Il linguaggio dei preti

Il problema del linguaggio è sempre stato un grosso problema per gli intellettuali e la gente affine. Da sempre ho sognato e desiderato di parlare dei problemi religiosi con la lingua con la quale si parla al bar, al supermercato o in filovia, confesso che non ci riesco ancora.

Mi pare siano ben pochi i preti e meno ancora i vescovi che sappiano parlare la lingua parlata e non una lingua morta che ormai quasi nessuno capisce.

Fino al 1200, ai tempi di San Francesco, gli intellettuali parlavano latino, mentre già, non da decenni ma da qualche secolo, il popolo parlava un dialetto adottato pure dal poverello d’Assisi, che pian piano sarebbe diventato la nostra lingua, l’italiano.

Ci vollero secoli e secoli perché i preti mollassero la lingua nobile per adottare il linguaggio del popolo. Ancor oggi c’è qualche ecclesiastico nostalgico, che sarebbe tentato di suggerire al Papa o agli esperti dei dicasteri ecclesiastici di usare il latino, a parer loro, la lingua della chiesa. Io però non so di quale chiesa!

Quando cinquant’anni fa studiavo teologia ancora allora molti testi erano scritti in un “latinorum” che avrebbe fatto sdegnare Cicerone o lo stesso Cesare tanto era imbastardito. Però credo che il pericolo grosso per noi preti, che predichiamo da mane a sera, non è il latino, ma il linguaggio astruso, fuori commercio, di cui la gente fatica al massimo di capirne il significato vero, ma lo accetta supinamente, perché ormai ci ha fatto l’orecchio, senza coglierne i contenuti.

Qualche settimana fa mi è capitato di sentire, da un’emittente televisiva, una conversazione di un importante prelato. Non ci ho capito nulla! Un linguaggio formale e dai concetti astrusi e fuori corso!

Qualche giorno dopo, due tre persone, cattolici praticanti di diversa estrazione sociale e culturale, mi chiesero: “Ha sentito don Armando la conferenza del tal dei tali?” – “Perchè?” – ed ognuno confessava di non aver capito assolutamente niente!

Su “Famiglia Cristiana” scrivono grosse personalità dell’intellighentia cattolica, ma credo che l’unico che si fa intendere è don Mazzi, anche se talora non va proprio per il sottile con le parole.

S. Girolamo tradusse la Bibbia nella vulgatia, il latino del popolo, ora credo che dobbiamo fare un altro passo avanti scoprendo la “vulgatia” d’oggi!

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