Collaboratori “speciali”

Indro Montanelli ha scritto che un giornalista non può dirsi tale se, almeno una volta, non sia stato denunciato in tribunale per un suo qualche scritto.

Io non sono un vero giornalista per mancanza di preparazione e per mancanza di genio, non lo sono neanche perché, secondo il canone di Montanelli, non sono mai stato portato in tribunale a motivo di qualche mio scritto. Però devo ammettere che poco ci è mancato.

Ricordo la minaccia di un ammiraglio di marina in pensione, presidente della Croce Rossa, che mi ha minacciato di denuncia perché in un mio racconto natalizio, che aveva come schema di fondo la famosa poesia della nostra infanzia in cui si ritmavano col battere delle ore dell’orologio del campanile di Betlemme, i rifiuti di dare alloggio a Giuseppe e Maria partoriente.
Evitai la denuncia pubblicando una rettifica.

La cosa si è ripetuta quattro, cinque volte durante il mio mezzo secolo di interventi sulle pagine di diversi periodici; ora era il mondo civile, ora l’ecclesiastico, che si sentivano pizzicati. L’ultima mia avventura in questo settore è stata quella delle assistenti sociali.

Qualche giorno fa, pensando a questo incidente di percorso, mi è venuto da pensare che proprio queste professioniste dell’assistenza sociale dovrebbero darmi un pubblico riconoscimento piuttosto che una rampogna, perché mi ritengo e sono un loro benefattore. Infatti una settimana si e un’altra si, mi capita di incontrare ai magazzini del “don Vecchi” qualche personaggio particolare, un volontario che mi aspetterei di incontrare piuttosto a Ca’ Letizia, all’asilo notturno o alla mensa dei frati, piuttosto che da noi.

Quando chiedo da dove viene questo volontario “fuori serie”, puntualmente mi si risponde: «Ce l’hanno mandato le assistenti sociali del Comune o del tribunale per il reinserimento sociale o per scontare una pena alternativa». Ai magazzini credo che almeno una decina di questi personaggi si alternino. Le nostre associazioni di volontariato sono diventate ormai il “rifugium peccatorum” di questi concittadini in disagio.

Credo che quelle assistenti sociali abbiano capito che da noi non si dice di no e quindi le aiutiamo a sbrigare il loro compito e a rendersi meritevoli verso i loro superiori.

La cosa in verità non mi dispiace perché anche questa è carità. Ho la sensazione che i nostri “collaboratori speciali” si trovino bene e possano anche beneficiare di ciò di cui si occupano.

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