Non lasciatevi rubare la speranza

Una delle frasi ricorrenti nei discorsi di Papa Francesco, oltre a quelle che si riferiscono alle “periferie” delle nostre città, della nostra cultura, della nostra chiesa ed altre infinite esortazioni a credere nel Dio della misericordia, è quella ribadita spesso con convizione di “non lasciarci rubare la speranza”.

Papa Francesco, a differenza di tantissimi pontefici, pur santi, è un Papa del tutto declinato al positivo, e sta finendo per passarci alcuni principi “chiari e distinti”.

L’ammonimento del Pontefice a non farci rubare la speranza dai pessimisti, dai burocrati, dai politici corrotti, dagli ecclesiastici di mestiere e dai nichilisti del nostro tempo, è per me, e penso per l’umanità, uno dei regali più belli e più preziosi ch’egli ci possa fare.

Ho la sensazione che questo seme sparso con tanta convinzione e tanto coraggio, stia mettendo radici e qualche germoglio anche in me, piuttosto fragile e pessimista. Chiedo a voi miei amici di darmi un minuto per confidarvi come ho felicemente scoperto che la semente del Papa pare stia attecchendo anche nel mio animo.

Il discorso è povero e quasi banale, però per me è stata una felice scoperta.
Eccovi la piccola storia: in una delle mie rarissime visite a mio fratello Roberto ho notato che aveva in giardino un arbusto fiorito con delle campanule bianche, gialle e rosa che pendevano dal ramo con la testa all’in giù. Amante delle piante, ne chiesi un paio a mio fratello, appresi poi in seguito ch’erano piante lacustri e che non sopportavano ne il sole ne il gelo. Queste piante da un paio d’anni rallegrano il parco del don Vecchi. L’autunno scorso, essendosi riprodotte in esubero, pensai di non portarle dentro casa ma di lasciarle accostate ad una parete a sud, protette dal tetto e dai poggioli, sennonché mi accorsi che erano state bruciate dal ghiaccio.

La cosa mi dispiacque quanto mai, ero amareggiato di non poter più godere di quel bel fiore. Sennonché suor Teresa, nel cui cuore il germe della speranza del Papa ha attecchito più che nel mio, mi rassicurò che il gelo non aveva intaccato le radici. Cosicché tagliai il fusto esterno e misi al sole questi vasi con i soli monconi di ramo, apparentemente secchi.

A metà maggio, con i primi tepori primaverili spuntarono dei germogli, che ora sono quanto mai rigogliosi. Ogni volta che guardo questi vasi mi pare che mi ripetano: il secco, il guasto è quello che appare, ma nel cuore della nostra gente le radici cristiane prima o poi metteranno germogli!

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