Preoccupazione esagerata

Qualche tempo fa è morto don Gelmini, dopo una lunga malattia ed una vicenda giudiziaria che purtroppo non s’è conclusa proprio a causa della sua morte.

Questo prete, essendo stato accusato da parte di giovani drogati che egli aveva accolto nella sua comunità, aveva chiesto al Papa di essere ridotto allo stato laicale perché voleva provare la sua innocenza da cittadino normale e non aver sconti o difese supplementari per essere prete. Già per questo, se non fosse per l’opera veramente colossale a favore della gioventù, penso che meriti la stima e il rispetto di tutti.

Ora, in occasione della sua morte, sono stato quasi costretto a riflettere e ad onorare una certa serie di preti e di laici che hanno subito condanne ed hanno sofferto dalla Chiesa, a causa della loro appassionata ricerca della verità, o per un amore veramente radicale al prossimo, oppure ancora per un bisogno profondo di aiutare la Chiesa a porsi sul solco della storia e a dialogare col mondo di oggi.

Io non ne conosco che alcuni di questi cristiani e preti progressisti, però essi sono delle personalità forti, coraggiose, aperte al dialogo e in ricerca di nuovi e più ampi orizzonti. Mentre altri preti, che si nascondevano dietro vecchi canoni o dietro una tradizione chiusa e sorda al mondo, han ricevuto solo onori. Non oso condannare la gerarchia, perché l’amore alla Chiesa che di certo li animava, forse li ha resi eccessivamente prudenti, o forse succubi della pressione della maggioranza, che è di natura conservatrice, però reputo che certe testimonianze cristiane di uomini che potranno anche aver fatto qualche sbaglio per eccesso di zelo, vanno recuperate e, come si diceva in gergo politico, riabilitate. Perlomeno vanno sottolineati gli aspetti nobili e validi del loro modo particolare di amare la Chiesa.

I miei amici mi permettano di fare alcuni nomi di persone che hanno sofferto dalla Chiesa, pur avendola amata in modo così nobile e alto da servirla nonostante essa sia stata tanto pesante nei loro riguardi.

A don Gelmini, apostolo dei tossicodipendenti, debbo aggiungere don Zeno, il fondatore di Nomadelfia, la città il cui unico codice di vita è l’amore evangelico. Don Zeno, venutogli a mancare l’aiuto di un benefattore insigne, pieno di debiti a motivo dei suoi “figlioli”, chiese pure lui la riduzione allo stato laicale per far fronte alle sue difficoltà e per non coinvolgere la Chiesa.

Come non ricordare il nostro conterraneo di Pellestrina, don Marella, che fondò a Bologna la città dei ragazzi, che mendicava sulla pubblica via per dar loro da mangiare, e che fu espulso dalla Chiesa per aver ospitato un amico scomunicato per le sue idee moderniste.

E ancora, come non onorare la memoria di don Mazzolari, confinato nella piccola parrocchia di Bozzolo ed impedito di predicare; o don Milani, confinato in una comunità di quaranta persone nell’alto Appennino.

Purtroppo nella Chiesa non sono pochi i preti coraggiosi, intelligenti ed aperti al nuovo, messi da parte mentre tanta altra gente mediocre ed allineata ha avuto una carriera facile. Purtroppo anche nella Chiesa spesso predomina la paura del nuovo che invece porta con sé il volto del Risorto.

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