La mia “unità pastorale”

Basta vivere un po’ di anni per accorgersi che tutto passa e si modifica radicalmente. Trenta, quarant’anni fa, sotto il patriarca Carlo Agostini, da una parte per l’immigrazione dal sud e dall’altra parte per il naturale aumento anagrafico, si è proceduto a costruire nuove chiese e a dar vita a nuove parrocchie.

Dalla mia vecchia parrocchia di Carpendo sono gemmate le attuali nove comunità cristiane. A neanche mezzo secolo di distanza però, ora sta avvenendo il processo opposto, si sta procedendo ad accorpamenti a motivo della crisi demografica, della scarsa pratica religiosa e soprattutto della carenza di sacerdoti.

Questo nuovo processo è stato denominato, un po’ ipocritamente, con un termine che non vorrebbe evidenziare il reale arretramento: “unità pastorale”. Ora di questo termine un po’ magico si fa un tale elogio che sembra quasi un’avanzata piuttosto che un arretramento; purtroppo però si tratta di una sconfitta e di ripiegamento.

Il fenomeno è generale, ma a Venezia è esasperato a causa del numero infinito di bellissime chiese da presidiare, della progressiva ed ineluttabile diminuzione della popolazione – dai 150.000 veneziani del 1945 ai poco più di 60.000 attuali – dell’età veneranda dei preti.

Anche a livello personale sono coinvolto in qualche modo, ma per motivi diversi, da questo fenomeno. Attualmente anch’io gestisco una “unità pastorale”, ma parte di questa comunità aumenta di settimana in settimana ed è costituita dai cristiani che partono per il Cielo. Lassù in Paradiso conto su una numerosa e splendida comunità di miei “parrocchiani” che cantano notte e giorno la gloria del Signore. Questa comunità del Cielo, di cui vado fiero e che mi dà immensa consolazione, vivifica la mia esperienza ed aiuta anche la comunità di quaggiù. Essa, pur fatta di creature normali, è bella, anzi meravigliosa.

Ad 83 anni avere ogni giorno feriale dai 30 ai 40 fedeli, che si raccolgono nella “chiesa cattedrale” per la preghiera, e alla domenica quasi 300 fedeli che partecipano devotamente e con tanta fede ai divini misteri, è quanto di meglio un vecchio prete possa sperare.

I miei parrocchiani giungono alla spicciolata dai luoghi più diversi avendo scelto con decisione e fedeltà la chiesa fra i cipressi come loro chiesa di elezione; essi pregano, cantano, si accostano all’Eucaristia, ascoltano con attenzione la Parola del Signore, si vogliono bene e dimostrano tenerezza al loro vecchio “parroco”. Cosa potrei desiderare di più e di meglio?

Io benedico e ringrazio il Signore perché vivo in un’isola felice che non conosce né la secolarizzazione né la crisi religiosa del nostro tempo e sono quanto mai gratificato spiritualmente dalla mia “unità pastorale”.

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