Da comunità parrocchiale “SS. TRINITÀ” – 1° ottobre 2017

Da comunità parrocchiale “SS. TRINITÀ” – 1° ottobre 2017
periodico della parrocchia omonima del Terraglio

Il dottor don Angelo Favero, già preside al Franchetti, nella consueta rubrica “Il nostro tempo”, tiene la sua “lectio magistralis” sul problema attualmente dibattuto dello “Jus soli”.

Faccio questa presentazione quanto mai seriamente perché sono convinto che ognuno debba mettere a disposizione della comunità quanto di meglio possiede. Il saper quindi che esiste in città un periodico che affronta ogni settimana, in maniera seria e documentata, argomenti che interessano l’uomo di oggi, mi pare rappresenti una ricchezza che non si debba trascurare.

Nello stesso numero di questo periodico c’è pure un intervento di Graziano Duso che afferma una verità che credo siamo in moltissimi a non conoscere. Il Duso afferma che gli interventi dell’uomo – fabbriche, automobili, termosifoni, ecc., – incidono solo per il 10% sulle variazioni del tempo e che tutto il resto dipende invece da fattori ancora imponderabili. Questa notizia ci libera almeno dal senso di colpa di essere noi gli assassini dell’atmosfera e chi ruba la possibilità di vivere agli uomini del domani. Non è veramente poco!

Questo nostro tempo

Non parlerei né di ius soli né di ius culturae, ma semplicemente di “diritto di cittadinanza”. Il concetto di cittadinanza trae origine dalla cultura della romanità, dalle radici più profonde della nostra civiltà latina; si tratta di un concetto fondamentale in base al quale una persona viene riconosciuta di diritto appartenente alla società del Paese in cui abita e opera; questo diritto impone ovviamente corrispettivi doveri. Il concetto ha trovato la sua piena applicazione nel diritto romano fin dalle origini dell’Impero e si è sempre più esteso, anche (e spesso soprattutto) per motivi finanziari, a partire da Augusto; si trattava di un concetto in base al quale il mondo si divideva in cittadini romani e tutti gli altri che spesso coincidevano con i cosiddetti barbari. Pensiamo all’orgoglio di s. Paolo che quale “civis romanus” vantava il diritto di appellarsi al tribunale di Roma.
Questo concetto ha trovato pienezza di significato nel periodo illuministico settecentesco e piena applicazione nella rivoluzione francese allorquando tutti, uomini e donne, dal re all’ultimo dei contadini, godeva dell’appellativo di “cittadino”. In questi giorni stiamo assistendo in Italia allo scontro politico tra chi intende dare il diritto di cittadinanza a ragazzi e adolescenti nati e scolarizzati presso di noi e chi invece intende ostacolare questa legge di civiltà.
Provo a dare in modo indicativo una sintesi di quanto prevede questa legge già approvata alla Camera ed in attesa di essere approvata al Senato. Va chiarito innanzitutto che questa legge non prevede alcun automatismo per cui non è che diventi cittadino italiano qualunque giovanotto che sbarchi sul nostro suolo e venga qui a fare il bellimbusto senza alcun impegno di studio o di lavoro.
Dapprima la legge stabilisce che acquista la cittadinanza chi è nato nel territorio italiano da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia in possesso del diritto di soggiorno permanente e per gli extracomunitari il requisito decisivo è il soggiorno in Italia per almeno cinque anni e il possesso anche di altri tre requisiti: reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, alloggio idoneo a termini di legge, superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.
Da tale permesso sono esclusi gli stranieri pericolosi per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato. Inoltre la legge prevede anche un’altra strada per il riconoscimento della cittadinanza ai minori stranieri, in cui emerge in primo piano il fattore formativo (si parla infatti di ius culturae).
Ne sono beneficiari gli stranieri nati in Italia o entrati entro il compimento dei dodici anni, a cui viene riconosciuto il diritto alla cittadinanza italiana qualora abbiano frequentato regolarmente un percorso formativo di almeno cinque anni nel territorio nazionale. Infine è prevista una terza via con elementi di novità che però non introduce un diritto, ma rientra nel campo della concessione della cittadinanza, quella che comunemente si chiama “naturalizzazione”.
Si tratta di un provvedimento discrezionale per cui la cittadinanza viene concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del ministro dell’Interno e che va richiesto al prefetto o all’autorità consolare.
I potenziali beneficiari sono gli stranieri arrivati in Italia prima della maggiore età e legalmente residenti da almeno sei anni. Condizione di base è la regolare frequenza di un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso istituti del sistema nazionale d’istruzione, o di un percorso di formazione professionale, con il conseguimento della relativa qualifica. Tutto questo appare del tutto normale, anzi sembra un chiaro appello cristiano e decisamente umano. Questi gli interrogativi che qualche giorno fa poneva il direttore di “Avvenire”: “Chi e perché vuol mettere paura agli italiani? Chi e perché prova in tutti i modi a istillarci l’idea che la nostra civiltà non sia più buona né “contagiosa”? Chi e perché vuol farci vivere nella chiusura e nella grettezza, in modo da non generare più figli, né dai nostri lombi né grazie alla nostra cultura e al nostro spirito? Chi vuol convincerci che la cittadinanza sia un immeritato stato di grazia, ereditato come una cosa, e non una conquista e riconquista, fatta di diritti e doveri onorevoli e onorati?

Angelo Favero

Caro don Angelo,
In questa estate caldissima e siccitosa, con successivi nubifragi, si sono moltiplicati i proclami sui cambiamenti climatici e sulle colpe di Trump, reo di aver rifiutato gli accordi di Parigi. Eppure il clima globale dipende solo marginalmente dall’uomo, forse il 10%. Si ignora il 90% dovuto a variabilità naturali (attività solare, raggi cosmici, oceani, vulcani ed altre emissioni naturali, ecc.) e ci si accanisce sulla responsabilità umana, col supporto di modelli matematici privi di credibilità scientifica. Sono approssimativi, hanno un numero enorme di parametri liberi e soprattutto non hanno conferma sperimentale. Infatti tutte le previsioni fatte finora, di assurdi innalzamenti di temperatura, sono state puntualmente smentite. John von Neumann, fondatore di questo tipo di matematica, diceva che con soli 4 parametri liberi è possibile costruire un modello matematico per dimostrare che gli elefanti volano. La conferma sperimentale è indispensabile, da Galileo in poi, per il sigillo di scientificità. Quando entra l’ideologia e soprattutto tanti soldi, qualsiasi stramberia diventa scienza. Gli eventi atmosferici estremi hanno sempre fatto paura, perché siamo incapaci di governarli. In epoche precristiane si scongiurava questa paura con i sacrifici (anche umani) agli dei. Poi Gesù dimostrò la capacità di governare gli eventi estremi affidandosi a Dio, creatore e custode della natura. Il paganesimo attuale rifiuta Dio e sostituisce i sacrifici agli dei con i sacrifici economici all’IPCC, l’agenzia ONU sui cambiamenti climatici, che ha la presunzione di determinarli scientificamente. Chi pretende di usare la ragione e non si adegua, diventa ideologicamente colpevole degli eventi climatici estremi.

Graziano Duso

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