Affaticamento e depressione

Da LETTERA APERTA – 9 luglio 2017
periodico della parrocchia dei santi Gervasio e Protasio di Carpenedo

Vado riscontrando che in molti foglietti parrocchiali si pubblicano dei commenti al Vangelo festivo presi da autori qualificati, normalmente preti validi, anche se spesso destinati più agli “addetti al lavoro” che ai semplici fedeli. La parrocchia di Carpenedo pubblica invece ogni settimana un commento di un “parrocchiano adottato”, il signor Plinio Borghi. Mi pare che questi commenti siano sempre più consoni alla lunghezza d’onda della sensibilità, cultura religiosa della nostra gente. Possibile che in una parrocchia di tre-quattromila abitanti non si possa trovare uno o più fedeli che si dedicano a questo compito?

MEDITAZIONI IN LIBERTÀ
dalla liturgia all’attualità
di Plinio Borghi

Affaticamento e oppressione sono la conseguenza di un arrivismo esasperato, che non tiene conto dei limiti personali, ma punta sempre più in alto, alimentando così un improprio stato di tensione che finisce per sfociare come minimo nello stress, se non anche, in presenza di cocenti delusioni, nella depressione patologica. Sono sintomatologie che caratterizzano in particolare l’era moderna, nella quale si impostano i propri obiettivi in termini di rivalsa generalizzata: tutti hanno diritto a tutto; no alla meritocrazia; no a processi selettivi, con la scusa che finiscono per premiare i predeterminati (lecchini e raccomandati); si all’egualitarismo, che poi diventa sinonimo di appiattimento. E siccome è insito nella natura umana essere competitivi, va sempre a finire che la maggior parte si adagia sull’utopia, non migliora e ne esce sconfitto e demoralizzato. In un guizzo di orgoglio tenta pure di dare la colpa agli altri, al sistema o all’ambiente (lavorativo, scolastico o sociale che sia). Forse una volta poteva anche essere così, specie quando, come ai tempi di Gesù, mancava qualsiasi presupposto di partecipazione ai processi formativi e decisionali. Eppure anche allora il nostro puntuale Maestro si peritava di insegnare: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Ecco, due qualità che oggi sono pressoché assenti e soppiantate dall’aggressività e dalla presunzione. Qui non si tratta di essere schivi o permeati di falsa modestia, bensì di vivere le proprie capacità e la propria bravura con quel briciolo di mitezza e di umiltà che le rendono accettabili e riconosciute agli occhi di tutti. Sono l’unico veicolo per ottenere quell’autorevolezza che diventa vero servizio alla causa e aiuto a far sì che ognuno conti per quello che vale e sia incentivato a rendere il massimo. Sono doti che fanno luogo alla vera uguaglianza, che è l’opposto dell’egualitarismo. San Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci dice che non dobbiamo essere sotto il dominio della carne, ma dello Spirito che abita in noi, che ci rende fratelli e solo al quale dobbiamo essere tributari. Se poi nel rapportarci con gli altri qualcosa va comunque storto (e va, perché siamo anche deboli e deviati dai vizi di cui si diceva sopra), abbiamo sempre il nostro asso nella manica che è Gesù, pronto a risollevarci e a rimetterci in carreggiata: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”, ci dice al vangelo. Ciò che dovremo dare in cambio è nulla, rispetto al sollievo che senz’altro ricaviamo.

Plinio Borghi

 

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