Cattiva traduzione del messaggio

Nelle domeniche dopo Pasqua la Chiesa offre ai fedeli pagine del Vangelo di Giovanni. Io, che non mi muovo sulla stessa lunghezza d’onda di questo evangelista, sono costretto a riflettere in maniera più impegnata perché amo quanto mai la concretezza, mentre Giovanni è un mistico che si muove in altezze per me siderali.

Quest’anno, per la prima domenica dopo Pasqua, ho riflettuto più a lungo, ed in modo più faticoso, sulla pagina di Giovanni che riporta le parole di Gesù nel cenacolo: «Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri». Sono arrivato, una volta ancora, alla conclusione che il cuore del messaggio di Gesù è la solidarietà, ossia un amore concreto, nonostante tutte le difficoltà. L’utopia di Gesù credo che abbia come obiettivo sostanziale la solidarietà; infatti Cristo afferma che dal modo in cui sapremo vivere questa virtù si potrà misurare la nostra adesione al suo messaggio.

Purtroppo l’interpretazione di questo discorso che s’è data lungo i secoli spesso è stata quanto mai svisata e difforme. Infatti anche oggi nell’opinione corrente, da un lato si è interpretato l’impegno alla solidarietà in maniera limitata, così da ridurre questa utopia angelica ad “elemosina”, ossia la destinazione ai fratelli di spiccioli del superfluo e, dall’altro lato, sempre per motivi di comodo, s’è praticamente fatta passare l’idea che la qualifica di discepolo di Cristo la si guadagni solamente con la partecipazione ai riti religiosi.

Certa casistica al riguardo è una riprova di questa pessima ed assurda interpretazione del messaggio cristiano. Fino a pochi anni fa si discuteva infatti sulla percentuale di superfluo dovuto ai poveri, tanto da arrivare a dire che il due per cento era la misura sufficiente, e dall’altro lato era aperta una discussione vivace sui limiti del tempo necessari per la validità della partecipazione al sacro rito dell’Eucaristia.

Credo che siamo ancora ben lontani da una seria traduzione pratica del “comandamento nuovo” datoci da Cristo.

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