Ammettere le proprie debolezze

Quando i giornali hanno parlato del corvo nero che sta gracchiando in Vaticano, mi sono detto: “Ci mancava anche questa!”. Non so se siano i corvi i volatili che si nutrono delle carogne, comunque il corvo che ha cominciato a farsi udire dai palazzi di ciò che rimane dello Stato pontificio, di sicuro vive di marciume.

Vedere il nostro vecchio Papa sempre più fragile, piangere sui preti pedofili ed ora sentirlo anche tradito dalle persone che gli stanno più vicine e che dovrebbero collaborare per rendere la Chiesa più bella e più fedele al messaggio di Gesù, intuire che lo IOR, la banca del Vaticano, continua probabilmente ad intrallazzare come ai tempi di Marcincus, è un qualcosa che amareggia tutti i cristiani e che rende ancor più pesanti le chiavi di Pietro.

Non bastasse questo, in questi giorni è scoppiato pure lo scandalo di Villareggia, la promettente comunità missionaria nata una ventina di anni fa nel Chioggiotto e sviluppatasi in maniera portentosa. Povero Papa! Povera Chiesa!

Questa volta la piena ammissione della fragilità dei componenti di questa comunità e gli immediati provvedimenti per curare la ferita, sono stati, pur nella tristezza, un modo nuovo e più nobile di presentarli alla comprensione del mondo. Ammettere finalmente le proprie debolezze è un costume nuovo nella Chiesa, che spesso nel passato ha giudicato in maniera spietata gli altri, ora l’ammissione delle sue miserie che la rende più umana, più vera e più credibile.

Io partecipo fino in fondo al disagio, al dolore, alla richiesta di perdono da parte del Papa e di ogni cristiano, ed assieme a loro chiedo scusa ai fratelli e al mondo intero per questo scandalo che sporca il volto di Cristo. Però mi viene da dire: “Felice colpa! Che ci fa prendere coscienza della nostra povertà, ci rende tutti più umili e più comprensivi verso le miserie degli altri e più fiduciosi nella misericordia di Dio”.

Una volta ancora mi pongo un annoso problema che mi pare non ancora sufficientemente affrontato, almeno nella Chiesa cattolica: cioè non esiste solamente il sesto comandamento, ma ce ne sono dieci! Credo che nella confessione e nel pentimento dovremmo aggiungere pure altri peccati ecclesiastici che riguardano i preti in carriera, quelli con poco zelo, quelli che si pavoneggiano con vesti e con titoli, quelli che non si impegnano con i poveri, quelli che non si aprono al dialogo, quelli che non sono impegnati nella ricerca della verità, quelli che si accontentano di essere degli stipendiati dall’Ente Chiesa piuttosto che tendere ad essere testimoni e profeti di Cristo in questo nostro mondo.

Confesso che io temo che spesso non si prendano sempre in considerazione peccati diversi e non meno gravi di quelli della carne.

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