La santità personale

In tutta la mia vita di prete mi sono sempre impegnato a fondo per studiare strategie per passare il messaggio di Cristo alla gente del nostro tempo. Credo di aver speso il meglio della mia intelligenza e del mio cuore, del mio tempo e delle mie risorse economiche per vedere come usare gli attuali strumenti di comunicazione sociale perché “la buona semente” raggiungesse tutti e perché il messaggio arrivasse in modo particolare a quella porzione di umanità che la Chiesa ha affidato alla mia cura pastorale.

Devo ammettere che, con l’aiuto di una schiera veramente numerosa di collaboratori, questi strumenti, almeno da un punto di vista esteriore, sembravano vincenti. Da un lato ho adoperato in maniera massiccia gli strumenti di comunicazione di massa, dando vita ad una emittente squisitamente religiosa con duecento volontari e con una rete di ripetitori che coprivano l’intera diocesi, non solamente, ma arrivava a tutta la fascia compresa dall’alta trevigiana fino a quasi Ravenna.

Ho pure usato, con estrema larghezza, il messaggio a mezzo scrittura, dal settimanale “Lettera aperta” ai mensili “Carpinetum” e “L’anziano”, i periodici che hanno raggiunto una tiratura quanto mai consistente.

L’altro strumento che ho ritenuto efficace è stato quello della solidarietà, ponendo in atto dalla “Bottega solidale” al “Ritrovo” per gli anziani, dalla villa asolana per le vacanze dei vecchi a tutte le strutture per offrire residenza, vedi il “don Vecchi”. Credo che queste scelte mi abbiano guadagnato la simpatia dell’opinione pubblica, soprattutto dei cosiddetti “lontani”.

Temo invece che mi abbiano alienato la simpatia di tutti coloro che avrebbero desiderato un prete a loro uso esclusivo, cioè i cosiddetti “vicini”. Comunque, dall’alto dei miei ottant’anni, non sono scontento delle mie scelte. Le rifarei, se ne avessi l’opportunità.

Invece temo di non aver curato sufficientemente quella che nell’uso corrente della Chiesa si definisce “la santità personale”, alla quale in verità non ci terrei troppo neanche ora, se viene interpretata come un comportamento devozionale o mortificazione di quei doni specifici che il buon Dio dona a ciascuno. Temo ancora di non aver curato tutti gli aspetti minori di quel sano umanesimo cristiano, testimoniati da Gesù nel Vangelo.

Ormai non ho quasi più il tempo per farlo, però mi riprometto, almeno, di terminare in bellezza, impegnando più tempo e tensione interiore per vivere una vita di fede più intensa ed esemplare.

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