar oltre a qualche piccola e marginale iniziativa fatta assieme.

Mi pare positivo il coraggio di questa denuncia fatta con spirito costruttivo.

Interessante poi come sempre l’articolo di Alessandro Seno nella rubrica “Uno sguardo sulla settimana”. Questo bravo giornalista parrocchiale, partendo dal centenario della disfatta di Caporetto, invita a rimeditare questo dramma per coglierne tutti gli insegnamenti. Un tempo si insegnava a scuola che “la storia è maestra della vita”; purtroppo dobbiamo constatare che pochi, troppo pochi, capiscono questa lezione importante.

don Armando

AMARE LA CHIESA
di don Natalino Bonazza

Di questi tempi un velo di grigia rassegnazione rischia di penetrare nella vita delle nostre comunità. Diciamolo chiaramente senza girarci attorno: la collaborazione pastorale è sì accettata, ma al di là di qualche vantaggio funzionale non si è ancora accesa una passione condivisa. E’ più facile notare i limiti, che sostenere pazientemente i passi di un cammino di comunione.

Noi preti riceviamo comprensione e talora compatimento, dato che è evidente: risultiamo più indaffarati di prima. E quando ti chiedono «come farai adesso?», ti rendi conto che finora la collaborazione viene vista e trattata come una questione di preti. Sono meno di prima, adattiamoci al meglio.

Mi sembra una prospettiva da divano per molti e da scrivania per alcuni, mentre questo è per tutti tempo di alzarsi in piedi e muoversi. Verso dove? Prima di tutto gli uni incontro agli altri, uscendo dai piccoli castelli, in cui siamo arroccati. Che cosa ci blocca? La torre di chi non sa ascoltare perché sa già tutto, il fossato del sì è sempre fatto così, il ponte levatoio di chi pone condizioni per aprire e pure la merlatura di chi vuole comunque apparire in cima…

Davvero, nella «crisi dell’impegno comunitario» ci siamo dentro fino al collo: sarà utile confrontarci con le indicazioni date da Papa Francesco nel capitolo secondo di Evangeli! gau-dium. Occorre continuare a pregare per aprirci alla grazia dell’incontro fraterno, per dedicarci al servizio vicendevole e per gustare la gioia di essere popolo di Dio. Insomma per saper amare la Chiesa e renderla amabile.

UNO SGUARDO SULLA SETTIMANA
a cura di Alessandro Seno

Mentre sto scrivendo queste righe sta per finire la giornata di martedì 24 ottobre ed è una data se non storica almeno importante: 100 anni fa precisi avveniva la più disastrosa sconfitta militare dell’Italia durante la I Guerra Mondiale, quella oramai divenuta proverbiale di Caporetto.

Le divisioni schierate sul fronte friulano furono spaccate in due dall’esercito austro-tedesco che si aprì una via d’entrata nella penisola che fortunatamente venne chiusa a Vittorio Veneto e lungo il fiume Piave un anno dopo.

Fu una tragedia militare e ancor più umana dove assieme ai soldati morti bisognò contare anche l’incredibile terrore provato da tutto il territorio italiano nel sentirsi “violato ” dallo straniero, assaporando la paura di famiglie private della parte maschile in guerra e che si trovarono il nemico non alle porte ma già dentro casa!

Stupisce come nel giro di qualche giorno i soldati tricolori, spossati da anni di trincee e condizioni igienico-sanitarie spaventose, passarono dalla quasi vittoria del conflitto alla disfatta assoluta. Svariati libri e qualche trasmissione televisiva stanno giustamente rievocando questa pagina grave della nostra storia, esponendo i fatti accertati, ipotizzando cause e schierandosi chi a favore dei vertici militari dell’epoca, chi contro. Tutti comunque sono d’accordo sul fatto che se non ci fosse stata Caporetto non ci sarebbe nemmeno stata la leggendaria resistenza dell’ anno successivo che cambiò per sempre la percezione del popolo italiano il quale da quel momento in poi si sentì nazione unita.

È meritorio che se ne parli e che ci sia interesse riguardo a tali avvenimenti, ancor di più in questi grigi periodi funestati da segnali di guerra che non dovrebbero neanche affiorare nei peggiori incubi dei potenti mondiali. E invece ci preoccupiamo di aerei bombardieri in pre-allarme, di test missilistici a lunga gittata, di uomini al potere più legati al proprio testosterone che non all’intelligenza e al dialogo.

Se lasciamo che la Storia passi senza farne tesoro e bagaglio per il futuro allora sì che hanno ragione i giovani chiamandola “muffa antica”; bisogna saper trarre consiglio dal passato senza per questo guardare continuamente indietro ma utilizzandolo come trampolino per salire verso un avvenire migliore. Sembra invece che le tragedie, gli orrori e le bestialità di un tempo servano puramente per una fruizione distorta e offensiva del presente, basti solo accennare a quei tifosi e al loro uso di un’ icona come Anna Frank… non credo serva aggiungere altre parole.

Non si riesce ad imparare dai propri errori e si continua a commetterli (quasi) nello stesso identico modo, solo che se adesso ci fosse un conflitto le conseguenze mondiali sarebbero inimmaginabili, credo si possa parlare di distruzione della terra.

E un pensiero del genere non ti fa fermare?

Ben vengano allora articoli e servizi su come la guerra ci ha cambiati, spero possano sensibilizzare chi gioca in maniera malsana con la vita di tutti noi!

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