Il dono di “angeli della notte” venuti da lontano

Credo di aver letto quasi tutti i romanzi di Cronin, il medico inglese che è passato dalla medicina alla letteratura. Non penso che Cronin sia un autore ancora molto letto oggigiorno. Ai miei tempi però i romanzi di questo narratore, dalla prosa scorrevole e dal racconto sempre vivo ed avvincente, erano molto conosciuti, anche perché alcuni sono diventati dei films che hanno ottenuto molto successo, quali “Anni verdi”, “La cittadella”, “Le stelle stanno a guardare”. Di questo autore però ho letto alcuni romanzi che hanno riscosso meno successo, ma che comunque a me sono piaciuti.

Qualche settimana fa, incontrando di primo mattino una delle signore che la Fondazione ha assunto per l’assistenza notturna al don Vecchi, la quale stava terminando il turno della notte, il mio pensiero è andato ad un romanzo minore del Cronin, “Angeli nella notte”, nel quale questo autore descrive, in modo veramente brillante, il lavoro delle infermiere che negli ospedali vigilano notte e giorno gli ammalati.

Cronin, avendo esercitato la professione di medico, conosceva molto bene le mansioni di queste operatrici della sanità. Porto ancora un dolce ricordo della descrizione ricca di poesia di queste giovani donne che, spinte dalla loro calda femminilità, rimboccano le coperte, spengono le luci, danno un sorso d’acqua, chiedono agli ammalati come si sentono, danno le medicine, arrivando talvolta ad un incoraggiamento rasserenante o perfino dando una carezza delicata e carica di affetto.

Nei miei reiterati ricoveri in ospedale, ho avuto modo di riscontrare la bellezza e la preziosità del servizio di queste infermiere che si dedicano al mondo della sofferenza.

Da noi al “don Vecchi” gli “angeli della notte” vengono dalla lontana Moldavia od Ucraina, due paesi le cui donne più intraprendenti e generose sono ormai sparse in tutta Europa.

Mi sono fermato un attimo a salutare questa giovane donna col volto sereno, dolce e sorridente, nonostante avesse vegliato l’intera notte per assistere i nostri anziani che, pur dovendo essere tutti autosufficienti, soffrono invece almeno per l’età – infatti la vecchiaia è di per se stessa una malattia – lo dicevano pure i romani.

Vedendo la composta bellezza di questa donna che è venuta da lontano a donare il suo cuore ai nostri vecchi, ho provato un sentimento di ammirazione, di riconoscenza e d’affetto per il suo dono così caro e generoso.

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