La legge e la coscienza

In Italia vi sono tre gradi di giudizio: la sentenza, l’appello e la cassazione. Il nostro è un Paese garantista, però ultimamente più di uno afferma che questi tre gradi appesantiscono e rallentano i processi, tanto che essi finiscono per mortificare la giustizia piuttosto che esaltarla; inoltre questo modo di procedere è molto costoso e permette ai soliti “furbi” di evadere i rigori della legge facendo spesso cadere i reati in prescrizione.

Per quanto invece concerne la vita religiosa di un cristiano, quasi tutto è lasciato alla responsabilità del singolo credente. Il primo appello è costituito dal raffronto che egli è chiamato a fare con la legge che si rifà sostanzialmente al decalogo e all’interpretazione autorevole che ne è stata fatta dalla Bibbia e dalla tradizione. Il secondo appello, che è poi il definitivo, è emesso dalla coscienza del singolo credente. Nella sostanza poi, questo è il verdetto che costituisce l’ultimo appello a cui l’uomo è moralmente tenuto ad attenersi, perché lo rende pure responsabile di fronte a Dio.

Tornando alla giustizia italiana, da qualche decennio c’è stato un rigurgito un po’ fittizio ed interessato di legalismo, vedi ad esempio le fortune, che poi si sono dimostrate quanto mai effimere, di Di Pietro, che ha fatto della legalità il motivo fondante del suo partito politico. La cosa non è andata perché la sua era una giustizia che doveva valere soprattutto per gli altri, ma pare che fin dall’inizio non contasse granché per quanto riguardava la sua condotta. In questo ultimo decennio spesso si sentiva dire anche per le cose più banali: “E’ la legge!”, ma dietro questo paravento si sono nascoste mascalzonate, magagne ed interessi di ogni genere.

Questa ventata legalitaria pare abbia inciso anche su quanto riguarda le leggi ecclesiastiche, le norme, i sinodi, le regole religiose, il codice di diritto canonico e dintorni, però mi pare sia tempo di affermare il primato della propria coscienza e di fronte a norme, pur esaminate con attenzione, rispetto e riverenza, si possa sempre appellarsi direttamente alla propria coscienza, poiché il giudizio finale di Dio si rifà in maniera assoluta alla “sentenza” della propria coscienza prima di qualsiasi altro giudizio esteriore.

Questo discorso viene a confortare ed aiutare tutti coloro che si trovano di fronte a norme rozze, superate, non aggiornate e spesso disumane. Questo discorso penso sia quanto mai liberatorio per tanti cristiani che vengono a trovarsi oggi in aperto conflitto fra la propria coscienza e la norma formale ereditata dal passato.

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