Gerarchia e comunità

Qualche anno fa la meta di uno dei mini pellegrinaggi che facciamo con gli anziani del “don Vecchi” e con molti altri che si aggregano, è stata il Santuario della Madonna dell’Olmo.

Il nostro Veneto offre molti di questi luoghi sacri che si rifanno a visioni o miracoli particolari, santuari che godono la devozione soprattutto dei paesi della zona. Normalmente si tratta di belle ed antiche costruzioni, collocate in luoghi particolarmente suggestivi ed officiati quasi sempre da ordini religiosi. I frati ci sanno fare in queste cose!

Ricordo in quell’occasione d’aver incontrato un frate laico, uno di quelli che questua, e d’aver parlato di un giovane di Carpenedo che assieme ad un piccolo gruppo di giovani, si stava preparando a diventare frate cappuccino. Parlando del più e del meno, ho capito che era la comunità a decidere sull’accettazione o sui compiti da affidare ad ogni singolo religioso e il voto o il parere del frate da questua aveva lo stesso valore dei quello del padre guardiano, ossia del superiore.

Per molti anni ho sognato che qualcosa del genere avvenisse anche per la Chiesa locale e soprattutto per quello che concerneva i preti. Ho sognato che si preferisse alla Chiesa piramidale e gerarchica quella comunitaria in cui si adottasse lo stile di famiglia e tutto fosse fatto assieme.

E’ vero che più l’organismo diventa grande ed organizzato, più tutto questo diventa difficile, comunque ho sempre desiderato che in tutti i rapporti valesse di più il principio di relazioni informali, in un clima domestico e paritario, di quello verticistico.

E’ vero che i nostri vescovi e le nostre “autorità” oggi sono più alla mano di un tempo. Ricordo a questo proposito un vecchio prete che ogni volta che parlava del suo vescovo sottolineava, con spirito di rifiuto, le convocazioni che gli erano state fatte con l’espressione: “Vieni a palazzo!”. Ora non è più così, comunque è rimasto un po’ nell’aria qualcosa dell’organizzazione gerarchica, che spero si dissolva ulteriormente.

Mi sono ritornati in mente questi pensieri avendo letto ieri sul Gazzettino che il Patriarca, dopo quindici mesi dal suo ingresso in diocesi, ha nominato i membri del suo “governo”. Leggendo i nomi ho pensato che io devo essere contento apprendendo che un mio vecchio cappellano, monsignor Dino Pistollato, è stato nominato al vertice della gerarchia ecclesiastica della diocesi. La cosa però mi riguarda molto relativamente, avendo presente quello che il Patriarca mi ha fatto ben notare col suo “Sei vecchio!”.

Fantasticando, com’è mia abitudine, mi sono chiesto se sono riuscito a passare a questo nuovo superiore un po’ del mio spirito “anarchico e libertario”. Probabilmente no, perché è rimasto con me solamente un paio d’anni, tempo insufficiente per prendere il “bacillo”. Il fatto però che il Seminario sia diventato da “collegio” a “comunità” mi fa ben sperare perché esso formerà preti in questa direzione.

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