Il cortile dei gentili

Spesso mi sento un po’ mortificato quando incontro qualcuno che ha una bella intelligenza ed una cultura solida, e fa dei ragionamenti che fatico a comprendere fino in fondo.

Mi sono detto più volte, nel passato, che volevo accettare lucidamente e serenamente, la mia condizione di semplice “manovale”, per quanto riguarda la vera teologia, non quella “in commercio”, fatta ad uso e consumo di chi s’accontenta di tutto. Questa scelta, fatta più per necessità che per libera determinazione, vale pure per altri campi per me pressoché sconosciuti, come la filosofia, l’economia, il settore scientifico e perfino la politica.

Quando però incontro qualcuno che esplicita con lucidità, competenza e logica rigorosa qualche verità che avevo confusamente intuito e che però era rimasta nella nebbia dei miei limiti, allora provo un senso di sollievo perché avverto struggente il bisogno di conoscere, di far chiarezza, soprattutto sulle tematiche inerenti la fede e la religione, perché non vorrei mai spendermi per qualcosa che non è vero e non mi appaga totalmente. In questi casi fatico e mi arrampico per capire, ma talvolta rimango a mezza strada intuendo che, pur desiderando la verità, essa mi sfugge e non riesco ad approdarvi completamente.

Qualche tempo fa s’è rinnovato questo mio stato d’animo seguendo alla televisione una lezione del cardinal Ravasi, che è un po’ il “ministro della cultura” nell’organico del Vaticano. Questo sacerdote milanese è un uomo di una vasta e profonda cultura biblica e teologica ed ha per me il grandissimo pregio di coniugare il suo sapere con la cultura laica più aggiornata.

Nella trasmissione si illustrava la sua iniziativa religioso-culturale, denominata “Il cortile dei gentili”, denominazione derivata dalla storia di Israele che ci ricorda che nel cortile del tempio di Gerusalemme c’era la possibilità che vi potessero stare anche i “gentili”, ossia i non credenti nel Dio di Abramo.

Ravasi immagina e dà vita a questo luogo ideale nel quale il pensiero cristiano si può confrontare e dialogare anche col pensiero dei non – almeno formalmente – credenti.

Mi pare di aver capito, ascoltando gli interventi dei relatori di primo piano, di culture diverse, che la distinzione tra il pensiero cristiano e quello delle altre culture, tra credente e non credente è assolutamente labile. Mi è parso di cogliere non solamente la bellezza della gente che cerca la verità senza pregiudizi e preconcetti, nel comune desiderio di scoprire la “verità assoluta”, ma soprattutto mi pare di aver intuito che nel punto più avanzato del pensiero umano, ci sono delle convergenze estremamente rilevanti.

Per me tutto questo è semplicemente meraviglioso perché mi fa felice che il volto dell’Assoluto risulti affascinante per tutti gli uomini, soprattutto per quelli del nostro tempo.

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