Interviste

Non c’è quasi un avvenimento di ordine ecclesiale per il quale qualche giornalista delle testate presenti a Mestre non mi faccia una telefonata per chiedermi un parere in proposito. Non mi sottraggo quasi mai dal rispondere per una serie di motivi che ritengo utile manifestare agli amici.

Di solito ad intervistarmi sono “aspiranti giornalisti”, pagati ad articolo, i quali, prima di essere assunti a tempo indeterminato, devono aspettare decenni, e pochi fortunati ci riescono. Allora penso: “perché non dovrei aiutare questi poveri grami a portarsi a casa forse una cinquantina di euro per ‘il pezzo’ che permetto loro di fare?”.

Secondo motivo: spesso anch’io ho bisogno del giornale per portare avanti progetti che io ritengo importanti e quando ricorro a questi professionisti della penna, sempre trovo disponibilità e collaborazione, ed allora perché non dovrei fare altrettanto?

Da ultimo, non però per importanza, io sono convinto che ogni cittadino ed ogni fedele, quando si tratta di cose di Chiesa, deve dare il suo contributo di pensiero perché la città e la Chiesa siamo noi e la facciamo noi ed io ho scelto di non sottrarmi mai a questo dovere.

Questa scelta comporta però qualche rischio, ma questo fa parte del gioco. Spesso il giornalista cerca lo scoop, spesso adopera frasi ad effetto e talvolta interpreta male il pensiero, non essendo addentro alla materia. Qualche volta nasce qualche malinteso.

Recentemente il nuovo Patriarca ha fatto un discorso serio e quanto mai condivisibile circa l’impegno del clero nei riguardi delle “opere”, dicendo che questo impegno non deve andare a scapito dell’apostolato specifico e diretto del sacerdote, soprattutto non deve distogliere il prete dalla sua missione di pastore di anime. Io condivido pienamente questo discorso, anzi penso di essere in linea con esso da sempre, difatti le mie intenzioni in ogni mia scelta si sono sempre ispirate a questo obiettivo.

Qualche settimana fa, rispondendo ad una delle interviste su questo discorso, ho detto che terrò certamente conto dei suggerimenti del mio Patriarca. Sennonché la premessa del giornalista, Alvise Sperandio, uno dei miei ragazzi di un tempo, era partita male: «Che ne pensa lei, che i suoi colleghi ritengono il prete palazzinaro?» L’affermazione mi bruciò alquanto e allora soggiunsi, da buon discepolo di san Giacomo, l’apostolo concreto per definizione, che le prediche sulla carità devono diventare fatto concreto e non rimanere sopra le nubi. Lo dissi in maniera un po’ più colorita, ma il senso era certamente questo.

Ritorno su questa infelice intervista, sfalsata anche dal titolo “I preti si distinguono” perché non vorrei per nessun motivo che qualcuno possa pensare che io abbia riserve sul pensiero del mio Vescovo e non voglia offrirgli una collaborazione franca e disponibile.

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