Il comitato d’affari

Le vicende del Mose a Venezia, dell’Expo a Milano e della Carige a Genova, hanno portato alla ribalta e all’attenzione del Paese il malaffare che era esploso clamorosamente vent’anni fa con Tangentopoli, evento che ha sparigliato la compagine politica facilitando la fine della democrazia cristiana, dei partiti socialisti, repubblicani e liberali.

Il ciclone di intrallazzi venuti a galla in quest’ultimo tempo non è ancora chiaro che ripercussione possa comportare sui partiti attuali: Forza Italia, democratici e grillini, partiti che sono già molto malfermi sulle loro gambe. La suppurazione dei nuovi bubboni sociali lascia intravedere almeno le cause prossime che gli analisti del settore ci stanno via via informando sui complicati intrecci sui quali si regge l’attuale malaffare.

Questi discorsi che da qualche tempo tengono banco in maniera eccessiva presso l’opinione pubblica, mi hanno fatto tornare a mente una ormai lontana esperienza che – ora mi par di capire – aveva un qualche legame con queste tresche. Una quindicina di anni fa mi telefonò un giovane imprenditore, di cui ricordo anche il nome perché uguale a quello di un papa della Chiesa dei primissimi secoli; mi invitò ad una cena alla quale avrebbe partecipato un gruppo di manager che, a parer suo, contavano. Lui pensava fosse opportuno vi partecipasse pure un rappresentante della Chiesa.

Rimasi quanto mai sorpreso perché non ne capivo il motivo, ma insisté talmente tanto che fui costretto ad accettare, nonostante io sia assai schivo per queste cose. La cena si tenne in una casa colonica di Tessera radicalmente restaurata, tanto che mi apparve un rustico assai di pregio. In quell’occasione l’anfitrione mi presentò una ventina di personaggi che, almeno apparentemente, contavano nel nostro Veneto. Uno di questi, forse il principale, era il governatore Galan, un omone per nulla raffinato ed un po’ spaccone che si comportava con un fare da sovrano.

Fin da subito mi trovai estremamente a disagio. Quello non era affatto il mio mondo! Parlavano di affari, di imprese, di progetti e m’è sembrato che tutti fossero estremamente cointeressati. Per fortuna si sedette accanto a me il vecchio padre di chi mi aveva invitato e che aveva fatto la fortuna con l’impresa che ora il figlio gestiva. Era un uomo alla buona che mi aiutò a passare la serata.

Galan si degnò di chiedermi di che mi occupavo. Gli parlai della mensa dei poveri. Lui mi disse che era appassionato di pesca d’alto mare e mi promise che alla prima uscita mi avrebbe donato dei grossi pesci di altura. La cosa finì lì. Galan si dimenticò della promessa e chi mi aveva invitato molto probabilmente capì che io sarei stato di poco vantaggio per i suoi progetti e perciò dopo due o tre altre telefonate di cortesia, lasciò perdere. Io però, pur non avendo registrato nulla di disonesto, ho capito che molti mali della società nascono da queste consorterie e che è assolutamente bene che la Chiesa si mantenga mille miglia lontana da loro.

13.06.2014

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