La controriforma

Una quindicina di giorni fa m’è arrivato “L’annuario del Patriarcato di Venezia”. Per chi non fosse addentro alle cose della curia, specifico che questo annuario consiste in un volume abbastanza corposo che contiene tutto quello che si vuol conoscere sulla struttura della diocesi di Venezia: associazioni, comitati, sacerdoti, suore, frati, uffici, commissioni, diaconi, chiese, rettorie, scuole, case di riposo, ecc… Tutto è elencato in maniera ordinata con indirizzi, numeri di telefono ed e-mail relativi.

L’annuario è un piccolo capolavoro per come è impostato, tanto che la consultazione è quanto mai agevole e quindi vi si può trovare facilmente quello che può interessare. Chi avesse a che fare con la Chiesa di Venezia dovrebbe poter disporre di questo strumento quanto mai utile, anzi indispensabile.

L’annuario è aggiornato ogni anno, cosicché, quando mi arriva, lo sfoglio con una certa curiosità perché documenta il lento evolversi di una realtà quanto mai complessa. Ogni anno il primo sentimento che trovo è un moto di orgoglio nello scoprire che la mia diocesi è una realtà così articolata da avere una risposta per ogni tipo di esigenza che abbia a che fare con la Chiesa locale; per un cristiano come me, che in passato ha denunciato spesso carenze, nel leggere l’annuario c’è la tentazione di ricredersi perché esso dà un volto quasi perfetto della nostra Chiesa diocesana.

Quest’anno poi in questo compendio ho scoperto con sorpresa una specie di controriforma. Tutti ricorderanno che l’anno scorso tenne banco per almeno un paio di settimane una notizia che per qualche curioso sembrò un cenno di riforma ecclesiastica in linea con la sobrietà di Papa Francesco e sembrò allineare il nostro clero allo stile sobrio del nostro pontefice: ossia il declassamento dei monsignori a preti normali, con la conseguenza della rinuncia non soltanto al titolo – che sapeva dell’ampollosità del settecento – ma anche a una certa bardatura filettata di rosso che a me sembrava anacronistica e fuori tempo, ma che a qualcuno poteva sembrare un segno di merito o di eccellenza nel campo sacerdotale.

I miei amici ricordano di certo che avevo plaudito a questa “mini-rivoluzione” perché sono sempre stato convinto che preti, vescovi o semplici cristiani debbano, su indicazione di Gesù, confondersi nella massa dell’umanità come il lievito o il sale nelle vivande, praticamente diventando presenti ma non vistosi. Come non mi entusiasma la “casta” dei politici, così, e forse meno, non mi entusiasmo per il “ceto” degli ecclesiastici.

Apprendo però che tutto questo è rientrato e che quindi è avvenuta una specie di mini-controriforma perché sul suddetto annuario, che è un testo ufficiale della curia, sono ricomparsi in bella evidenza i titoli onorifici dei sacerdoti più eminenti della nostra diocesi.

Ora mi sento quasi fortunato perché ridivengo uno dei pochi che sono solamente “soldati semplici”, condizione che ritengo un vero privilegio.

01.02.2014

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