Da “LA VOCE NELLA RIVIERA” – 22 ottobre 2017

Da “LA VOCE NELLA RIVIERA” – 22 ottobre 2017
settimanale delle parrocchie Sacro Cuore di Gesù, S. Pietro in Bosco e S. Maria Maddalena di Oriago

Il periodico di questa unità pastorale della riviera del Brenta si articola in sei facciate A4 e graficamente si presenta elegante e con brani contenuti.
Segnalo ancora una volta la rubrica “Pensieri in libertà di un parroco della Riviera” del coordinatore don Cristiano Bobbo. Ribadisco che queste confidenze, o queste riflessioni ad alta voce del parroco, le trovo una soluzione ottimale per aprire un dialogo vivo tra parroco e cittadini.
Riporto anche un articolo sulla Giornata Missionaria, però il periodico offre molto altro materiale che non riesco a presentare perché mi sono arrivati tre numeri contemporaneamente, ma mi riservo di farlo per il futuro.

 

Lungo il fiume
Pensieri in libertà di un Parroco della Riviera
di don Cristiano Bobbo

Carrelli pieni
In tarda mattinata sono entrato nel supermercato che si trovava sulla strada del mio rientro a casa. Non dovevo fare molti acquisti ma solo una lampadina per il confessionale da sostituire a quella bruciata. Ho individuato la corsia dedicata al genere di prodotto che cercavo e mi sono recato subito alla cassa per il pagamento. Benché le cassiere fossero molte, ho trovato lunghe file di acquirenti, uno dietro l’altro, ciascuno con il proprio carrello, in paziente attesa. Con la mia lampadina in mano mi sono accodato ad una coppia di mezza età che spingeva un carrello pieno oltre misura e in procinto di svuotarlo deponendo gli articoli sul nastro trasportatore. La gentile signora, accorgendosi della mia presenza, mi ha fatto cenno di passare avanti dicendo: “Passi pure! Ma è strano vedere qualcuno che non ha bisogno di usare il carrello per la spesa! Qui – come vede – facciamo a gara per averlo più pieno!”. “Grande carrello, grande famiglia” – ho risposto – “No, padre, siamo solo mio marito ed io! E di una buona parte di quello che vede qui, potevamo benissimo farne a meno. Ma quando ci si trova qui, ci si lascia prendere la mano…”. Ed è proprio questo lo slogan dominante ai nostri giorni: acquistare, accumulare, possedere, consumare. Ti convinci che puoi star bene solo se hai comprato, se disponi di beni (per lo più superflui) da ostentare o da accumulare nelle dispense e negli armadi di casa. Questo miraggio attira tutti, anche quelli che si arrabattano con risultati economici modesti. E accontentarsi di una semplice lampadina non è stato certamente frutto di un comportamento virtuoso ma soltanto provvidenziale mancanza da parte mia di una frequentazione assidua dei supermercati!

Libri per meditare
Sul mio comodino si danno continuamente il cambio i testi che accompagnano l’ultimo tratto della giornata prima del riposo notturno. Quella di leggere alcune pagine prima di addormentarmi è un’abitudine che conservo fin da ragazzo quando mi appassionavo dei classici della letteratura, soprattutto i romanzi. Questo appuntamento, garantito nel corso degli anni, mi ha educato alla riflessione, a meditare anche sulle poche pagine che la stanchezza della giornata concede ancora di assimilare prima che il sonno prenda il sopravvento. Sì, perché un conto è l’erudizione, che tra l’altro può sempre esser battuta da un computer, e ben diversa è la profondità che nasce appunto da assimilazione, elaborazione e riflessione.
Anche gli ultimi istanti del giorno che finisce, possono regalare, a piccoli sorsi, quella ponderazione, quel raccoglimento e quella capacità di giudizio che nel corso degli anni arriva a maturazione.

La luce della fede
L’appuntamento era fissato al termine della S. Messa serale, ma la coppia di genitori che dovevo incontrare per fissareil Battesimo della figlia, è arrivata in largo anticipo partecipando così anche alla celebrazione eucaristica. Non è stato un errore ma, volutamente, avevano messo in conto di far precedere la Messa al nostro incontro. E sono stati contenti di averlo fatto perché era da un po’ di tempo che non partecipavano alla preghiera della Comunità cristiana. Siamo poi rimasti insieme a riflettere sull’importanza del Battesimo nella vita del cristiano, sulla fede, sui loro progetti di genitori cristiani. Mi hanno chiesto di aiutarli a garantire uno sguardo positivo sulla vita anche quando le difficoltà e le prove si fanno sentire. E, ai nostri giorni, è facile lasciarsi vincere dallo scoraggiamento e dal pessimismo.
Esso sboccia dalla consapevolezza di essere immersi in una storia segnata dal peccato, di avere un cuore attratto dal male, di vivere in una società marchiata dall’ingiustizia. Eppure dentro lo scenario oscuro che avvolge la nostra storia, questi giovani genitori sono venuti a chiedere il Battesimo per la loro creatura, quasi a voler vincere la rassegnazione e far prevalere la certezza di una presenza salvatrice, quella di Cristo, che è giunto in quel groviglio per districarlo. È questa la convinzione semplice ma determinata di questi genitori che aprono il cuore alla speranza e alla certezza di non essere abbandonati. Ringrazio il Signore che questa sera, al di là di ogni previsione, li attendeva alla sua mensa per ravvivare la loro speranza!

