Una università diversa

Una quindicina di anni fa operava a Mestre un giovane frate antoniano che viveva nella parrocchia del Sacro Cuore in via Aleardi. Questo sacerdote aveva l’incarico di occuparsi dell’assistenza religiosa degli operai di Marghera. Il nostro polo industriale stava già allora sfaldandosi, ora poi è ridotto ad un cumulo di rovine.

I padri antoniani sono stati gli ultimi sacerdoti, seguendo la strada aperta da don Armando Berna, che han fatto dell’evangelizzazione degli operai di Marghera lo scopo principale della loro vita. Ebbene, fra questi c’era questo giovane frate, particolarmente intelligente, che aveva grande fascino sui giovani di Mestre.

In quel tempo, nella mia parrocchia di allora, avevo una quarantina di giovani della San Vincenzo, divisi in due gruppi, che ci facevano sognare e che rappresentavano la primavera dell’impegno caritativo della comunità cristiana. Essi allora subivano il fascino di questo giovane seguace del poverello di Assisi ed un giorno lo invitarono a parlar loro e ai loro amici sull’azione caritatevole della Chiesa. Partecipai anch’io all’incontro. Quel frate aveva veramente un fascino particolare, sapeva parlar bene,ma soprattutto entusiasmava quando parlava del servizio ai poveri.

Nel dibattito che seguì la conferenza, qualcuno gli chiese se era laureato ed egli, con disinvoltura affermò: «Si, mi sono laureato all'”università della strada”», riferendo le esperienze che i suoi superiori gli avevano fatto fare a favore degli ultimi. Quel “titolo accademico” mi impressionò alquanto capendo che i preti, ma non solamente, devono fare esperienze, vivere per i poveri, con i poveri e come i poveri. Parlare, anche in maniera forbita, sulla carità, può destare anche entusiasmo, però solamente l’esperienza concreta matura una sensibilità atta a capire, condividere e far proprio il dramma dei poveri.

L’altro giorno mi è capitato di leggere il decalogo dell’amore che passava sotto il titolo “La prova del mille”, scritto da madre Teresa di Calcutta, in cui venivano offerte dieci regole che sono la prova del nove della carità. La prima di queste regole afferma: “Mille discorsi sulla carità non valgono un’opera buona”.

Credo veramente, come diceva san Vincenzo, il fondatore delle “conferenze”, che solo salendo le scale dei poveri, sedendo nello squallore delle loro case, si matura alla vera carità. Don Ciotti in una sua intervista pubblicata recentemente, confessava che il suo vescovo, il cardinal Pellegrino, l’aveva nominato “parroco della strada”.

Oggi il nostro Papa Francesco pare che ci spinga un passo più in là quando ci invita ad andare nelle “periferie dell’uomo” e ce ne dà poi un esempio personale, quanto mai fulgido, con le sue telefonate, con le sue interviste ai “poveri della fede”, la sua vita di pontefice che ha abbandonato ogni sfarzo nel vestire, nel parlare e nell’agire, perché parlino solamente le sue scelte e i suoi gesti.

Per la Chiesa è ormai tempo di uscire dalle sue sagrestie, dai suoi campanili e dai suoi riti per essere solidale con chi soffre e con chi è solo e povero. E’ tempo di “scendere per strada”.

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