L’Alto Adige

Forse i lettori de “L’incontro” ricordano una certa maretta che è nata e che si è manifestata sul nostro periodico tra una nostra cara collaboratrice e due coniugi anch’essi nostri preziosi collaboratori.

La prima, pur passando lunghissimi mesi in Alto Adige, terra che ama ed ammira, contemporaneamente nutre forti sentimenti patriottici che le rendono difficile accettare quel rifiuto per gli italiani che si respira ancora oggi tra quei monti.
I secondi, nati tra quei monti, si sentono fortemente partecipi delle aspirazioni di quella gente di montagna che ama quanto mai la propria lingua, le proprie tradizioni e la propria cultura.

La prima sottolinea quelle aspirazioni di autonomia e quegli atteggiamenti che negli anni sessanta hanno generato scelte anche violente che hanno mietuto vittime innocenti e che non si possono giustificare in nessun modo né in Alto Adige né in altre parti del mondo, scelte che tuttora evidenziano forti riserve nei confronti di chi, italiano come loro, ha il torto di non essere nato in quel territorio.
I secondi invece rivendicano con forza la loro cultura e le loro tradizioni, nate da percorsi ed esperienze diverse dalle nostre, che affondano le radici nella storia della popolazione del Sud Tirolo anche se vivono in un territorio al di qua delle Alpi.

Qualche tempo fa questi secondi amici mi hanno regalato un volume di Sebastiano Vassalli dal titolo “Il confine – cento anni del Sud Tirolo in Italia”. La lettura molto interessante, piacevole e mi pare imparziale mi ha offerto una visione più obiettiva facendomi conoscere torti e ragioni degli uni e degli altri ma soprattutto mi ha riconfermato la convinzione che ogni popolo ha il diritto di rivendicare la propria autonomia stabilendo rapporti rispettosi con tutti.

Credo comunque che sia ora di smettere di rimpallarsi le responsabilità dei torti reciprocamente subiti nel passato e di cui, nessuna delle due parti è immune da colpe, e ricordare invece che per contendersi quel lembo di terra di grande bellezza naturalistica, molti giovani d’altri tempi e di varie nazionalità sono stati mandati a vivere prima una vita di stenti e poi a morire.

Questo è l’anno in cui ricorre il centenario della Grande Guerra e probabilmente è l’anno giusto per uscire da ogni spirale retorica e imboccare la strada della comprensione reciproca e della pacifica convivenza accettando le differenze come un patrimonio di ricchezza globale. In questo mondo globalizzato come è ancora attuale il tema del volume “La venticinquesima ora”, che ho letto molti anni fa e che stigmatizza il triste costume dei popoli più forti di imporre confini!

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