Il don Vecchi 5

Dietro i discorsi ufficiali e le pagine che incorniciano certi eventi importanti e significativi per la nostra città, c’è una storia che non sempre è fluita dolce e tranquilla. Di solito il prodotto finito è la risultante di situazioni, tensioni ed opinioni che si amalgamano e si compongono con una certa difficoltà. Penso che ciò sia normale per ogni evento di una qualche importanza.

Ultimamente ho avuto modo di accorgermi che negli ultimi quarant’anni le opere, pur belle ed interessanti, che si sono realizzate nella comunità in cui sono rimasto per tanto tempo portano in qualche modo un marchio di fabbrica: il mio. Sono sempre stato convinto di aver ascoltato tutti, di non aver deciso nulla da solo, di aver cercato di interpretare il pensiero della maggioranza. Ora però, che non sono più il protagonista e che vivo in maniera un po’ marginale le ultime imprese, mi rendo conto che forse non fu sempre così e che, convinto quanto mai delle soluzioni che proponevo, probabilmente avevo finito per imporle.

Avevo deciso in maniera lucida e determinata di offrire soltanto la mia collaborazione lasciando alla nuova leadership le decisioni, però ora, vedendo la difficoltà con cui cerco di accettare soluzioni un po’ diverse da quelle che io avrei ritenuto opportune, mi rendo conto che probabilmente fu sempre così e che, nonostante abbia rinnovato propositi su propositi, sono ancora tentato di premere oltre il lecito perché si adottino soluzioni che a mio parere sono le più valide.

Mentre razionalmente comprendo lo spazio necessariamente ristretto del mio ruolo, emotivamente non sempre sono stato capace di rimanere nell’ambito dell’opportuno. Fortunatamente i componenti del Consiglio di Amministrazione della Fondazione sono persone estremamente care e intelligenti che finora non mi hanno fatto pesare certi miei sconfinamenti.

Il “don Vecchi 5” è un’opera che pian piano sta venendo fuori dal grosso blocco di cemento che contiene “in fieri” l’opera d’arte, ma che ha bisogno ancora di tante e tante scalpellate perché emerga in tutta la sua importanza. La nuova struttura per anziani in perdita di autonomia non si rifà ad una “bottega”, non può essere confrontata con qualcosa di simile, ma essendo un’opera prima in assoluto ha bisogno dell’apporto di tutti per emergere in tutta la sua novità.

I Centri don Vecchi hanno aperto una strada nuova rifacendosi ad una dottrina mai sperimentata prima, ossia mantenere l’anziano nel suo habitat naturale, non privandolo della sua autonomia nativa, ma aiutandolo solamente a sopperire ai suoi deficit dovuti all’età con un supporto discreto e rispettoso. Il “don Vecchi 5” porta all’estremo limite questa filosofia e questa esperienza.

Sono già quanto mai gratificato se riesco a non imporre mie soluzioni, ma a dare suggerimenti che mi vengono da una certa esperienza. Spero che i nuovi protagonisti della Fondazione mi perdonino certe incursioni non lecite ed accettino proposte date con responsabilità ed amore.

28.05.2014

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