La missione, il gruppo sposi e l’esperienza di fede in Colombia

Sabato 7 ottobre il gruppo sposi di San Pietro ha incontrato padre Daniele Zarantonello e padre Diego vivendo un momento forte di confronto con l’esperienza di fede in Colombia, raccontata da due testimoni speciali. Padre Daniele, fratello della “nostra” Marcella, è missionario comboniano in una parrocchia di circa 25.000 persone a Tumaco, nel sud della Colombia. Come si è autodefinito, lui è un “gringo” (straniero). Padre Diego, sacerdote colombianoche opera nella diocesi accanto a quella di padre Daniele, sta svolgendo a Roma un triennio di studi in materie sociologiche. Tumaco è una cittadina sulle coste dell’oceano Pacifico, caratterizzata dalla presenza di molto verde e da una configurazione che rende necessario utilizzare quale mezzo principale per raggiungere le varie comunità la canoa. Dal punto di vista naturalistico è un piccolo angolo di paradiso, ma narcotraffico, ingiustizia sociale e corruzione creano una situazione molto difficile da gestire. La popolazione, discendente dagli schiavi deportati dall’Africa, è per la quasi totalità nera: in loro è incisa in modo indelebile l’eredità della schiavitù, ma è crescente sempre più la voglia di riscatto in una società che vorrebbe tenerli ai margini (sulla loro carta di identità è scritto lo stato sociale di appartenenza, in una scala che va da 1 a 6). L’impegno di padre Daniele è quello di “non essere come loro, ma se stesso al loro servizio”: questo è il suo modo di essere testimone di Cristo nella vita di tutti i giorni. A partire dal saper rifiutare gli aiuti per la parrocchia provenienti da soldi del narcotraffico (seppure tra i mille e più bisogni che ci sono). La missione è “dare e comunicare vita”, in mezzo ad un popolo che va conosciuto bene prima di essere giudicato con l’occhio dell’uomo e del cristiano europeo. In questo si sente molto confortato ed aiutato dal pontificato di Papa Francesco, che ovviamente conosce bene realtà come quella vissuta a Tumaco. Lo sforzo è rivolto in modo particolare verso i ragazzi, per offrire loro delle alternative valide ed appetibili rispetto a quella di entrare nei gruppi armati. Borse di studio all’università, momenti di aggregazione sportiva, … sapendo bene che a causa della guerra civile consumatasi in questi anni tantissimi uomini sono stati uccisi e spesso le famiglie sono rette dalle donne. Le donne rivestono anche il ruolo di catechiste nelle varie comunità che formano la parrocchia: sono loro che ricevono settimanalmente via radio da padre Daniele la riflessione sulle letture da proporre alla comunità la domenica, visto che il sacerdote non può essere presente ovunque ed a volte passano mesi (o addirittura anni) prima che riesca a recarsi in ogni comunità. Sono le stesse catechiste che battezzano i bambini con l’acqua, in attesa che un sacerdote abbia occasione di passare in parrocchia e “completare” il battesimo con l’unzione (lì chiamata “oleo”). Padre Daniele ci ha spiegato come lo scopo ultimo dei suo essere missionario è quello di strutturare la parrocchia per poi lasciarla in mano al clero ed alla comunità locale, per poi andare in una nuova realtà e ricominciare di nuovo. Un messaggio di grande speranza ci viene dal popolo Colombiano: pur tra le tante difficoltà e contraddizioni di ogni giorno, si vive sempre con quel sorriso sulle labbra che nel nostro mondo occidentale spesso non è presente sui nostri volti. Con questi due testimoni abbiamo avuto modo di condividere anche la celebrazione della messa, assieme alla comunità, ed una buona pizza in allegria… concludendo la giornata di festa con il rinnovo delle promesse sponsali ed un significativo saluto in spagnolo.

di Elisabetta e Gionata Asti

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