Da “Comunita’ parrocchiale della SS. TRINITÀ” del Terraglio ” – 5 novembre 2017

Da “Comunita’ parrocchiale della SS. TRINITÀ” del Terraglio ” – 5 novembre 2017
settimanale della parrocchia omonima

Il parroco, ex preside del liceo classico Franchetti, dedica la sua rubrica “Questo nostro tempo” al referendum della Regione Veneto. L’articolo è quanto mai interessante perché don Angelo inquadra questo evento nel contesto storico che riguarda la nostra regione, si mostra favorevole ad una certa autonomia senza che essa comprometta l’unità d’Italia.

Il settimanale riporta pure l’intervento di un certo Simone Carrraro, intervento che non riporto perché rancoroso e astioso nei riguardi di Renzi, comunque poco in sintonia con un foglio di ispirazione cristiana.

don Armando

Domenica 5 Novembre 2017 trentunesima del tempo ordinario

Questo nostro tempo

L’attuale situazione del Veneto non si spiega tutta con la presa di posizione del voto sull’autonomia, voto decisamente ampio, quasi plebiscitario, che richiede un esame ed una valutazione attenta di fronte alle richieste della gente di questa regione. A scanso di equivoci dichiaro di essere andato a votare e di aver votato sì.

L’ampio consenso ottenuto con il referendum è dovuto certamente alla volontà popolare ma anche a questo governatore che è intelligente e furbo: è diplomato in enologia e non a caso proviene dalle terre del prosecco. Le radici della richiesta di autonomia sono lontane e spesso tornano alla memoria: qualche volta con un semplice sapore nostalgico e talora come richieste di identità del popolo veneto. Ci accomuna la nostra parlata: si tratta del cosiddetto dialetto veneto, che in realtà è una vera e propria lingua, con modulazioni ed articolazioni diverse ma che si ritrova tutto nel parametro del veneziano.

La Serenissima, estesa dall’Adda al Friuli, aveva dominato l’Adriatico per mille anni ma quando Napoleone nel 1797 la fece cadere era ormai decrepita perché purtroppo nell’ultimo periodo era stata gestita in modo pessimo; allo scintillante ‘700 veneziano corrispondeva un vuoto sociale e politico.

Uno scossone venne dai francesi napoleonici seppur per breve tempo. Al Congresso di Vienna non si parlò della ripresa della Serenissima e l’Austria tornò dominante e sinceramente per una cinquantina d’anni sembrò che godesse di un giudizio di buon governo, anche se la storia ci presenta il grande segno veneziano di protesta del 1848.

Il problema vero e proprio è apparso nel 1866 allorquando l’Italia, ormai regno unitario dal 17 Marzo 1861, intendeva annettere anche il Veneto. Questa terza guerra di indipendenza fu del tutto disastrosa per l’Italia, che ottenne il Veneto nonostante avesse perduto la guerra sia per terra che per mare. L’esercito italiano apparve per molti versi ridicolo; è facile capire che un esercito deve essere condotto da un comando unitario; invece a guidare l’esercito italiano il re nominò due generali, Lamarmora e Cialdini, che invece di unire le forze contro gli Austriaci si infliggevano colpi a vicenda.

La situazione per mare fu altrettanto disastrosa; basterà accennare alla sconfitta di Lissa ove le navi italiane fecero sostanzialmente una pura comparsa.

Per consegnare il Veneto all’Italia l’Austria dovette ricorrere all’escamotage di dare la Regione alla Francia di Napoleone III, che poi la consegnò all’Italia. Sembra che i parroci di sottobanco mormorassero per restare sotto l’Austria con la motivazione che il Re Vittorio Emanuele II era stato scomunicato da Pio IX mentre l’Imperatore Francesco Giuseppe appariva un re profondamente cattolico.

Il Veneto da allora è stato considerato terra povera e di migranti.

E’ notorio che Mussolini inviò in Libia molti veneti e molti abruzzesi e sottovoce dichiarava che questi erano gli unici italiani che avevano voglia di lavorare. Il grande riscatto avvenne nel dopoguerra anche con il concorso del confluire di tanti soldi dei migranti del Sudamerica, del Belgio, della Germania; ma soprattutto il grande benessere si sviluppò con la piccola e media impresa che ricoprì buona parte del territorio veneto.

Basta percorrere la Pontebbana per rendersi conto della vivacità imprenditoriale del mondo veneto. A tutt’oggi appare evidente che il Veneto non può e non deve compromettere l’unità d’Italia ma può rivendicare un’autonomia che consenta al grande lavoro, che vi si sviluppa, di godere dei frutti.

Staremo a vedere come si realizzeranno le richieste della votazione quasi plebiscitaria di domenica scorsa. Intanto c’è da sperare.

don Angelo Favero

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