Foglie secche

La nuova viabilità mestrina mi costringe, almeno due volte al giorno, ad imboccare la molto trafficata via Giovanni Da Verrazzano per girare poi a sinistra, dopo il primo semaforo, e percorrere quasi tutto viale Garibaldi.

Nei giorni di inizio novembre percorro il viale con vera ebbrezza, ammirando le foglie tutte d’oro dei grandi tigli che fiancheggiano la strada che i mestrini di quasi un secolo fa costruirono per collegarsi a Treviso, ispirandosi ai viali parigini di Versailles – come annota l’architetto Artico che progettò la nuova arteria, che in realtà unisce Mestre a Carpenedo.

I raggi di sole dell’estatella di san Martino fanno letteralmente sfolgorare quei gialli forti ed intensi che già tendono al marrone. Percorro il viale per motivi del mio ministero nel camposanto a mezza mattina e nel primo pomeriggio.

Ad ogni passaggio noto che le foglie dei grandi tigli offrono il meglio del loro splendore prima di cadere fatalmente ogni giorno in numero sempre maggiore sull’asfalto. C’è però qualche tiglio che, non so per quale motivo, conserva più foglie ed esse sono più verdi, più salde sui rami. Però presto cadranno anche loro.

In questi giorni sto leggendo una biografia di un vecchio prete nato al confine tra la provincia di Venezia e quella friulana. Il volume ha un titolo singolare “Foglie secche”. Riporto il primo pezzo della prefazione che ben si coniuga col mio stato d’animo, con la stagione della mia vita e le note del mio “diario”.

Foglie secche

Una sera a Pechino, uscendo per la prima volta di casa dopo una grave malattia, mi diressi, col fedele C. Comisso al parco imperiale ed entrai nel recinto di una solitaria pagoda.

Il recinto era pieno di grandi alberi. Un malinconico e dolce senso di raccoglimento era diffuso nel luogo; il silenzio era solo turbato qualche volta dal frusciare delle foglie per il passaggio di qualche alito d’aria.

Il sole, tramontando, accendeva riflessi d’oro sui tetti di smalto del tempio e sulle foglie autunnali degli alberi. Molte altre foglio erano già cadute al suolo, coprendolo di un soffice tappeto giallo.

Il guardiano della pagoda uscì da una casetta laterale e prese a scopare il pavimento, ammonticchiando le foglie negli angoli per trasportarle poi fuori e deporle in qualche luogo riposto e selvatico.

Mi pare che la mia vita somigli ad uno di quegli alberi autunnali; molte foglie sono cadute, altre si dispongono a cadere. Come quel custode, anch’io ho pensato di raccogliere un po’ di foglie secche; le foglie non valgono più nulla, ma possono ancora contenere qualche nascosto ed utile germe. Anche la più umile vita può riserbare qualche buon seme di esperienza. Ecco il perché di questo libro e di questo titolo.

La mia vita non ha nulla di straordinario; ma ben sono stati straordinari il tempo ed i luoghi in cui mi è spesso toccato di vivere.

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