Ferragosto con i fagioli

Ho un fratello che ha undici anni meno di me che è subentrato nella piccola bottega di falegname che mio padre ha aperto più di settant’anni fa. In realtà, pure mio fratello ha chiuso l’attività circa un anno fa a motivo di un incidente sul lavoro, dell’età e soprattutto della tassazione impossibile da parte dello Stato.

Luigi, si chiama così mio fratello. E’ un po’ all’antica ed ha quindi una certa considerazione nei miei riguardi perché sono ormai il vecchio di casa. Determinato da questa mentalità, mi telefona abbastanza di frequente raccontandomi le cose di casa e del paese, realtà che – non so se per pigrizia o per vecchiaia – trascuro alquanto.

La sera dell’Assunta mi ha fatto una delle sue solite telefonate chiedendomi, in maniera scherzosa – perché sa come la penso sul mito, o peggio l’idolo del ferragosto – che cosa avevo fatto di bello durante la giornata. Io gli risposi che la mattinata l’avevo passata nella splendida “cattedrale tra i cipressi” e il pomeriggio nel magnifico parco del “don Vecchi”. Allora mi raccontò il suo particolarissimo ferragosto.

In paese un signore possiede un bell’appezzamento di terreno che quest’anno ha completamente coltivato a fagioli invitando tutti i paesani interessati a raccoglierli “a parte”, ossia metà a chi li raccoglie e metà al proprietario del terreno. Quindi per ferragosto mia cognata, mio fratello e le due nipotine, una volta andati a messa come i buoni cristiani, han passato il resto della giornata a raccogliere fagioli. Alla sera si sono portati a casa 30 chili di ottimi fagioli freschi.

Il padrone del campo poi deve essere veramente un signore d’animo nobile perché, a mezza mattinata, ha offerto a tutti pane e soppressa e vino del Piave e a mezzogiorno, per chi voleva, offriva pure il pranzo.

L'”avventura agostana” di mio fratello mi ha fatto tornare in mente che quando ero ragazzino, specie durante la guerra, ho vissuto anch’io avventure simili, ma molto più amare e meno gratificanti. Ricordo che a quei tempi c’erano dei grossi proprietari terrieri che nelle terre “bonificate dal Duce” usavano lo stesso metodo, ma davano, a chi lavorava la loro terra, il terzo e perfino il quarto del raccolto. Mia madre, perché papà era in Germania, si portava dietro una decina di ragazzi in bicicletta per raggiungere, a dieci chilometri di distanza, la terra da lavorare. Coltivavamo granoturco, fagioli, olio di ricino e patate. Credo che per la mamma non fosse un’avventura ma un dramma, governare quella piccola ciurma di ragazzi indisciplinati, ma soprattutto non avvezzi al lavoro e a quel lavoro specifico.

Là non c’era merenda o pranzo, ma solamente una parca colazione seduti per terra all’ombra di un albero, quando eravamo fortunati di trovarlo. Ricordo che per certi lavori ci affidavano una coppia di buoi, però erano ben diversi da quelli della poesia “T’amo pio bove”, perché non erano né pii né obbedienti…

Comunque debbo a queste esperienze la coscienza di dovermi spendere al meglio in ogni cosa di cui mi occupo.

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